That's the time you must keep on trying / Smile, what's the use of crying? / You'll find that life is still worthwhile / If you just smile (Nat "King" Cole)
sabato 25 agosto 2012
Oh Capitano! Mio Capitano! – I marmocchi ed io
La “Water-Apple English School” si trova al quinto e sesto piano di un palazzo non troppo moderno a dieci minuti dal centro. Salendo per le scale si incontrano solo uffici e donne delle pulizie. Arrivati in cima, come per magia, i muri si dipingono di un rosso acceso e dappertutto spuntano foto di marmocchietti cinesi intenti ad apprendere la lingua di Sua Maestà. Il silenzio desolante dei primi piani lascia il posto ad urla demoniache. Se l’inferno esiste, deve essere più o meno così. Ripenso per un attimo al “colloquio” di una settimana fa con King, Rita e la ragazza senza nome. Intanto un giovanotto cinese mi si è avvicinato e mi sta fissando. “Tu devi essere nuovo. Non ti ho mai visto.” C’è qualcosa di molto, molto strano nel suo inglese. Dev’essere il suo accento. Gli spiego che ho una lezione di prova con i marm... ehm con i simpatici frugoletti. “Ah bene! Io mi chiamo Richard.” Sì, è decisamente il suo accento. Sembra che si sia mangiato un native speaker londinese e qualche pezzo gli sia rimasto incastrato tra i denti. “Sei mai stato in Inghilterra?” gli chiedo. “No, mai. Però studio il British English da qualche anno. La maggior parte dei cinesi parla inglese con quell’orribile accento americano. Io penso che l’unico, vero inglese sia quello dell’Inghilterra.” Chissà se parla così anche quando fa lezione e, se sì, se le piccole pesti riescono a capirci qualcosa. Prestare attenzione alla pronuncia di ogni singola parola dev’essere estenuante e spesso, come nel caso di Richard, si rischia di risultare poco naturali e stancare l’ascoltatore. “Sto pianificando un viaggio in Italia, non è che potresti darmi delle dritte?” Guardo l’orologio e, con grande sollievo, mi rendo conto che è quasi ora della lezione di prova. Un’ottima scusa per sfuggire dalle grinfie di questa sottospecie di fanatico falsificatore di accenti. Lo saluto, promettendogli che senz’altro gli darò qualche consiglio una volta o l’altra, dopodichè mi precipito verso le aule senza guardarmi indietro. “Giuseppe, ricordami un attimo perchè sto facendo tutto questo.” Soldi. “Ok, ricevuto, procedi pure.” Quando entro nell’aula, il ragazzetto che si fa chiamare King, come il celebre pianista e cantante di colore degli anni ’50 autore della struggente “Smile”, è alla lavagna e sta spiegando qualcosa ad un gruppetto di mezze cartucce sedute di fronte a lui su minuscole sedie di plastica. Appena mi vede, mette il cappuccio al pennarello nero che tiene in mano e mi presenta ufficialmente al suo pubblico. Infine si va a sedere in fondo all’aula e prende a scribacchiare qualcosa su un taccuino. Le mezze cartucce sono otto in tutto e mi scrutano dalla testa ai piedi. Comincio dalle presentazioni. Hanno tutti un’età compresa tra i 6 e i 10 anni e dei nomi inglesi più o meno comuni, tipo: Jack, Steve, Kevin, Lisa, Rose. Mi domando se se li siano scelti da soli o se qualcuno li abbia aiutati. Forse all’entrata della scuola c’è un “Distributore di nomi”: 1 yuan 2 nomi, 2 yuan 5 nomi. Svanito l’iniziale “effetto sorpresa”, ognuno torna a fare quello che fa di solito in classe: quelli diligenti mi ascoltano e rispondono alle mie domande, quelli vivaci cominciano a rincorrersi tra i banchi, quelli lobotomizzati fissano il vuoto con occhi vitrei. Molti di loro, nonostante la giovanissima età, hanno già una vita stressante e delle giornate fittissime di impegni extra-scolastici e corsi di ogni tipo. Pianoforte, poesia, calligrafia, ufologia, riflessologia, violino, violoncello, canto, recitazione. E questo per essere sempre una spanna sopra gli altri, entrare nelle università più rinomate, ottenere i lavori più prestigiosi e fare tanti soldi. Ognuno reagisce a questa pressione a modo suo, ma più o meno tutti vengono su come automi incapaci di ragionare con la propria testa, introversi e insicuri, con notevoli difficoltà nelle relazioni interpersonali. Tutto questo le otto piccole canaglie che mi stanno di fronte ancora non lo sanno, e, a meno che non decideranno di trascorrere qualche anno all’estero in futuro, probabilmente non lo realizzeranno mai. Per adesso quel che conta per loro è far contenti i loro genitori: far bene i compiti, imparare l’inglese, suonare qualche strumento musicale. I trenta minuti di lezione scivolano via rapidamente, e, nonostante il fortissimo mal di testa e le corde vocali in fiamme, penso che ci siano lavori molto peggiori di questo. Il ragazzetto che si fa chiamare King, come la catena di fast food che fa concorrenza a McDonald’s, mi ringrazia e mi informa che riceverò presto una mail con i giorni e gli orari delle prossime lezioni. Nel corridoio trovo Rita ad aspettarmi. Mi chiede com’è andata la lezione, poi mi segue verso l’uscita continuando a fare domande anche piuttosto personali, del genere: “Che fai nel tuo tempo libero?”, “Hai la ragazza?”. Io faccio finta di non capire e punto deciso l’uscita. Arrivato a metà strada scorgo Richard immobile di fronte alla porta, con una cartina dell’Italia in una mano e un foglio bianco nell’altra. Istintivamente prendo il cellulare e faccio finta di aver ricevuto una chiamata. “C’è un’uscita secondaria?” chiedo a Rita, che non vuole saperne di staccarsi da me. “Da quella parte.” Faccio dietro-front e imbocco la porta. Scendo le scale di corsa, temendo di essere seguito. Al secondo piano rallento l’andatura e rimetto il cellulare in tasca. Mentre cerco di riprendere fiato, una donna mi passa davanti tenendo per mano la sua bambina. “Saluta il maestro di inglese.”
sabato 18 agosto 2012
Oh Capitano, Mio Capitano - A colloquio
“Bene, per cominciare cantaci una canzone.” Guardo dritto negli occhi il ragazzetto cinese che si fa chiamare King, come il grande Elvis, sperando che da un momento all’altro si metta a ridere e dica: “Ah ci sei cascato. Ti pare che ti faccio cantare una canzone ad un colloquio di lavoro?” Invece King resta impassibile, con quella sua aria da impiegatuccio zelante e quel suo taglio di capelli ordinato e preciso. Lo conosco da meno di 5 minuti e già lo odio. Alle sue spalle, Rita e un’altra ragazza mi fissano in attesa. Rita è quella con cui ho parlato a telefono qualche giorno fa. È la vice-direttrice della scuola ma parla un inglese pessimo, il peggiore che abbia mai sentito. Sono talmente scioccato dalla richiesta che per un intero, interminabile minuto non riesco nemmeno a pensare. In un attimo mi passano per la testa miliardi di immagini senza che possa afferrarne nemmeno una. Sono paralizzato, ed è tutta colpa di questo stronzetto che, ad un colloquio di lavoro, mi chiede di cantargli una canzone. Mi sono messo la camicia, mi sono spruzzato un pò di profumo, ho stampato un CV in inglese dopo aver passato un intero pomeriggio a correggerlo e riguardarlo. E questo vuole sentirmi cantare. “Che ne dici di We wish you a merry Christmas?” incalza il ragazzino. E in quel momento mi ricordo improvvisamente dove sono e cosa sto facendo. “Sei in Cina dannazione, ti aspetti che nelle cose che fai ci sia una logica? Stronzate. Fà quello che ti dice senza ragionarci troppo. Soltanto, fallo con un po’ di dignità.” Un pensiero lucido, finalmente. Va bene, hai vinto tu stronzetto. Vuoi che faccia il pagliaccio? Ebbene, sarò il miglior pagliaccio che tu abbia mai visto. E mi metto a cantare. Non perchè abbia disperatamente bisogno di questo lavoro, ma per dimostrare a me stesso che posso fare tutto nella vita. Anche cantare We wish you a merry Christmas ad un colloquio di lavoro. Lui mi guarda con una punta di soddisfazione da dietro i suoi occhiali. “Bene continuiamo. Perchè non mi disegni una bella tigre?” Mi passa un foglio e una matita, senza staccarmi per un attimo gli occhi di dosso. Solo un anno fa mi trovavo faccia a faccia con una commissione di illustri sinologi a presentare la mia tesi magistrale in storia della Cina, e adesso devo cantare e disegnare di fronte a tre sedicenti insegnanti di inglese con gli occhi a mandorla. “Un bel respiro Giuseppe, tra poco sarai fuori di qui e potrai dimenticarti di tutta questa brutta faccenda.” Stringo la matita con tutta la forza che ho e abbozzo i contorni di un essere informe e orripilante che sembra uscito da un romanzo di Stephen King. I tre scrutano il disegno per qualche istante. La ragazza senza nome accenna un sorriso compassionevole. Il ragazzetto che si fa chiamare King, come il famoso scrittore americano, riprende la parola. “Vedo dal curriculum che non hai alcuna esperienza di lavoro a contatto con i bambini.” Io gli spiego che ho già avuto a che fare con dei mostriciattoli in Italia: davo ripetizioni di inglese a ragazzini delle medie. “Delle medie...” sogghigna, voltandosi verso le due ragazze che gli stanno alle spalle. Loro gli rispondono con un sorrisetto divertito, come se dalla mia bocca fosse uscita la più grande delle baggianate. Il ragazzino si volta nuovamente verso di me e, tornando improvvisamente serio, sussurra: “E’ bene che tu sappia che i nostri alunni hanno un’età compresa tra i 6 e i 10 anni. Alcuni di loro sono estremamente vivaci, altri sono insopportabilmente vivaci, altri ancora sono praticamente ingestibili.” Ripenso per un attimo ai racconti agghiaccianti di Irene. Sì, ci è passata anche lei, come del resto la quasi totalità degli stranieri qui a Kunmng. C’era una ragazza che insegnava in tre scuole contemporaneamente. Un giorno è scomparsa misteriosamente. Si dice in giro che abbia fatto un marmocchicidio prima di andare a rifugiarsi in qualche remota regione montuosa per ritrovare la pace interiore. Quelli di Irene erano un vero è proprio cataclisma, una piaga, come la peste bubbonica o la lebbra. Erano solo in tre ma stavano per procurarle una crisi di nervi. “Posso immaginare” rispondo secco. Il ragazzetto che si fa chiamare King, come l’attivista per i diritti degli afro – americani, dà un’ultima scorsa al mio CV e si toglie gli occhiali. “Bene, direi che ci siamo detti tutto. Ti aspettiamo mercoledì prossimo per la lezione di prova.”
continua la settimana prossima
continua la settimana prossima
"I miei problemi sono iniziati con la prima educazione. Andavo in una scuola per insegnanti disagiati" (Woody Allen)
sabato 11 agosto 2012
Il momento dell'addio
Se vi aspettate un post pieno zeppo di sentimentalismi e di profonde riflessioni sul significato della vita e sul valore dell’amicizia, temo rimarrete delusi. La mia è una semplice constatazione, frutto di settimane passate a salutare, una dopo l’altra, tutte le persone che finora hanno fatto da cornice alla mia esperienza cinese. Del resto, come si dice, dopo un po’ ci si abitua a tutto. Si sta male, si trattiene qualche lacrima, ci si sente improvvisamente disorientati, ma poi si va avanti. Qualcuno recentemente mi ha dato del cinico. Beh, se continuassi a lasciarmi trasportare dalle emozioni come ho fatto in passato non penso che resisterei molto quaggiù. Irene non sarebbe d’accordo con me. Qualche giorno prima di salire sul treno che l’avrebbe portata via da Kunming per chissà quanto tempo (è da un po’ che ho smesso di usare le parole “sempre” e “mai”), mi aveva confidato di essere stufa di tutto questo. Stufa di dover cambiare amici ogni 5/6 mesi, di non poter stringere delle relazioni “solide e durature”. Anche un po’ stufa di Kunming e della Cina. In fondo la capisco, ma non mi sembra un motivo valido per tornare in Italia senza un piano. Ieri ho letto l’elenco delle cose bizzarre che le sono capitate in questi ultimi 12 mesi, dei lavori che si è trovata a fare (“Esistono lavori che non esistono”), e mi sono venute in mente le parole di una mia carissima amica ai tempi dell’università. Era appena tornata dalla Cina e, con l’espressione sognante e un po’ malinconica di chi ha appena concluso un lungo e intenso viaggio, mi disse che quello era il posto adatto per sperimentare novità e svelare aspetti della propria personalità che erano rimasti sepolti per tutta una vita. Oggi finalmente capisco cosa intendesse, e di certo lo capisce anche Irene. Che si è trovata a vagare in solitaria nel Sud-est asiatico per 3 settimane, che ha lavorato come modella nonostante il metro e 60 di altezza, che ha avuto una storia con un suonatore di flauto cinese dalla pelle scura e dai lunghi capelli conosciuto ad un concerto in cui si era esibito con la sua band, che è rimasta intrappolata per più di 6 ore nella camera da letto di una coppia di americani che l’avevano assunta per dar da mangiare ai loro due gatti mentre erano via, che ha fatto la comparsa in un film cinese pieno di star locali che lei nemmeno conosceva, che è stata ad un passo dal diventare una croupier in qualche bisca clandestina. Chissà a quale di questi episodi stava pensando l’altro giorno, quando è improvvisamente scoppiata a piangere per le strade di Macao. Tra qualche ora, in un moderno aeroporto pieno di cinesi e stranieri, dall’altoparlante una voce femminile in un perfetto inglese inviterà i passeggeri del volo Hong Kong – Milano a recarsi al gate per l’imbarco. Una hostess dagli occhi a mandorla controllerà che sia tutto in regola e poi un’altra le indicherà il suo posto. E sarà la fine di un capitolo della sua vita. Niente sentimentalismi, solo un’altra constatazione. Del resto è la fine di un capitolo anche per me, che, dopo Michela e Giovanna, ho perso per chissà quanto tempo un altro punto di riferimento.
"La paghi tutta, e a prezzi d'inflazione, quella che chiaman la maturità" (Francesco Guccini)
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