martedì 20 settembre 2011

Perché un ragazzo d'oggi può decidere di andare in Cina



Perché ci vuole andare e basta.
Perché qualcuno tempo fa gli aveva detto che la Cina era il futuro, e lui si è fidato.
Perché quel qualcuno non gli aveva detto proprio tutto.
Perché vuole assicurarsi di avere una risposta accattivante alla domanda: “E ora che ti sei laureato che farai?”
Perché arriva un momento nella vita di ognuno in cui bisogna andare in Cina.
Perché vuole dare una svolta alla sua vita.
Perché vuole evitare di dare una svolta alla sua vita.
Perché preferisce una dittatura “trasparente” ad una democrazia apparente.
Perché non sa che in Cina c’è una dittatura.
Perché vuole dimostrare a sé stesso e agli altri che, almeno per una volta nella vita, può cavarsela da solo senza fare casini.
Per vedere com’è cambiata la Cina dopo Mao, cos’è rimasto di quell’incredibile progetto che il Grande Timoniere aveva in mente per il suo immenso Paese.
Perché gli hanno parlato di questa immensa discoteca di Pechino, il Maramao, che ha letteralmente cambiato la storia delle discoteche di tutto il mondo.
Perché proprio non ci riesce a trascorrere due giorni di seguito senza complicarsi la vita.
Perché gli hanno detto che le ragazze cinesi sono tutte bellissime e licenziose.
Perché non ha mai conosciuto una ragazza cinese.
Perché vuole sparire per un po’ e tornare a casa da eroe.
Perché è uno di quegli esterofili incalliti secondo i quali tutto ciò che si trova al di là dei confini nazionali è ammantato di quella perfezione che questo nostro insignificante Paese non conoscerà mai.
Perché vuole mangiare cavallette fritte, spiedini di scorpione, zuppa di cane, stufato di gatto, aquila impagliata, corno di rinoceronte al vapore, zanne di elefante arrosto, lingua di serpente e occhio di coccodrillo.
Perché tanto ormai ci ha fatto il callo ad essere considerato un forestiero, uno straniero in terra straniera.
Per vedere se i cinesi sono così cinesi come si dice in giro.
Per avere qualcosa da raccontare ai suoi nipotini quando sarà vecchio.
Per passeggiare sulla Grande Muraglia, scattare centinaia di foto all’esercito di terracotta, prendersi un caffé a piazza Tiananmen, e poi tornare a casa e dire di aver visto la Cina.
Perché è uno di quelli che pensano di risolvere i propri problemi andandosene via, il più lontano possibile.
Perché gli hanno detto che lì il Karaoke non è affatto una cosa da sfigati, e lui ama moltissimo cantare.
Per seguire le orme di Marco Polo, perdersi nell’affascinante e millenaria storia imperiale cinese e infine trascorrere 7 mesi in meditazione in un monastero buddista sperduto chissà dove.
Per inseguire quel tossico di Marco Paolo, perdersi in un sobborgo di Pechino mentre cerca della “buona erba cinese” e infine trascorrere 7 anni ai lavori forzati in un penitenziario di massima sicurezza sperduto chissà dove.
Perché o ora o mai più.
Per girare per le strade di Pechino completamente nudo e urlare: “Free Tibet!”
Perché è fermamente convinto di poter sopravvivere senza mangiare tutti i giorni pasta, pane e formaggio; senza il campionato di calcio la domenica e le coppe al mercoledì; senza il panettone a Natale e le vongole a capodanno; senza il festival di Sanremo a febbraio e Miss Italia a settembre; senza il bar la domenica mattina, cornetto e cappucino; senza il trash televisivo e i comizi politici; senza Berlusconi, Briatore, Dolce & Gabbana, Maria de Filippi, Tiziano Ferro, Corona, Boldi e De Sica, Carlà, Raz Degan, Rex il can, i Savoia, i pacchi, gli scioperi, la crisi, Alfano, la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, la sacra corona unita, Alfano, la spazzatura, le intercettazioni, il bunga-bunga, la pizza sottile e croccante, la nduja non particolarmente piccante.
Perché la Cina batte l’Italia, 3 a 0 senza storia.
Per capire se il mandarino è davvero così difficile come sembra quando lo si studia nel proprio Paese.
Perché non sa cosa lo aspetta.
Perché sa benissimo cosa lo aspetta.

Prima di partire si dovrebbe esser sicuri di cosa si vorrà cercare, dei bisogni veri (Niccolò Fabi)

mercoledì 14 settembre 2011

Una lacrima sul visto

Forse è il caso che cominci a crederci anch’io. Dovunque mi volti tutto sembra indicarmi con chiarezza l’imminenza della partenza. La pila di vestiti accuratamente piegati e disposti ordinatamente nell’angolo dell’armadio; la cartellina con la prenotazione aerea e quella alberghiera che prende polvere sul comodino; il passaporto rosso in bella mostra aperto a pagina 16, che fino a qualche giorno fa era vuota e insignificante come tutte le altre mentre adesso è assolutamente indispensabile affinché io entri regolarmente nel Paese in cui mi sto per avventurare e ci resti almeno per 30 giorni. È strano: ho passato gli ultimi mesi a progettare questo viaggio, mi sono mosso con cautela e allo stesso tempo fermezza, ho vagliato con la massima attenzione le varie possibilità che avevo di fronte e, dopo aver considerato accuratamente rischi e grado di difficoltà, ho scelto con risolutezza la mia meta e fatto in modo di poterla raggiungere nel più breve tempo possibile. E nonostante questo, la sola idea di partire mi sembra un’idiozia bella e buona, nient’altro che una fantasia priva di qualsiasi fondamento. Tutto ciò mi fa pensare che mi trovi ad un’altro importante bivio della mia giovane vita: i cambiamenti che stanno per scuoterla sono di portata talmente colossale che mi è impossibile comprenderli appieno immediatamente. Ci vorrà del tempo, e allora mi conviene aspettare. Una cosa simile mi è successa un paio di mesi fa, nei giorni precedenti e in quelli immediatamente successivi alla discussione della tesi di laurea. Per un po’ ho cercato in tutti i modi di rendermi conto di quello che mi stava per accadere, passando in rassegna tutte le implicazioni che il passo che stavo compiendo comportava, le prospettive che mi attendevano. Ma non sono arrivato da nessuna parte, così ho semplicemente smesso di provarci. Ancora adesso non so bene cosa precisamente significhi per me essermi laureato, e soprattutto averlo fatto in questo angolo di mondo e in questo momento storico. Chissà quanto altro tempo ci vorrà per capirci qualcosa. In fondo è come diventare maggiorenni: chi può dire di svegliarsi la mattina del proprio diciottesimo compleanno e sapere già come cambierà la sua vita? Il sottoscritto dopo sette anni ne ha solo una vaga idea. Quindi, magari è vero che dovrei cominciare a crederci anch’io, ma dubito fortemente che succederà. Se mi conosco quanto penso di conoscermi, e dopo 25 anni vissuti con me stesso penso di conoscermi abbastanza bene, molto verosimilmente accadrà quanto segue: attraverserò le prossime settimane con passo lento e misurato, cercando di riempire le mie giornate più che posso; poi un giorno, esattamente quello indicato sulla prenotazione aerea infilata nella cartellina che prende polvere sul comodino, mi alzerò dal letto, trascinerò la mia valigia semivuota oltre la soglia e salirò su un aereo. Il resto sarà un’incredibile susseguirsi di avventure straordinarie ed esperienze entusiasmanti.
E il libro dice: «Noi possiamo chiudere col passato, ma il passato non chiude con noi» (dal film "Magnolia")