venerdì 27 gennaio 2012

Tra le risaie e le nuvole del sud (seconda parte)

“Volete andarvene entro oggi? È impossibile. È il Chunjie e non ci sono autobus che partono da qui. Vi conviene aspettare domani.” Giovanna, che l’indomani ha un volo per Shenzhen e che quindi deve essere a Kunming entro la nottata, mi guarda con gli occhi sbarrati. “Ti prego, dimmi che ho capito male.” Ora bisogna mantenere la calma, e visto che prevedo che le ragazze la perderanno molto presto, tocca a me farlo. “Ne sei proprio sicuro?” Il ragazzotto prende in mano il cellulare, sceglie alcuni biglietti da visita dal mazzetto che ha in tasca e comincia a chiamare, o a far finta di chiamare. “Niente”, dice dopo la terza “chiamata”. “Oggi non viaggia nessuno. Ma non vi preoccupate, un modo lo troviamo per farvi partire.” Se lo dici tu, con quel ciuffetto sbarazzino e quel ciondolo di Budda appeso al collo. Ripartiamo alla volta della fermata dei bus, il posto desolato dove abbiamo avuto la fortuna o la sfortuna di incontrarlo la sera prima. “Questo sta dicendo un sacco di stronzate.” Le ragazze sono spazientite. “Non è possibile che non viaggia nessuno.” Vedremo. Mentre facciamo a ritroso la strada che ci ha portato in ostello diverse ore prima, il ragazzotto rimette a tutto volume il cd di “musica americana”. Probabilmente lo piazza ogni volta che si ritrova degli stranieri a bordo per dare un tocco internazionale al suo servizio. Toh, le Spice Girls. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ne ho ascoltato una canzone? Di certo non ero su un pulmino con uno sconosciuto dall’altra parte del mondo. Altri tempi, altri problemi. Quando arriviamo nel piazzale la situazione appare più grave di quanto ci aspettassimo: mostri e mostriciattoli con le ruote addormentati un po’ dappertutto, nemmeno lo straccio di un autista. Anche la biglietteria è chiusa. Bruttissimo segno. Chiediamo alle poche persone che incontriamo ma tutti ci danno la medesima irritante risposta: “Oggi sono tutti in vacanza. È il Chunjie.” Io devo cercare di rassicurare le ragazze e allo stesso tempo pensare ad una soluzione più in fretta che posso. “Tu non puoi portarci a Kunming?” chiedo improvvisamente al ragazzotto. Lui ci riflette un po’ su, o fa finta di rifletterci. “Non posso viaggiare solo con voi tre. Però se troviamo altri quattro passeggeri si può fare.” Come se in giro fosse pieno di gente che vuole andare a Kunming, e poi quanto ci costerebbe? “250 a testa.” Intendi dire 200 a testa vero? Vero. Montiamo nel pulmino e cominciamo a girare intorno, fermandoci davanti ad ogni persona che trascina un trolley o che si porta uno zaino sulle spalle e chiedendo se deve andare a Kunming. Alla fine troviamo qualcuno: una coppia di cinesi sulla trentina. Il ragazzotto chiede loro 250 a testa, come a noi. Iniziano a contrattare. Il cinese non ne vuole spendere più di 200, ma il ragazzotto questa volta oppone più resistenza. Ad un certo punto il cinese fa per andarsene e il ragazzotto deve cedere. Salgono sul pulmino anche loro due. L’uomo dice di essere di Taiwan, così come probabilmente sua moglie. La donna ha il viso coperto da una mascherina bianca con fiorellini rosa e un cappello beige. Ci fissa con i suoi grandi occhi scuri senza dire una parola. Appena sa che siamo italiani, l’uomo di Taiwan sputa fuori qualche parola nella nostra lingua. Poco tempo fa ha seguito un corso di italiano ma, dice con imbarazzo, ha dimenticato quasi tutto adesso. “Credi che ci porterà lo stesso a Kunming anche se non trova altri due passeggeri?” gli domandiamo in inglese per non farci capire dal giovanotto. “Io penso che cercherà in tutti i modi di trovarne altri due.” E se non li trova? “Probabilmente ci porterà lo stesso. In fondo, guadagnerebbe 1000 yuan con noi cinque.” Se ho capito che tipo è, e penso di averlo capito, non si accontenterà, ma tengo per me questo pensiero senza esternarlo. “Facciamo una sosta qui, devo lavare la macchina” dice d’un tratto accostandosi in un piccolo spiazzo con una pompa e dei bagni da usare solo in caso di estrema necessità. E perché? “Perché è sporca.” Questo lo vediamo, ma perché adesso? Il ragazzo non sente ragioni, ci fa scendere e comincia a strofinare con la spugna la carrozzeria impolverata. Iniziamo seriamente ad averne abbastanza. “Però se è vero che ci porta a Kunming per 200 yuan ci conviene aspettare” suggerisce Michela speranzosa. Per quel che mi concerne, non sono sicuro che sarà così facile. L’uomo di Taiwan intanto si è messo a smanettare col suo palmare mentre sua moglie è entrata nel cortile di una casa e sta giocherellando con un simpatico cagnolino. Si è sfilata la mascherina rivelando un volto ovale e delle labbra sottili. Quando si accorge che la sto osservando mi sorride e continua ad accarezzare il cuccioletto. Dopo una mezz'oretta il ragazzo si sta occupando degli interni e dei tappetini. Mi avvicino a lui. “Credo che possa andare” gli dico cercando di mantenere la calma. “Hai visto com’è pulita adesso?” chiede con un sorriso trionfante. Si è tolto la giacchetta mostrando un fisico mingherlino. Rimette i tappetini a posto e ci invita a salire. Ha anche spruzzato una specie di deodorante per ambienti al sapore di pesca. Ripartiamo da dove eravamo rimasti: la ricerca di altri passeggeri. Io gli dò una mano, indicando le persone che potrebbero fare al caso nostro. “Chiedi a loro”, “Guarda quelli, quelli lì a destra”, “Questi, questi.” Forse dovrei veramente considerare di mettermi in società con lui. Adesso però devo capire che intenzioni ha realmente, e per riuscirci non ho altro modo che fargli una domanda diretta. Cercando di non farmi sentire dalle ragazze gli chiedo cosa succede se non riusciamo a trovare altri due passeggeri. Lui fa il vago e io incalzo: ci porta lo stesso o no? “Beh, se proprio non ne troviamo altri due, vediamo un po’.” Ok, la risposta è no. E se ne troviamo solo uno? “In questo caso vi costerà cento yuan in più a testa.” Almeno ora so con chi abbiamo a che fare. Dopo una ricerca infruttuosa siamo di nuovo nella dannatissima stazione degli autobus, affamati e un po’ sconsolati. I taiwanesi si dileguano con la scusa di andare a mangiare. Li vediamo poco dopo parlare con l’autista di un taxi. Stanno cercando una soluzione alternativa, e noi dovremmo fare lo stesso. È quasi l’una e noi non ci fidiamo più del ragazzotto. E se riuscissimo a farci portare a metà strada, a Jianshui per esempio? Da lì dovrebbe essere più facile trovare un modo per arrivare a Kunming. Chiediamo al giovanotto quanto ci costerebbe un passaggio a Jianshui. “E poi una volta lì cosa farete? Non è detto che da quella città partano bus per Kunming.” Questi sono problemi nostri, dicci solamente quanto vuoi e per carità di Dio andiamocene via da qui. Sono 150 a testa. Un furto, ma non abbiamo più nemmeno la forza per contrattare, così accettiamo. A questo punto però succede l’inaspettato. Mentre camminiamo verso il pulmino del giovanotto, una signora ci ferma e ci chiede dove dobbiamo andare. Kunming, rispondiamo in coro. “Per Kunming non c’è niente da fare.” E per Jianshui? “Nessun problema, vi ci porto io per 150 yuan ciascuno.” Gli facciamo notare che è la stessa cifra che ci ha offerto qualcun altro, ma per 100 yuan siamo già a bordo senza discutere. Lei ci riflette un po’ su, o fa finta di rifletterci. Intanto il ragazzotto si è accorto che c’è qualcosa che non va. Torna verso di noi e comincia a discutere con la signora. Noi non riusciamo a capire una sola parola, ma non ci sembra una conversazione di piacere. Per la prima volta il giovanotto pare realmente seccato e irritato. “Vanno bene 90 yuan?” ci chiede infine. La legge del libero mercato è intervenuta in nostro soccorso. Prima che possiamo rispondere, nella trattativa si intromette un altro uomo. I tre parlottano per qualche istante, dopodiché il giovanotto se ne va senza dire una sola parola. Lo vediamo allontanarsi per l’ultima volta con il suo giubbettino e il suo ciondolo di Budda. Anche la signora si defila. “Vi ci porto io a Jianshui per 100 yuan, va bene?” ci chiede l’uomo. Va benissimo. Ci fa salire su un pulmino un po’ più sgangherato di quello del giovanotto. Tra tre ore siamo a Jianshui e poi non ci resta che sperare di trovare un autobus per Kunming. Il nostro nuovo autista è di poche parole, ha una guida isterica e ascolta solo canzoni tradizionali cinesi. Ci arrampichiamo nuovamente su per la montagna, temendo per la nostra incolumità ad ogni tornante. Una volta giunti alla città nuova, l’uomo ci fa scendere e ci conduce verso un pullmann di linea che arriva direttamente a Jianshui senza farci pagare un solo yuan in più. Altra tortuosa strada di montagna, altro viaggio allucinante fino a Jianshui. Arriviamo che sono già le 5 del pomeriggio. Questo è il momento della verità. Ripartire o restare. Vivere o morire. Ci precipitiamo verso la biglietteria col cuore in gola. L’impiegata ci chiede di aspettare e si allontana per un attimo. Dopo qualche istante ci si avvicina un uomo. “L’autobus per Kunming parte alle 6, il biglietto costa 80 yuan.” Resistendo al forte impulso di abbracciarlo, ci dirigiamo di corsa verso il mezzo. Davanti appaiono inequivocabilmente i due caratteri che formano la parola Kunming e l’orario di partenza. C’è da fidarsi questa volta, siamo in una botte di ferro, anzi di metallo e lamiera. Il pulman è vuoto, però manca ancora un’ora quindi non c’è niente di cui preoccuparsi. L’autista sistema la giacca sullo schienale del sedile e si mette comodamente a sedere. Questa volta è fatta. Oppure no: alle sei meno dieci ci siamo ancora soltanto noi sul bus. “Dici che parte lo stesso anche solo con tre passeggeri?” Dovrebbe essere così, non è un autobus di linea questo? Meglio chiedere all’autista. Sparito. Ha lasciato la giacca sul sedile, le chiavi infilate sotto lo sterzo e si è volatilizzato. La faccenda è strana, anche perché la stazione degli autobus adesso è quasi completamente deserta. Persino le addette alla biglietteria hanno chiuso baracca e se la sono filata. In lontananza si cominciano a sentire i primi spari e fuochi d’artificio: mancano poche ore al Capodanno. Alle sette di sera ci siamo solo noi, un pullman aperto e un barbone ubriaco che di tanto in tanto tenta delle inquietanti incursioni sul mezzo. La nostra giornata non è ancora finita. Mi sbatto da una parte all’altra della stazione in cerca di qualcuno che sappia qualcosa dell’autista e della nostra benedetta corsa per Kunming. Una donna di mezza età di guardia al casello cerca di rassicurarmi. “Aspetta ancora mezz’ora, se ha lasciato le chiavi e l’autobus aperto dovrebbe tornare a breve.” Cominciano a saltare fuori le congetture più impensabili e bizzarre sulla sorte dell’autista: potrebbe essere stato vittima di un incidente, o essersi fatto male con un botto di capodanno, o semplicemente se n’è andato a festeggiare con i suoi amici da qualche parte, brindando al nuovo anno con baijiu e birra scadente. Per l’ennesima volta in questo folle week-end ci tocca pensare in fretta ad una soluzione. La cosa più saggia sarebbe farsi una nottata in qualche ostello economico per poi tornare in mattinata e saltare sul primo autobus diretto a Kunming. Da qui non ci si mettono nemmeno tre ore, quindi non ci sarebbero problemi per il volo di Giovanna. Ma lei non si arrende. “Usciamo fuori e troviamo un altro modo per andarcene da questo fottuto posto. Non ce la faccio più.” Vorrei dirglielo che è praticamente impossibile riuscirci a quest’ora e in questo giornata, ma è sempre meglio assecondare una donna determinata e nervosa piuttosto che contraddirla. Stiamo scendendo dal pullman e avviandoci verso l’ignoto, quando un uomo sbuca dall’angolo in lontananza e corre verso di noi. È l’autista. “Si parte, si parte.” Non sappiamo se esultare e abbracciarci oppure mantenere scaramanticamente la calma. Ormai non ci fidiamo più di niente e di nessuno. Ma l’autobus parte davvero. Si ferma solo per far salire una ventina di persone poco più avanti, dopodiché imbocca l’autostrada senza indugio. Per rispondere alla vostra domanda di prima, ragazze: no, l’autista non si muove solo con tre persone a bordo; aspetterà anche qualche ora se necessario, fin quando non avrà trovato il modo di imbarcare quanti più passeggeri possibili. È una delle tante cose che abbiamo imparato in questi due giorni. Mentre il pullman scivola dolcemente sull’asfalto e ci riporta a casa, Michela mi dorme sulla spalla e Giovanna sulla gamba. Quante ne abbiamo passate ragazze. Un giorno, quando ci rincontreremo e ripenseremo a questa storia, ci faremo delle grandi risate. Non è mai bello separarsi, specialmente dopo quello che abbiamo condiviso, però questo è decisamente il modo migliore per farlo: un viaggio avventuroso in cui abbiamo dovuto fare testuggine e sostenerci l’un l’altro. In questi mesi ci siamo incontrati, ci siamo scelti, ci siamo rispettati, ci siamo sopportati, ci siamo criticati, ci siamo accettati, ci siamo voluti tanto bene. Ora che sta per finire tutto, che stiamo per abbandonarci, posso dire con certezza che mi sento una persona diversa, in qualche modo più ricca, e posso dire con altrettanta certezza che per voi è lo stesso. Quando arriviamo a destinazione ci diamo un arrivederci che somiglia tanto ad un addio. Ognuno per la sua strada, perché è così che funziona, che ci piaccia o no. A mezzanotte, quando il cielo si colora e l’aria si riempie di fumo e di eccitazione, io sono sul taxi che mi riporta a casa di Nancy. “E’ un peccato lavorare stanotte, ma qualcosa si deve pur fare per vivere” sospira il tassista. Io mi volto a guardarlo. É giovane, magari a casa ha anche moglie e figlio unico a cui non può dire “Xinnian kuaile”, “Buon anno nuovo”, perché “qualcosa si deve pur fare per vivere”. Per stavolta si accontenterà di dirlo ad un ragazzetto straniero che, non si sa esattamente come né perché, è capitato sul suo taxi proprio la notte del Capodanno cinese.

"Per capirmi è necessaria la curiosità di Ulisse di viaggiare in solitaria, vedendo il mondo per esistere."
(Samuele Bersani)

mercoledì 25 gennaio 2012

Tra le risaie e le nuvole del sud (prima parte)

Quando riapro gli occhi mi occorre qualche secondo per capire dove mi trovo, ma non appena realizzo di essere a casa di Nancy non riesco a trattenere una lacrima. Ho fatto un sogno strano: salivo e scendevo da autobus sgangherati in un interminabile viaggio che si snodava tra monti, laghi, cieli tersi, ostelli alla fine del mondo e personaggi a dir poco bizzarri. E poi c’erano anche Michela e Giovanna, le mie inseparabili compagne di avventura da quando sono arrivato qui a Kunming. Mi metto a sedere sul letto e prendo a massaggiarmi le tempie. Che botta questo sogno, non me ne capitava uno così intenso e realistico da tempo. Faccio per alzarmi quando i miei occhi cadono su un cartoncino rettangolare adagiato sul comodino. Sembra un biglietto da visita. Lo prendo tra le dita e lo osservo. In alto c’è una scritta in cinese malamente tradotta in inglese: Welcome to to charter car to see terraced fields. Al centro compare il nome di una persona e in basso un numero di telefono. Tan Lizhi, autista privato. A lato è impressa l’immagine di un panorama mozzafiato: il sole che va a ripararsi oltre due montagne dipingendo il cielo di un rosso infuocato e sotto di esso specie di colline ondulate nascoste tra le nubi. A guardarle così sembrano tanti specchi sinuosi su cui il sole riflette la sua luce creando spettacolari effetti luminosi. Risaie. Montagne. Nuvole. Io ci sono già stato, le ho viste. E non era un sogno, mi è successo veramente. Tan Lizhi, autista privato. Quindi era questo il suo nome. “Come mi chiamo? E’ scritto sul biglietto da visita che vi ho dato”. Dannato ragazzotto dello Hunan, volevi fregarci e hai perso capra e cavoli. “This is what you get when you mess with us”, per dirla con Thom York. Come è potuto succedere tutto questo? Un sorriso si materializza improvvisamente sul mio volto stanco. “Se lo racconto non ci crede nessuno”, penso mentre il sorriso si allarga lentamente. Già, ma io lo racconto lo stesso. 
È cominciato tutto due giorni fa davanti al French Cafè, quando il sole non aveva ancora fatto la sua trionfale comparsa nel cielo di Kunming. Michela e Giovanna sono già lì quando giro l’angolo, con i loro zaini imbottiti di vestiti pesanti e le nuvolette grigie che si formano davanti alle bocche. “Non guardatemi così, sono solo in ritardo di cinque minuti e abbiamo ancora un’ora di tempo prima che parta il bus.” La stazione degli autobus di Kunming è un po’ fuori mano, ma in venti minuti di taxi siamo lì. Ad accoglierci, individui dall’aria poco rassicurante che promettono di portarci qua a là per cifre, a loro dire, convenienti e malinconici viaggiatori che si rifocillano con improbabili zuppe di carne e verdure. La colazione dei campioni, altro che cappuccino e brioche. Il viaggio per Jianshui, qualche centinaio di chilometri a sud di Kunming, scorre in tutta tranquillità e senza particolari scossoni. La cittadina è un tripudio di negozietti più o meno ordinati, con mezzi di ogni genere che sfrecciano su strade dal fondo imperfetto, vecchietti che ci osservano incuriositi e robuste massaie che si portano appresso disgraziati pennuti tenendoli per le zampe a testa in giù. Noi facciamo fatica a riprenderci dal tremendo impatto con i rumori e gli odori del centro. Quando improvvisamente ci ritroviamo nella parte vecchia della città, ci sembra quasi di aver viaggiato nel tempo e nello spazio. Le stradine sono diventate viuzze, le abitazioni casette in mattoni, i negozi bancarelle. Non ci basta, vogliamo di più, vogliamo la vera Cina. Siamo qui per questo. E loro, che lo sanno bene, ce la offrono su un piatto d’argento, anzi di porcellana. Il tempio confuciano di Jianshui è il più grande di tutto lo Yunnan ed in tutta la Cina è secondo solo a quello di Qufu, nello Shandong. Almeno così si dice, ma probabilmente molti abitanti di Jianshui non sarebbero d’accordo. Alcuni di loro si sono addirittura presi la briga di misurarlo in lungo e in largo per dimostrare che è il loro, e non quello della provincia natia del Maestro, il tempio più esteso di tutta la Cina. Ad ogni modo, c’è da rimanere senza parole. Ed è proprio quello che ci succede, a noi come agli altri visitatori. Il risultato è un silenzio da brividi, di quelli che ti rimettono in contatto con tè stesso e con i tuoi pensieri. Silenzi come questo, signori miei, hanno del miracoloso, potrebbero risolvere molti dei più annosi problemi dell’uomo. Ne usciamo rinfrancati nello spirito e con la mente sgombra da ogni assillo. Segue il “Giardino privato della famiglia Zhu”: venti chilometri quadrati di laghetti, giardini curati, eleganti gazebo. La Pace con la “p” maiuscola insomma. E qui, carissimi amici miei, termina la parte rilassante del viaggio. Noi naturalmente non ne abbiamo la minima idea e trotterelliamo allegramente verso la stazione dei pullman, innocenti e beati nella nostra inconsapevolezza. Qualche centinaio di chilometri più a sud, oltre una catena di imponenti montagne, ci aspetta Yuanyang con le sue risaie e i suoi meravigliosi paesaggi. Montiamo su un pulmino dalla capienza massima di diciannove persone. La cosa non ci piace molto. E non solo per i sedili stretti e scomodi, magari fosse solo quello. A preoccuparci è il fatto che l’autista e il suo compare, che solo per comodità chiameremo “controllore”, continuano ad imbarcare passeggeri senza farsi scrupoli. In un attimo siamo più di trenta. “Sanno quello che fanno, non vi preoccupate” dico alle ragazze e a me stesso senza tuttavia credere troppo alle mie parole. Non appena il camioncino parte con un sobbalzo chiudo gli occhi e sogno di correre su una distesa di fiori ed erba. Corro a perdifiato sulla terra morbida e pianeggiante, ma dopo un po’ da sotto cominciano a spuntare collinette e poi  vere e proprie montagne. La superficie sotto i miei piedi d’un tratto è diventata ripida, piena di buche ed avvallamenti, e le gambe non reggono più il peso del mio corpo. Arranco nella salita, ho il fiatone e dai muscoli degli arti inferiori sento arrivare fitte di dolore. Mi risveglio su un pulmino cigolante e stipato di gente che procede a fatica su una strada di montagna polverosa e dissestata. Sotto di noi, il vuoto. Giovanna guarda giù e si aggrappa al mio ginocchio. “Manca tanto?” Ritengo di no, in fondo stiamo viaggiando da più di un’ora e mezza. Non potrei avere più torto. Un’ora più tardi ci stiamo ancora inerpicando sul crinale della montagna. Se non fosse per la guida dell’autista, che usando un pallidissimo eufemismo si potrebbe definire “inopportunamente sportiva”, e per la scarsa visibilità, è ormai sera, si godrebbe di una bella vista. Si intravedono persino le prime risaie. Provo a farlo notare alle ragazze, ma l’occhiata che mi rivolgono è eloquente e dice qualcosa come: “Qui stiamo vedendo la morte in faccia ad ogni curva e tu pensi al paesaggio?” Andiamo, che sarà mai? Qualche tornante preso un po’ troppo largo, un veicolo che procede in senso opposto e che ci passa a qualche millimetro di distanza. Dov’è finito il vostro senso dell’avvent... oh Dio, questa volta ci siamo andati vicini. Quando ragionevolmente si potrebbe pensare che si è arrivati in cima e che non si potrebbe andare più in alto di così, il camioncino continua invece a salire. Ad ogni buca sobbalziamo e pestiamo la testa contro il soffitto. Gli altri viaggiatori invece non fanno una piega. Ogni tanto qualcuno si volta verso di noi e accompagna con sorrisi beffardi le nostra urla di terrore strozzate in gola. Quando cominciamo a scendere, l’oscurità è calata come un velo sulle montagne, trasformando la vegetazione tutt’intorno in indistinte macchie scure. In lontananza si vedono solo isolati puntini luminosi, troppo fiochi per far pensare ad un centro abitato. Siamo ancora lontani. La discesa per alcuni versi è ancora peggio della salita, con l’autista che guida come un pilota di rally sbatacchiandoci da una parte all’altra dell’angusto pulmino. Io comincio quasi a divertirmi, le mie compagne di viaggio un po’ di meno. Un’ora più tardi il nostro mezzo di trasporto si ferma davanti ad una pompa di benzina. Ci guardiamo intorno cercando di capire dove siamo, ma non ne abbiamo il tempo perché l’autista con gesti eloquenti ci intima di scendere giù. Per andare dove? Magari non si è accorto che siamo nel bel mezzo del nulla. L’uomo ci fa segno di avvicinarci ad un altro pulmino fermo dall’altra parte della strada, col motore acceso e pronto a partire. Cerchiamo di capire quello che sta succedendo. “Noi dobbiamo andare a...” “Lo so, lo so” risponde l’autista dell’altro pulmino, spingendoci dentro di peso. Che vorrebbe dire “lo so”? Ci legge nel pensiero? Abbiamo scritto in fronte l’indirizzo del nostro ostello? Non ci resta che fidarci, anche perché ormai siamo già dentro e stiamo salendo su per un altra montagna. Anche questo veicolo è pieno zeppo di gente, ma rispetto a quello precedente è un po’ più comodo. “Noi dobbiamo andare a Yuanyang, Xinjie” dico al mio vicino di posto, indicando l’indirizzo del nostro ostello sulla guida turistica. “E’ il pullman giusto questo?” Lui annuisce e poi si volta dall’altra parte. “Che ha detto?” mi chiede Michela allarmata. “Ha detto di sì, penso”. L’unica spiegazione plausibile è che dalla città nuova ci stanno portando a quella vecchia, che è la nostra meta ultima. O questo, oppure ci hanno rapiti per venderci come schiavi. Dopo un’altra salita e un’altra discesa, non meno terrificanti delle precedenti, il pulmino arriva a destinazione: una stazione di bus, a giudicare dei mezzi parcheggiati tutt’intorno. E adesso? Bisogna subito cercare un taxi e farci portare al nostro ostello. Ma c’è qualcosa che non va: il posto in cui ci troviamo è a dir poco desolato e soprattutto non si vede l’ombra di un auto blu con una scritta luminosa. Sono le dieci di sera e non abbiamo la minima idea di dove siamo, abbiamo lo stomaco vuoto e la testa piena di dubbi. Entriamo in una farmacia, uno dei pochissimi negozi aperti, e indichiamo alla commessa l’indirizzo e il nome dell’ostello. “E’ molto lontano da qui, trenta chilometri circa. A quest’ora però non ci sono mezzi che ci arrivano. E poi c’è il Chunjie”. Il maledettissimo Capodanno Cinese, non poteva capitare più a sproposito. “E quindi che si fa?” mi chiedono le ragazze. Una domanda lecita, per cui però non mi viene in mente alcuna risposta sensata. Usciamo dalla farmacia senza uno straccio di idea, ma proprio in questo momento si avvicina a noi un giovanotto. “Dove dovete andare? Vi ci porto io. Naturalmente vi costerà un po’. Sapete, è il Chunjie.” Un po’ quanto? “Un centinaio di guai a testa, diciamo.” Diciamo anche di no, e via con le contrattazioni del caso. Alla fine ci accordiamo per 50 yuan ciascuno. Il ragazzotto ci conduce alla sua vettura, un pulmino a sette posti un po’ sporco e malandato ma tutto sommato meglio di molti altri macinini visti da queste parti. “Noi dobbiamo arrivare al Sunny Guesthouse, lo conosci vero?” Lui annuisce. “Zhidao, zhidao.” Porta un giubbottino aperto su una camicetta viola. Sembra abbastanza giovane. “Siete qui per vedere le risaie vero? Vi ci porto io. Naturalmente vi costerà un po’. Sapete, è il Chunjie.” Mi sa che c’è ancora da contrattare qui. “Per 250 yuan vi porto in due posti più uno gratis.” Troppo, si può scendere un po’? “Facciamo due e venti e non se ne parla più. Sono tre posti, di cui uno gratis.” Duecento o non se ne fa nulla. “Duecento va bene.” La vettura avanza nella notte su strade di montagna ora asfaltate ora sterrate e piene di curve. L’oscurità non ci permette di capire che tipo di paesaggio ci circonda. L’unica cosa certa è che stiamo salendo, di nuovo. “Ma è sicuro che lo conosce il posto? Chiediglielo ancora.” Giovanna è a dir poco spazientita, Michela ha un gran mal di testa. “Mi sento un cretino a fare sempre le stesse domande. Se ha detto che lo sa vuol dire che lo sa.” Giovanna sbuffa e mi strappa di mano la guida. “E allora glielo chiedo io. Senti, lo conosci o no l’ostello?” Lui annuisce. “Zhidao, zhidao.” E infatti una decina minuti più tardi accosta e si ferma. Noi ci guardiamo intorno. Dell’ostello nemmeno l’ombra. “Siamo arrivati, scendente.” Ah così saremmo arrivati, e dove precisamente? C’è solo un parcheggio e una stradina in discesa senza nemmeno un lampioncino. Lui la imbocca deciso, facendosi luce con il cellulare e intimandoci di seguirlo. Noi gli stiamo dietro a debita distanza, camminando lentamente e con circospezione. Il ragazzotto fa strada e ogni tanto si volta a vedere se siamo ancora dietro di lui. “Fa freddo vero? State attenti a dove mettete i piedi.” Man mano che scendiamo l’inquietudine delle ragazze cresce a vista d’occhio. “Ma dove cazzo ci sta portando questo? Chiedigli se sa dove stiamo andando.” Cerco di spiegare loro che se ci voleva fregare l’avrebbe già fatto. In realtà a pensarci bene questa sarebbe l’occasione giusta per... magari i suoi compari lo aspettano di sotto con un paio di mazze in mano. No, non sta in piedi. Perché prendersi tanta pena per derubare tre studentelli squattrinati? Passiamo tra abitazioni fatiscenti e apparentemente disabitate camminando su viuzze di terra battuta. Il ragazzotto ogni tanto si ferma, si guarda intorno e cambia strada. “E’ difficile da trovare questo posto, e poi non ci vengo da tempo. Proviamo da questa parte.” Niente, un vicolo cielo. Io cerco di tenere a freno l’agitazione delle ragazze, che ormai giustamente non ne possono più. Non ne posso più nemmeno io, ma non abbiamo molta scelta se non continuare a seguire il ragazzotto. Dove altro potremmo andare a quest’ora persi chissà dove tra le montagne dello Yunnan? Qualche minuto dopo il giovanotto si ferma e con il cellulare illumina un’insegna di legno. “Sunny Guesthouse”. Noi non riusciamo a trattenere un urlo liberatorio, manca poco che scoppiamo a piangere. Poi ci fiondiamo verso la reception e arraffiamo le chiavi della nostra camera. Diamo appuntamento al ragazzotto per l’indomani mattina prima dell’alba. Ci aspetta un’altra battaglia, ma adesso possiamo concederci un po’ di meritato riposo. Consumiamo avidamente un piatto di riso fritto e uova preparato da una simpatica cuoca in una specie di piccolo granaio, mentre fuori si sente il leggero scrosciare dell’acqua tra le risaie terrazzate. Sarà dolce addormentarsi cullati da questi rumori, e sarà ancora più bello risvegliarsi in un posto come questo. E infatti sette ore più tardi, dopo una delle più belle dormite della nostra vita, ci affacciamo dal balcone del terzo piano e rimaniamo letteralmente estasiati dalla vista che ci si presenta davanti: una distesa di risaie dalle linee ondulate e morbide. A vederle così, coperte d’acqua, sembrano tanti specchi dalle forme più stravaganti che si stendono a perdita d’occhio sotto un cielo stellato, immerse in un silenzio quasi mistico. Dobbiamo fare presto perché l’alba è vicina. Il giovanotto ci aspetta di sotto. Indossa gli stessi vestiti della sera prima, forse ha schiacciato un pisolino in macchina senza tornarsene a casa. “Dormito bene?” Meglio di quanto tu possa immaginare. Arriviamo al belvedere proprio mentre il sole sta facendo capolino tra le montagne, illuminando l’intera vallata e riflettendo i suoi raggi sulla superficie limpida e immobile delle terrazze. Uno spettacolo mai visto prima e per cui è valsa la pena arrampicarsi fino a qui. Il ragazzotto ci porta in altri due punti di osservazione, come pattuito, e noi ci rifacciamo letteralmente gli occhi. “Se solo avessi qualcosa da investire”, ci dice ad un certo punto con lo sguardo perso oltre la vallata, “comprerei una mongolfiera e ci farei salire una ventina di persone alla volta. Chiedendo ad ognuno di loro 100 yuan per un giro panoramico di un’ora, pensa quanti soldi si farebbero.” Gli rispondo che è una bella idea, ma che ci vuole un bel po’ di grana per partire. “Lo so, devo solo trovare qualcuno ricco che mi finanzi, poi è fatta. Tu conosci qualcuno che è interessato?” Scuoto la testa sorridendo. “Pensa a quanti soldi si possono fare. Diventerei ricco in pochissimo tempo, basterebbe qualche anno di lavoro.” Gli chiedo come spenderebbe i soldi una volta avviato il progetto e cominciato a guadagnare. “Cambierei una macchina al giorno. Ferrari, Lamborghini... e poi le ragazze, ne avrei tante e tutte bellissime.” Gli auguro buona fortuna, che nella vita non si sa mai come vanno le cose. Però gli consiglio di non parlare troppo della sua idea in giro, perché qualcuno potrebbe rubargliela e farci i soldi al posto suo. Quando risaliamo nel suo pulmino lui si massaggia lo stomaco. “Sto morendo di fame e voi? Possiamo fare così: per altri 100 yuan vi porto a mangiare qualcosa di buono e poi a visitare un villaggio Hani.” Si tratta di una delle minoranze etniche stanziate in questa regione. Perché no? Potrebbe essere interessante, ma 100 yuan sono troppi. Si può scendere a 50? “Non meno di 90 yuan. Ricordatevi che c’è anche la colazione.” Non siamo disposti a pagarne più di 70, ultima offerta. Lui annuisce e avvia il motore. “Vi piace la musica americana? Io non ci capisco niente però penso sia bella. Sentite questa.” Poi comincia a canticchiare parole a caso sulle note di “We are the world” del redivivo Michael. Le strade sono affollate da donne e uomini con indosso abiti tradizionali Hani intenti a comprare animali e verdure. Le donne hanno la testa coperta da turbanti blu mentre gli uomini indossano giacche dello stesso colore e pantaloni lunghi. Quasi tutti portano sulle spalle una sorta di cesta di vimini che riempiono con i loro acquisti. Mentre passiamo quasi non si accorgono di noi, tanto sono presi dalle loro commissioni. “Per il Chunjie tutti tornano a casa e passano un po’ tempo con i propri parenti, mangiando e bevendo tutti insieme” ci informa il giovanotto. Gli chiediamo perché invece lui sta lavorando. Non ha intenzione di tornare a casa sua, nello Hunan? Come era facile aspettarsi, ci risponde che al momento non se lo può permettere, che tornerà solo quando avrà fatto un po’ di soldi. Parcheggiamo ed entriamo in un ristorantino niente male per pulizia e ordine, considerando dove ci troviamo. Ordiniamo dei funghi deliziosi, patate fritte un po’ crude, una discreta zuppa di spinaci e tofu e altre verdure. “Tu che fai a Kunming? Lavori?” mi chiede improvvisamente il ragazzo posando le bacchette e assumendo un’espressione seria. Studio, diciamo. “Ti interesserebbe diventare mio socio? Io faccio l’autista e tu la guida. In cinese non te la cavi male, inoltre sicuramente sai parlare inglese. Io non l’ho mai studiato e non conosco una sola parola, ma tu sicuramente sì. Allora, che ne dici?” Gli rispondo che non ho soldi da investire. “Per quello non ti preoccupare, usiamo la mia macchina e ci dividiamo i guadagni 50 e 50. Tu parli con gli stranieri e gli spieghi le cose, io li porto in giro.” Dico che ci penserò, che gli farò sapere. “Il mio numero è sul biglietto da visita che vi ho dato. C’è anche il mio nome. Pensaci, è un bel lavoro. Si va sempre in giro, non ci si annoia mai. Pensaci.” Il villaggio hani è poco più distante. É una specie di museo-ghetto per turisti, con indicazioni in cinese ed inglese ad ogni angolo. Ci abita qualche centinaio di persone, forse di più. C’è una scuola, un mercato, persino un ritrovo per i giovani con un tavolo da biliardo all’esterno. Le donne hani hanno il fascino rude della gente di montagna. Solo poche di loro rispondono al nostro saluto, mentre le altre continuano imperterrite il loro duro lavoro senza curarsi troppo della nostra presenza. Sono brutti tempi per i maiali da queste parti: evidentemente costituiscono il piatto forte nei prelibati banchetti del Chunjie. Dappertutto ci sono persone, soprattutto maschi, impegnate a spellare e sgozzare suini, e le urla di dolore delle povere bestie si levano da ogni casa del piccolo villaggio. É arrivato il momento per noi di andare via. Abbiamo visto quello per cui siamo venuti, ne abbiamo goduto a fondo, ma adesso dobbiamo proprio andare. Chiediamo al giovanotto di riaccompagnarci alla stazione degli autobus per comprare un biglietto per Kunming. La risposta che riceviamo è raggelante. “Volete andarvene entro oggi? È impossibile. È il Chunjie e non ci sono autobus che partono da qui. Vi conviene aspettare domani.” Giovanna, che l’indomani ha un volo per Shenzhen e che quindi deve essere a Kunming entro la nottata, mi guarda con gli occhi sbarrati. “Ti prego, dimmi che ho capito male.” 
Per sapere come va a finire questa storia, se i nostri tre eroi riusciranno nell’impresa di tornare a casa in tempo per il volo di Giovanna nonostante il dannatissimo Chunjie, non perdetevi il prossimo post!  

"We are the world, we are the children, we are the ones who make a brighter day so let's start giving."
(Michael Jackson)

lunedì 16 gennaio 2012

L'Esaminazione

Infine è arrivato il momento di provare che questi tre mesi di corso non sono stati del tutto inutili. E cosa c’è di meglio di un bell’esame? Sapete, risposte multiple, spazi da riempire con l’ideogramma giusto, brani da leggere e comprendere. Qui in Cina ci vanno a nozze con tutta questa roba, specialmente quando si tratta di mettere tutti i partecipanti nelle medesime condizioni e di assicurare un regolare svolgimento della prova. Sarà che hanno cominciato presto, quando il Celeste Impero non aveva nemmeno mille anni di vita e si erano già avvicendate al potere tre dinastie. Allora gli esami rappresentavano una preziosa occasione per farsi strada tra i gangli della burocrazia e assicurare a sé stessi e al proprio clan prosperità e ricchezza. Per questo era necessario garantire che tutto si svolgesse nella più rigida osservanza delle regole. Alcuni esami potevano arrivare a durare anche settimane. Durante questo tempo i candidati non erano autorizzati ad uscire dalle loro cellette, all’interno delle quali, come tante piccole api operaie, tessevano i brandelli di un’educazione fatta di poesie antiche, trattati filosofici, insegnamenti dei grandi saggi del passato. Tutto imparato rigorosamente a memoria e riscritto il più fedelmente possibile. Prima della correzione, tutti i testi prodotti venivano copiati da altri in modo da mascherare la grafia dell’esaminato, il quale era sempre identificato da un numero piuttosto che da un nome anche fittizio. Tutto era fatto in nome della meritocrazia, perché c’era troppo in ballo e nessuno poteva accettare di essere governato da un branco di ignoranti. Che poi si trattasse di una cultura meramente libresca e senza attinenza con la realtà, di carattere umanistico più che scientifico, filosofica e mai tecnica, era un altro discorso. Per chi superava l’esame si prospettava un glorioso ritorno a casa, mentre gli altri dovevano subire l’onta della vergogna per almeno un paio d’anni, prima di avere l’opportunità di riprovare. Sì, i cinesi ci vanno a nozze con questa faccenda degli esami, è un’altra delle loro ossessioni oserei dire. Come il cibo piccante, le divise pseudo militari con tanto di elmetto da crucco indossate dai custodi dei palazzi, i chiassosi impianti stereo montati sui motorini elettrici, le macchine bianche sportive con i vetri oscurati. Allora come oggi, meritocrazia sembra essere la parola chiave, nel senso che solo chi studia ha possibilità di successo. E studiare, allora come oggi, significa principalmente imparare a memoria, immagazzinare ideogrammi in quantità, scrivere e riscrivere intere frasi, esercizi, brani. È l’unica tecnica che veramente funziona, poco importa se il novanta per cento delle nozioni assimilate si dissolve appena un attimo dopo aver consegnato il foglio, o se il ragionamento e l’intuizione sono, oltre che inutili, a volte anche deleteri. Ci si trasforma tutti in macchine, ci si trova a compilare degli esercizi meccanicamente, a comporre delle frasi senza sapere nemmeno perché si siano scelti alcuni caratteri rispetto ad altri. E dopo un’ora e quarantacinque minuti si sente solo un leggero dolore alle dita e al polso, e un gran vuoto nella testa e anche un po’ più in giù. E non si può fare a meno di chiedersi in che modo, a prescindere dal voto finale, un esame di questo tipo possa provare che si sia imparato veramente qualcosa, che questi tre mesi di corso non siano stati del tutto inutili. D’accordo, conosco qualche ideogramma in più rispetto a prima, ma mi rifiuto di credere che imparare questa lingua si riduca all’accumulare caratteri fino a che il cervello non ne sia saturo e cominci a rigettarli. Mi aspetto qualcos’altro, dopo tutto questo tempo e questa energia lo pretendo, anche se probabilmente non ci sarà alcun esame a testimoniare, in maniera ufficiale ed incontrovertibile, che l’abbia trovato.

"Gli esami sono vicini e tu sei troppo lontana dalla mia stanza."
(Antonello Venditti)

sabato 7 gennaio 2012

Il Pomo di Natale

Non so di preciso quando ho cominciato a non sopportare il Natale, né per quale motivo. Forse è stato dopo la fine della scuola, o forse molto prima. Sì, dev’essere stato prima. Ricordo che a sedici anni scrissi un articolo, se vogliamo chiamarlo così, criticando aspramente il consumismo sfrenato e l’ipocrisia della gente. Come tutti i sedicenni ce l’avevo con il mondo, dovevo pur prendermela con qualcuno. Scelsi di prendermela con il Natale, e con tante altre cose. Mi metteva una gran tristezza vedere la gente affannarsi per le strade in cerca di regali, affollare i centri commerciali e costeggiare le mega offerte galattiche, desiderare tutto e accontentarsi di niente. E poi le visite ai parenti, i canditi e l’uva passa nei panettoni, la barba finta di Babbo Natale, l’opulenza ostentata di certi cenoni, i lunghissimi silenzi al termine dei suddetti cenoni, le facce delle persone durante la messa di mezzanotte. Era come se qualcuno si fosse impossessato del Natale, ne avesse cambiato il senso e ci avesse trasformato in tanti burattini. Non mi andava giù, tutto qui. In questi anni non ho mai fatto un solo regalo a nessuno, né scritto una lettera, né inviato un bigliettino di auguri. Quando a casa arrivavano conoscenti e “parenti” di cui fino a quel momento non avevo nemmeno sospettato l’esistenza, andavo a chiudermi in camera. Per me erano solo estranei a cui dover stringere la mano e sorridere senza motivo, persone che per gli altri 364 giorni dell’anno non si sarebbero fatte vedere. Per fortuna, o per sfortuna, l’adolescenza quando se ne va si porta via rancori e risentimenti, e alcune “guerre sante” che si pensava sarebbero state combattute per sempre, semplicemente smettono di avere tutta quella importanza. A venticinque anni ho finalmente deciso di raggiungere un accordo con il Natale, firmare un armistizio e porre fine alle ostilità. Lui lascia in pace me e io smetto di infangare il suo buon nome. E così farò, niente più disfattismo e biasimo. Prendo tutto quello mi fa comodo e il resto lo lascio agli altri, ai fanatici, a quelli che pretendono il pacchetto completo. Le tavole imbandite e la buona compagnia, ad esempio, me le prendo e tengo ben strette. Anche qualche regalino magari, solo un pensiero, niente di ché. Non mi tramuterò mai in un mall zombie, questo no. Le canzoni di Natale invece le lascio volentieri, perché c’è un limite a tutto. E lascio pure i cappellini rossi di Babbo Natale e l’alberello, vero o finto che sia. Mi tengo le luci, che rendono tutto più magico e Dio solo sa se c’è bisogno di un po’ di magia, e un paio di lettere scritte a qualche persona davvero importante. Naturalmente lascio le cartoline natalizie su facebook, i messaggi di auguri pre-impostati inviati a tutta la rubrica, il vischio e il pungitopo, la tombola e il sette e mezzo. Mah sì, un po’ di Natale non ha mai fatto male a nessuno in fondo. E poi quando si è così lontani da casa è tutto amplificato, le esigenze più semplici diventano necessità a cui è impossibile rinunciare. Fortunatamente di italiani che la pensano come me è piena anche Kunming, ed oggi, domenica 25 dicembre, alcuni di loro sono riuniti attorno a questo tavolo. Io guardo il capicollo e il caciocavallo tagliati a fettine sottili con gli occhi lucidi e una specie di morsa alla bocca dello stomaco che non sentivo da tempo.
E pensare che ne avrei di motivi per criticare il Natale qui in Cina, per perdere definitivamente la fiducia in lui. Se non fosse per l’armistizio di cui sopra, ci darei dentro, lo farei a pezzettini. Senza usare mezzi termini, direi che quello che accade qui a Natale è ignobile. In un certo senso è sempre la solita vecchia storia: pochi speculano e tutti gli altri subiscono. Solo che qui, come è facile aspettarsi, tutto ha proporzioni più smisurate. In quest’ultimo mese ho avvertito una sorta di  crescente follia diffondersi tra i cinesi. È cominciato tutto i primi di dicembre, quando sparuti alberelli e fioche lucette sono apparsi nei negozi del centro, come piccole macchie apparentemente innocue. L'infezione si è pian piano estesa all’intera città e, nel giro di una settimana, è stato un trionfo di emaciati Babbi Natale, fiocchi rossi con stelline gialle, ghirlande intrecciate come involtini primavera, slitte marcate Toyota, melodie natalizie ripetute ossessivamente a qualsiasi ora del giorno e della notte. Fino all’esplosione finale la notte della Vigilia, quando branchi di ragazzini in preda a deliranti manie di grandezza si sono riversati per le vie del centro, il volto coperto da maschere vagamente carnevalesche e tra le mani bombolette di neve finta da spruzzare preferibilmente nella bocca e negli occhi di ragazze straniere disarmate. A questo punto vi starete chiedendo: perché? Me lo so chiesto anch’io, più e più volte. Ho come l’impressione che i cinesi si siano trovati questa strana festa che noi chiamiamo Natale un po’ tra capo e collo, come un inserto gratuito e non espressamente richiesto dell’apertura economica e dell’industrializzazione, e, non sapendo esattamente cosa farne, hanno fatto quello in cui probabilmente riescono meglio: copiare. Ma alla loro maniera, riproducendone le fattezze essenziali, la superficie, e lasciando da parte tutto il resto: le origini, il senso, i contenuti. È un po’ come quando Jack Skeleton tenta di riprodurre il Natale nella sua città di mostri, streghe e creature orribili. Le sue intenzioni sono nobili, ma il risultato è quello che è. A differenza di Jack, probabilmente le intenzioni dei cinesi, di alcuni di loro perlomeno, non sono altrettanto ammirevoli. A loro interessa fare i soldi, e in questo hanno avuto successo. Ma c’è di più: vogliono dimostrarci che anche loro sono capaci di organizzare un Natale degno di questo nome, proprio come noi o anche meglio. Vogliono stupirci, ma in questo hanno decisamente fallito. I ragazzini che se ne vanno in giro col volto coperto armati di bombolette di neve finta come se fosse Carnevale o Halloween, sono il naturale risultato della confusione prodotta da questo enorme e assurdo baraccone natalizio allestito sotto gli auspici del consumismo più smodato. E se c’è la possibilità di creare nuove “tradizioni”, o per meglio dire nuove mode, perché non approfittarne? Così ecco che accanto alle classiche cartoline con renne e slitta, appaiono anche le cosiddette “Mele di Natale”. Si tratta di pomi avvolti in una carta regalo da donare ai propri amici e parenti per augurare felicità e serenità, dal momento che uno degli ideogrammi che compongono la parola “mela” graficamente è molto simile a quello di “pace” e si pronuncia allo stesso modo. E cosa si inventeranno l’anno prossimo? La falce candita e il martello di zenzero? Babbo Natale col berretto di Mao che arriva su un carro armato? Saranno i minatori a portare il carbone ai bimbi cattivi al posto della Befana?
No Natale, non ce l’ho con te. Non è colpa tua se viviamo in un mondo governato dal mercato e dalla globalizzazione. Che ci vuoi fare, è vero che non ho più sedici anni ma alcune cose ancora non mi vanno bene. Rispetterò l’armistizio, continuerò a prendermi quello che mi fa comodo e a lasciare agli altri tutto il resto.
Buon Natale a tutti!


"Per fare una canzone di Natale non basta un argomento natalizio, ma occorre un ingrediente più speciale: lo zenzero"

(Elio e le Storie Tese)