domenica 2 dicembre 2012

Made in Italy – ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare i funghi



Quando, una decina di minuti fa più o meno, mi sono sdraiato sul letto ed ho acceso il computer, avevo preso una decisione su come agire. Almeno così pensavo. Avevo scrutato la mia faccia riflessa sullo schermo nero e, come davanti ad uno specchio, le avevo intimato: “Adesso calmati, prendi un bel respiro, e cerca di dimenticarti di quello che è successo oggi. Ecco cosa farai: lascerai scemare la rabbia e scriverai solo di cose belle. Quando deciderai di raccontare questa faccenda, lo farai in maniera più distaccata, adoperando il sarcasmo come un’affilata lama che tutto trafigge. Uscire di scena con stile insomma, senza concedere niente al tuo avversario, senza alimentare il suo ego facendogli sentire che ti ha colpito in basso, dove fa più male.” E probabilmente sarebbe stata la scelta più saggia. Ma, quando sullo schermo del pc è comparsa l’immagine di un veliero e le icone sono cominciate a spuntare una ad una, un dubbio mi ha assalito: e se domani non me ne importasse più nulla? Se di punto in bianco decidessi che non vale la pena sprecare altro tempo ed altre energie per questa storia? Quella sì che sarebbe una bella sconfitta, per almeno 2 motivi:
1)      Lascerei che una faccenda così deprecabile e sporca passasse sotto silenzio, proprio come le altre innumerevoli vicende di questo tipo.
2)      Correrei il serio rischio di smetterla di indignarmi per cose come questa, pian piano comincerei ad accettare supinamente le ingiustizie senza nemmeno provare a far valere le mie ragioni.
Mi sono subito sembrati due motivi più che ragionevoli per cambiare idea in corsa sull’argomento da trattare in questo post.

Oggi vi parlerò dei Signori dei Funghi. I Signori dei Funghi sono tanti: si dice siano in 8, ma esistono varie teorie al riguardo. Come suggerisce il loro nome, si occupano di funghi, secchi e congelati principalmente. Passano la loro vita a viaggiare per il mondo alla ricerca di luoghi pieni di funghi, in modo da farne incetta e inviarne grossi container nella loro terra d’origine, il Regno del Nord (“dove si lavora, si guadagna e si magna”). È qui che sorge il loro quartier generale, nonchè la base da dove i funghi vengono poi venduti. È questo, a grandi linee, il modo in cui i Signori dei Funghi si guadagnano da vivere. Un mestiere onorevole, non si può dire che non si diano da fare in fondo.
Un po’ di anni fa i Signori dei Funghi approdarono in Cina, e precisamente a Kunming. Constatate immediatamente la bontà e la convenienza dei prodotti locali, si fecero i loro bei calcoli da Signori dei Funghi e alla fine decisero che le basi per iniziare un bel business anche in questa parte del mondo c’erano tutte. Ma presto i Signori dei Funghi si accorsero che le potenzialità di questo nuovo paese andavano ben oltre le loro più rosee aspettative. Un problema di non poco conto si presentò allora dinanzi i loro occhi: chi sarebbe rimasto in Cina a far filare l’attività? Loro di certo no. E non solo perchè non parlavano nemmeno una lingua straniera (nel Regno del Nord avevano passato anni interi a pensare a come vendere più funghi possibili, così non era loro rimasto il tempo sufficiente per dedicarsi allo studio), o perchè non avrebbero mai potuto adattarsi allo stile di vita cinese o ai piatti locali. Molto più banalmente, non avevano alcun interesse nel rimanere in un posto di cui non conoscevano quasi nulla, di cui non avevano letto che una manciata di dati economici e legali, in mezzo a gente che non li capiva e che loro non capivano. Loro in fondo erano lì per i funghi, il resto contava poco.
Si impose allora la necessità di fare in modo che qualcuno si assumesse l’onere di restare in quel luogo pieno di funghi al posto loro, svolgendo tutte le mansioni che avrebbero permesso di inviare quanti più container nel Regno del Nord. Una persona di cui fidarsi ciecamente, che sarebbe divenuta un loro prolungamento. A migliaia di chilometri di distanza, avrebbero visto attraverso i suoi occhi e parlato attraverso la sua bocca. Ed è qui che entra in scena un nuovo personaggio: la Dama Sicula.
Si sono dette e si dicono tuttora molte cose su questa fanciulla. Per alcuni è una creatura intrigante, per altri è da evitare come la peste. Che piaccia o meno, la Dama Sicula ha sempre fatto molto parlare di sè in questo paesone che è Kunming. Personalmente nei suoi confronti ho sempre nutrito una certa ammirazione mista ad una piccola dose di diffidenza e sospetto. Qualcuno direbbe che delle donne affascinanti e un po’ arriviste non ci si può mai fidare fino in fondo, ma forse è solo un problema di alcuni maschietti terrorizzati dal confronto con individui di sesso femminile che mostrano doti fuori dal comune.   
Ad ogni modo, la Dama Sicula riuscì in un modo o nell’altro a conquistarsi la fiducia dei Signori dei Funghi e, circa tre anni fa, entrò ufficialmente al loro servizio.
Ah, quanti in questi anni sono letteralmente caduti ai suoi piedi. Tra i suoi pretendenti, il più indomito e tenace era senz’altro un ragazzone messicano dallo sguardo sincero. Un cuoco che le fece una corte spietata per due anni. Sviolinate, regali, pedinamenti notturni, scenate di gelosia. Ma la Dama, forse anche per non uscire dal personaggio, faceva ogni volta un cauto passettino in avanti per poi ritrarsi immediatamente a schivare il colpo. Il messicano non era però tipo da arrendersi così facilmente, e, proprio quando ormai nessuno avrebbe più puntato un centesimo su di lui, portò a casa la partita. 
A pensarci bene, per me tutta questa faccenda è cominciata proprio così. Se solo la Dama Sicula non avesse mai ceduto, se solo la natura non avesse fatto il suo corso e lei non si fosse trovata in compagnia di una creaturina che le stava crescendo dentro... Se tutto ciò non fosse successo probabilmente non avrei mai avuto a che fare con i Signori dei Funghi. E sarebbe stato senz’altro un bene.
Quando all’interno della piccola comunità italiana di Kunming si sparse la voce che la Dama Sicula aspettava un bambino e che presto si sarebbe trasferita in Messico con il suo futuro marito per partorire, in molti andarono personalmente a congratularsi con lei e, già che c’erano, le chiesero, così giusto per sapere, chi avrebbe preso il suo posto al servizio dei Signori dei Funghi. Sempre già che c’erano, le lasciarono anche un CV, perchè non si sa mai. Niente di tutto questo mi passò per la testa: nè congratularmi con lei, nè tantomeno chiedere se avesse un lavoro per me. Fu lei a farmi la proposta. Ancora oggi non mi è molto chiaro il motivo. Forse per far dispetto a tutti quegli ipocriti che improvvisamente erano così interessati alla sua vita privata.

Le regole di un colloquio di lavoro sono molto chiare e, come accade per molte altre cose, si imparano con un po’ di esperienza. Partiamo dal presupposto che il CV serve a poco. La persona che sta dall’altra parte della scrivania spesso non ha nemmeno il tempo di sfogliarlo, o semplicemente preferisce affidarsi all’istinto. Ora, chi viene esaminato ha più o meno 15 minuti per convincere il potenziale datore di lavoro che l’azienda avrebbe bisogno di lui, che il suo apporto sarebbe determinante. Alcuni utilizzano questo tempo per fare un elenco di tutte, ma proprio tutte, le loro esperienze lavorative, limitandosi a recitare i contenuti del loro CV a mò di Ave Maria. Io naturalmente mi guardo bene dal seguire questa strategia suicida, e non solo perchè mi ci vorrebbero meno di tre minuti per fare un elenco completo di tutti i lavori che ho fatto nella mia vita. Affronto il colloquio come ai tempi dell’università, quando all’esame non era tanto importante avere chiare tutte le nozioni. Quello che contava era trasmettere determinate sensazioni, convincere i professori che ti eri davvero divertito a studiare la loro materia (e magari utilizzando i loro libri) e che ti sentivi enormemente arricchito dopo averlo fatto. Il potenziale datore di lavoro non sarà mai in grado di capire se sei davvero adatto al lavoro in 15 minuti, così come un professore, nello stesso arco di tempo, non potrà mai decidere se sei padrone della disciplina o meno. Il colluquio si chiude quasi sempre con la proposta monetaria dell’esaminato e l’eventuale controproposta dell’esaminando.
Oggi mi sono presentato al cospetto di tre Signori dei Funghi e della Dama Sicula forte di queste convinzioni. Non avevo però considerato che una strategia del genere probabilmente funzionarebbe per un lavoro ordinario, ma con i Signori dei Funghi è completamente un’altra storia. Si gioca secondo tutt’altre regole, che qualcuno definirebbe ingiuste e umilianti per chi si presenta al colloquio. Ad esempio, qualcuno si sentirebbe umiliato se, entrato nell’ufficio, uno dei tre Signori dei Funghi gli passasse davanti senza nemmeno un cenno di saluto o una stretta di mano e poi, per tutta la durata del colloquio, non si degnasse di guardarlo negli occhi nemmeno una volta. Qualcuno si sentirebbe umiliato se, mentre espone delle richieste economiche più che ragionevoli, un altro Signore dei Funghi (anzi una Signora per l’estattezza, anzi la figlia di uno dei Signori per l’esattezza) accanto a lui scuotesse la testa vistosamente e ridesse sotto i baffi come a dire: “Cos’è che vuoi te?” (con accento del Regno del Nord ovviamente). Qualcuno si sentirebbe umiliato, e anche preso per i fondelli, se il compenso che gli venisse offerto per fare da interprete in Cina a persone che parlano due parole di cinese ed una di inglese fosse di 25 euro a giornata (10 ore di lavoro in media; un interprete professionista guadagna non meno di 150 euro al giorno). Se poi questo qualcuno non fosse proprio uno scemo qualsiasi (Laurea Magistrale, esperienza di lavoro di un anno in Cina), e soprattutto se dovesse lavorare senza uno straccio di contratto, di visto lavorativo e assicurazione sanitaria (rischiando nella migliore delle ipotesi di essere rispedito al casa al primo controllo), allora avrebbe tutti i motivi di questo mondo per sentirsi umiliato e anche molto incazzato.
Ma io no, figuriamoci se mi incazzo con i Signori dei Funghi. In fondo li capisco benissimo: loro si sono fatti un culo della Madonna (anzi della Madonnina) per mettere in piedi un impero simile. Avranno pure loro il diritto a difendere i propri interessi no? Del resto c’è la crisi dappertutto no? Bisogna stringere la cinghia. Ho deciso: li chiamo e, scusandomi per l’insolenza con la quale ho esercitato le mie assurde richieste, potrei proporre loro di lavorare per una scodella di riso al giorno. Quella di ferro. Proprio come ai tempi di Mao.    

Fanculo a te, sei troppo un cesso e tua mamma gonfia banane giganti, a mazzi da sei (Elio e le Storie Tese)

lunedì 8 ottobre 2012

Fagioli Western



Partiamo dal presupposto che i bacarozzi, o scarrafoni o blatte a seconda dei luoghi, non piacciono a nessuno. Anche quelli che si professano “naturisti” o amanti di tutti gli animali indistintamente, nel vedere questi esserini pelosi e scuri zampettare freneticamente da un angolo all’altro della stanza prima di sparire dietro qualche mobile, non possono trattenere un moto di ribrezzo. Personalmente li trovo moderatamente schifosi, ma nel vederli non faccio nessuna sceneggiata, non provo nemmeno ad eliminarli, cerco solo di tenermi più lontano possibile e pensare ad altro. C’è invece una persona che ha dichiarato guerra all’intera categoria da tempo immemore. Non ho mai visto nessuno provare un odio così sconsiderato nei confronti di un altro essere vivente. Se potesse, Eddy (questo è il nome della persona in questione), dedicherebbe la sua intera vita a sterminare tutti gli scarrafoni che incontrerebbe lungo la sua strada, li cercherebbe senza posa, li stanerebbe uno per uno e poi godrebbe nel guardarli morire nei modi più strazianti. Peccato che uccidere i bacarozzi non sia (ancora) un lavoro retribuito, e in questo momento Eddy ha un estremo bisogno di liquidità. Già perchè i matrimoni costano, specialmente quando decidi che vuoi portare all’altare una fanciulla cinese proveniente da una famiglia cosiddetta tradizionale. Quand’è così ti toccano un bel po’ di scocciature, tipo farti vedere al villaggio almeno una volta ogni 3 mesi e, tra un abbondante pasto ed un altro, cercare di convincere i genitori della tua futura moglie che non sta per abbattersi una maledizione sulla loro intera famiglia perchè la loro innocente figlioletta ha deciso di vendere l’anima ad un diavolo occidentale. Tipo aspettare mesi prima di fissare la data delle nozze perchè lo zio/sciamano, dopo numerosi e complicati calcoli astrali, non è ancora riuscito trovare il giorno più propizio affinchè l’unione sia benedetta dal Cielo. E poi c’è la questione del “riscatto”: una somma di denaro più o meno consistente che il marito deve versare nelle casse della famiglia come risarcimento per aver loro sottratto un paio di braccia che in campagna sarebbero potute tornare utili. Roba d’altri tempi, direbbe qualcuno. Evidentemente da queste parti quei tempi non sono ancora passati, e chissà quanto altro ancora ci vorrà. Tutti coloro che stanno pensando di farsi una famiglia in Cina sono avvisati. Insomma, pare proprio che Eddy dovrà continuare a fare il manager ancora per un po’. Lui che, ai tempi dell’università, portava sempre una bottiglia di vino a lezione di cinese e ne offriva un sorso al mitico Professor Casacchia, quello del vocabolario. Lui che è arrivato qui a Kunming con Lucio quando questa città non era quel dedalo di grattacieli che sta diventando, quando aveva ancora un senso chiamarla “Città dell’Eterna Primavera.” Sembra passata una vita, in realtà era solo il 2004. “A quei tempi era tutta un’altra cosa” mi racconta ogni tanto con gli occhi lucidi. “Non bisognava iscriversi ad una cazzo di scuola per prendere il visto, bastava andare ad Hong Kong. Ti sparavi 25 ore di treno all’andata e 25 al ritorno, pagavi e ti rinnovavano il visto per altri 6 mesi. Poi tornavamo a Kunming e ricominciavamo a distruggerci tutte le sere.” Avevano assunto un insegnante privata e facevano lezione la sera al “The Box” davanti ad un bel po’ di birre. Di affitto pagavano 40 euro ciascuno al mese per un appartamento più che dignitoso. Una ciotola piccola di spaghetti costava 30 centesimi di euro, quella grande 50. E poi c’erano gli Smegma Riot. “Suonavamo parecchio allora, quasi tutti i week end. A Kunming ci amavano. Ci amano ancora. Ogni volta che ci riuniamo facciamo il botto.” Per capire quanto questo progetto sia importante per lui, adesso come un tempo, basta salire al primo piano dell’appartamento dove da 4 anni vive con Mao Mao, quella che tra qualche mese, a meno di cataclismi, diventerà sua moglie. Le pareti sono tappezzate di poster di concerti e serate in bar di Kunming che adesso hanno chiuso e di foto di Lucio e degli altri. Sulla scrivania si intravedono, tra grovigli di fili, un microfono e un paio di cuffie. La prima volta che sono stato qui, Eddy ha cucinato la sua specialità: la fagiolata. Tre tipi diversi di fagioli, pomodorini freschi e una succulenta carne di maiale che, dopo una cottura che assomiglia ad un parto, si amalgamano insieme creando qualcosa che ha del sovrannaturale. Dopo averne divorato un’intera padella ed esserci scolati una bottiglia di vino, abbiamo messo su un film di Sergio Leone e ci siamo accasciati sul divano. Allora non potevo immaginare che questa sarebbe diventata anche la mia casa e che la Serata Western si sarebbe trasformata in una piacevole tradizione da ripetere almeno una volta al mese. È andata più o meno così: un giorno, stanco delle stramberie di Nancy e Olive, ho chiesto ad Eddy di affittarmi temporaneamente la mansarda in modo da poter trovare un’altra sistemazione con calma. Quattro mesi dopo sono ancora qui, in questo appartamento al dodicesimo piano con una enorme terrazza piena di fiori dalla quale si può ammirare quel che resta della “Città dell’Eterna Primavera.” Nel tempio sacro degli Smegma Riot. E più passa il tempo e più mi sembra impossibile che un giorno non troppo lontano dovrò smettere di rimandare il mio trasloco e andarmene sul serio, lasciando Eddy alla sua vita di marito e di manager.   

When a man with a 45 meets a man with a rifle, the man with a pistol will be a dead man  (dal film "A Fistful of Dollars")

lunedì 17 settembre 2012

1/4 di vita

Esattamente un anno fa mi trovavo nella stessa posizione in cui sono adesso: steso a pancia in giu su un letto con davanti un computer. Stavo scrivendo il primo post di questo blog. Di quello che sarebbe successo di lì a poco, nemmeno la minima idea. Poi l’accelerazione improvvisa, di quelle da mal di testa. Volo-fuso-università-nancy-polacchi-esami-natale-capodanno-michela-giovanna-risaie-capodannocinese-tarantino-irene-movida-puzhehei-boatparty-marmocchi.
Un intero anno della tua vita che se ne va così, con una fretta inaudita, senza lasciare spiegazioni, apparentemente senza alcun perchè. Altro che giro di giostra, come direbbe Terzani, questo è più un tiro di schioppo che ti scaglia lontanissimo nel giro di qualche secondo. Perlomeno, hai l’impressione che sia solo qualche secondo. Sì perchè, quando riapri gli occhi e ti fai due calcoli, capisci che, oltre ad essere finito dall’altra parte del mondo, è passato anche un bel po’ di tempo da quando hai deciso, chissà poi per quale motivo, di farti sparare via. In fondo non è così difficile, basta solo un pò di sana disperazione/follia. Molto più arduo, se non impossibile, è fare il percorso a ritroso, tornare da dove si è partiti. Siamo cartucce fumanti da queste parti, ci siamo talmente abituati a muoverci alla velocità della luce che fermarsi, o anche solo rallentare, sarebbe un po’ come morire. D’altra parte, continuando a viaggiare a questi ritmi vorticosi, la prossima volta che mi stenderò a pancia in giu su un letto con davanti un computer, realizzerò che sarà passato un altro anno.
E allora che fare? È proprio questo, signori e signore, il nocciolo della questione. Come riuscire a fermarsi giusto un attimo prima di prendere fuoco? E una volta fermi, da che parte andare?
Ne ho parlato col tarantino qualche sera fa, se non ricordo male proprio il giorno del mio ventiseiesimo compleanno, davanti a un po’ di birre. Il mitico John Nevada aveva appena smesso la chitarra dopo l’ennesimo strepitoso concerto, e noi ce ne stavamo lì a finire le nostre birre e guardare le persone andare via. Ho detto al tarantino, o forse lui lo ha detto a me, che la Cina ci ha cambiati profondamente, e probabilmente per sempre. O meglio: ha scavato dentro di noi come una potente trivella che penetra luoghi sconosciuti persino a noi stessi e libera strane energie primordiali. Certo, era pur sempre uno di quei discorsi astratti che si fanno alla fine di una festa e dopo aver ingollato vari litri di alcol, ma tuttora sono convinto della sua ragionevolezza.
Se potessi, lo spiegherei a mia madre e a tutte le altre persone che mi chiedono cosa ci faccia ancora qui. Dovrei scegliere le parole giuste, dosare il tono, portare più di un argomento a sostegno della mia tesi. E alla fine non è detto che capiscano. Sarebbe come parlare attraverso un vetro spesso e appannato, o come cercare di rivelare un segreto da un treno in corsa a chi ha scelto di rimanere a terra.

Al contrario dei pesci, che coi loro occhi guardano di lato, e delle mosche, che invece guardano dappertutto, noi umani possiamo solo guardare avanti
(dal film "Caterina va in città")

sabato 25 agosto 2012

Oh Capitano! Mio Capitano! – I marmocchi ed io

La “Water-Apple English School” si trova al quinto e sesto piano di un palazzo non troppo moderno a dieci minuti dal centro. Salendo per le scale si incontrano solo uffici e donne delle pulizie. Arrivati in cima, come per magia, i muri si dipingono di un rosso acceso e dappertutto spuntano foto di marmocchietti cinesi intenti ad apprendere la lingua di Sua Maestà. Il silenzio desolante dei primi piani lascia il posto ad urla demoniache. Se l’inferno esiste, deve essere più o meno così. Ripenso per un attimo al “colloquio” di una settimana fa con King, Rita e la ragazza senza nome. Intanto un giovanotto cinese mi si è avvicinato e mi sta fissando. “Tu devi essere nuovo. Non ti ho mai visto.” C’è qualcosa di molto, molto strano nel suo inglese. Dev’essere il suo accento. Gli spiego che ho una lezione di prova con i marm... ehm con i simpatici frugoletti. “Ah bene! Io mi chiamo Richard.” Sì, è decisamente il suo accento. Sembra che si sia mangiato un native speaker londinese e qualche pezzo gli sia rimasto incastrato tra i denti. “Sei mai stato in Inghilterra?” gli chiedo. “No, mai. Però studio il British English da qualche anno. La maggior parte dei cinesi parla inglese con quell’orribile accento americano. Io penso che l’unico, vero inglese sia quello dell’Inghilterra.” Chissà se parla così anche quando fa lezione e, se sì, se le piccole pesti riescono a capirci qualcosa. Prestare attenzione alla pronuncia di ogni singola parola dev’essere estenuante e spesso, come nel caso di Richard, si rischia di risultare poco naturali e stancare l’ascoltatore. “Sto pianificando un viaggio in Italia, non è che potresti darmi delle dritte?” Guardo l’orologio e, con grande sollievo, mi rendo conto che è quasi ora della lezione di prova. Un’ottima scusa per sfuggire dalle grinfie di questa sottospecie di fanatico falsificatore di accenti. Lo saluto, promettendogli che senz’altro gli darò qualche consiglio una volta o l’altra, dopodichè mi precipito verso le aule senza guardarmi indietro. “Giuseppe, ricordami un attimo perchè sto facendo tutto questo.” Soldi. “Ok, ricevuto, procedi pure.” Quando entro nell’aula, il ragazzetto che si fa chiamare King, come il celebre pianista e cantante di colore degli anni ’50 autore della struggente “Smile”, è alla lavagna e sta spiegando qualcosa ad un gruppetto di mezze cartucce sedute di fronte a lui su minuscole sedie di plastica. Appena mi vede, mette il cappuccio al pennarello nero che tiene in mano e mi presenta ufficialmente al suo pubblico. Infine si va a sedere in fondo all’aula e prende a scribacchiare qualcosa su un taccuino. Le mezze cartucce sono otto in tutto e mi scrutano dalla testa ai piedi. Comincio dalle presentazioni. Hanno tutti un’età compresa tra i 6 e i 10 anni e dei nomi inglesi più o meno comuni, tipo: Jack, Steve, Kevin, Lisa, Rose. Mi domando se se li siano scelti da soli o se qualcuno li abbia aiutati. Forse all’entrata della scuola c’è un “Distributore di nomi”: 1 yuan 2 nomi, 2 yuan 5 nomi. Svanito l’iniziale “effetto sorpresa”, ognuno torna a fare quello che fa di solito in classe: quelli diligenti mi ascoltano e rispondono alle mie domande, quelli vivaci cominciano a rincorrersi tra i banchi, quelli lobotomizzati fissano il vuoto con occhi vitrei. Molti di loro, nonostante la giovanissima età, hanno già una vita stressante e delle giornate fittissime di impegni extra-scolastici e corsi di ogni tipo. Pianoforte, poesia, calligrafia, ufologia, riflessologia, violino, violoncello, canto, recitazione. E questo per essere sempre una spanna sopra gli altri, entrare nelle università più rinomate, ottenere i lavori più prestigiosi e fare tanti soldi. Ognuno reagisce a questa pressione a modo suo, ma più o meno tutti vengono su come automi incapaci di ragionare con la propria testa, introversi e insicuri, con notevoli difficoltà nelle relazioni interpersonali. Tutto questo le otto piccole canaglie che mi stanno di fronte ancora non lo sanno, e, a meno che non decideranno di trascorrere qualche anno all’estero in futuro, probabilmente non lo realizzeranno mai. Per adesso quel che conta per loro è far contenti i loro genitori: far bene i compiti, imparare l’inglese, suonare qualche strumento musicale. I trenta minuti di lezione scivolano via rapidamente, e, nonostante il fortissimo mal di testa e le corde vocali in fiamme, penso che ci siano lavori molto peggiori di questo. Il ragazzetto che si fa chiamare King, come la catena di fast food che fa concorrenza a McDonald’s, mi ringrazia e mi informa che riceverò presto una mail con i giorni e gli orari delle prossime lezioni. Nel corridoio trovo Rita ad aspettarmi. Mi chiede com’è andata la lezione, poi mi segue verso l’uscita continuando a fare domande anche piuttosto personali, del genere: “Che fai nel tuo tempo libero?”, “Hai la ragazza?”. Io faccio finta di non capire e punto deciso l’uscita. Arrivato a metà strada scorgo Richard immobile di fronte alla porta, con una cartina dell’Italia in una mano e un foglio bianco nell’altra. Istintivamente prendo il cellulare e faccio finta di aver ricevuto una chiamata. “C’è un’uscita secondaria?” chiedo a Rita, che non vuole saperne di staccarsi da me. “Da quella parte.” Faccio dietro-front e imbocco la porta. Scendo le scale di corsa, temendo di essere seguito. Al secondo piano rallento l’andatura e rimetto il cellulare in tasca. Mentre cerco di riprendere fiato, una donna mi passa davanti tenendo per mano la sua bambina. “Saluta il maestro di inglese.”

That's the time you must keep on trying / Smile, what's the use of crying? / You'll find that life is still worthwhile / If you just smile (Nat "King" Cole)

sabato 18 agosto 2012

Oh Capitano, Mio Capitano - A colloquio

“Bene, per cominciare cantaci una canzone.” Guardo dritto negli occhi il ragazzetto cinese che si fa chiamare King, come il grande Elvis, sperando che da un momento all’altro si metta a ridere e dica: “Ah ci sei cascato. Ti pare che ti faccio cantare una canzone ad un colloquio di lavoro?” Invece King resta impassibile, con quella sua aria da impiegatuccio zelante e quel suo taglio di capelli ordinato e preciso. Lo conosco da meno di 5 minuti e già lo odio. Alle sue spalle, Rita e un’altra ragazza mi fissano in attesa. Rita è quella con cui ho parlato a telefono qualche giorno fa. È la vice-direttrice della scuola ma parla un inglese pessimo, il peggiore che abbia mai sentito. Sono talmente scioccato dalla richiesta che per un intero, interminabile minuto non riesco nemmeno a pensare. In un attimo mi passano per la testa miliardi di immagini senza che possa afferrarne nemmeno una. Sono paralizzato, ed è tutta colpa di questo stronzetto che, ad un colloquio di lavoro, mi chiede di cantargli una canzone. Mi sono messo la camicia, mi sono spruzzato un pò di profumo, ho stampato un CV in inglese dopo aver passato un intero pomeriggio a correggerlo e riguardarlo. E questo vuole sentirmi cantare. “Che ne dici di We wish you a merry Christmas?” incalza il ragazzino. E in quel momento mi ricordo improvvisamente dove sono e cosa sto facendo. “Sei in Cina dannazione, ti aspetti che nelle cose che fai ci sia una logica? Stronzate. Fà quello che ti dice senza ragionarci troppo. Soltanto, fallo con un po’ di dignità.” Un pensiero lucido, finalmente. Va bene, hai vinto tu stronzetto. Vuoi che faccia il pagliaccio? Ebbene, sarò il miglior pagliaccio che tu abbia mai visto. E mi metto a cantare. Non perchè abbia disperatamente bisogno di questo lavoro, ma per dimostrare a me stesso che posso fare tutto nella vita. Anche cantare We wish you a merry Christmas ad un colloquio di lavoro. Lui mi guarda con una punta di soddisfazione da dietro i suoi occhiali. “Bene continuiamo. Perchè non mi disegni una bella tigre?” Mi passa un foglio e una matita, senza staccarmi per un attimo gli occhi di dosso. Solo un anno fa mi trovavo faccia a faccia con una commissione di illustri sinologi a presentare la mia tesi magistrale in storia della Cina, e adesso devo cantare e disegnare di fronte a tre sedicenti insegnanti di inglese con gli occhi a mandorla. “Un bel respiro Giuseppe, tra poco sarai fuori di qui e potrai dimenticarti di tutta questa brutta faccenda.” Stringo la matita con tutta la forza che ho e abbozzo i contorni di un essere informe e orripilante che sembra uscito da un romanzo di Stephen King. I tre scrutano il disegno per qualche istante. La ragazza senza nome accenna un sorriso compassionevole. Il ragazzetto che si fa chiamare King, come il famoso scrittore americano, riprende la parola. “Vedo dal curriculum che non hai alcuna esperienza di lavoro a contatto con i bambini.” Io gli spiego che ho già avuto a che fare con dei mostriciattoli in Italia: davo ripetizioni di inglese a ragazzini delle medie. “Delle medie...” sogghigna, voltandosi verso le due ragazze che gli stanno alle spalle. Loro gli rispondono con un sorrisetto divertito, come se dalla mia bocca fosse uscita la più grande delle baggianate. Il ragazzino si volta nuovamente verso di me e, tornando improvvisamente serio, sussurra: “E’ bene che tu sappia che i nostri alunni hanno un’età compresa tra i 6 e i 10 anni. Alcuni di loro sono estremamente vivaci, altri sono insopportabilmente vivaci, altri ancora sono praticamente ingestibili.” Ripenso per un attimo ai racconti agghiaccianti di Irene. Sì, ci è passata anche lei, come del resto la quasi totalità degli stranieri qui a Kunmng. C’era una ragazza che insegnava in tre scuole contemporaneamente. Un giorno è scomparsa misteriosamente. Si dice in giro che abbia fatto un marmocchicidio prima di andare a rifugiarsi in qualche remota regione montuosa per ritrovare la pace interiore. Quelli di Irene erano un vero è proprio cataclisma, una piaga, come la peste bubbonica o la lebbra. Erano solo in tre ma stavano per procurarle una crisi di nervi. “Posso immaginare” rispondo secco. Il ragazzetto che si fa chiamare King, come l’attivista per i diritti degli afro – americani, dà un’ultima scorsa al mio CV e si toglie gli occhiali. “Bene, direi che ci siamo detti tutto. Ti aspettiamo mercoledì prossimo per la lezione di prova.”

continua la settimana prossima

"I miei problemi sono iniziati con la prima educazione. Andavo in una scuola per insegnanti disagiati" (Woody Allen)

sabato 11 agosto 2012

Il momento dell'addio

Se vi aspettate un post pieno zeppo di sentimentalismi e di profonde riflessioni sul significato della vita e sul valore dell’amicizia, temo rimarrete delusi. La mia è una semplice constatazione, frutto di settimane passate a salutare, una dopo l’altra, tutte le persone che finora hanno fatto da cornice alla mia esperienza cinese. Del resto, come si dice, dopo un po’ ci si abitua a tutto. Si sta male, si trattiene qualche lacrima, ci si sente improvvisamente disorientati, ma poi si va avanti. Qualcuno recentemente mi ha dato del cinico. Beh, se continuassi a lasciarmi trasportare dalle emozioni come ho fatto in passato non penso che resisterei molto quaggiù. Irene non sarebbe d’accordo con me. Qualche giorno prima di salire sul treno che l’avrebbe portata via da Kunming per chissà quanto tempo (è da un po’ che ho smesso di usare le parole “sempre” e “mai”), mi aveva confidato di essere stufa di tutto questo. Stufa di dover cambiare amici ogni 5/6 mesi, di non poter stringere delle relazioni “solide e durature”. Anche un po’ stufa di Kunming e della Cina. In fondo la capisco, ma non mi sembra un motivo valido per tornare in Italia senza un piano. Ieri ho letto l’elenco delle cose bizzarre che le sono capitate in questi ultimi 12 mesi, dei lavori che si è trovata a fare (“Esistono lavori che non esistono”), e mi sono venute in mente le parole di una mia carissima amica ai tempi dell’università. Era appena tornata dalla Cina e, con l’espressione sognante e un po’ malinconica di chi ha appena concluso un lungo e intenso viaggio, mi disse che quello era il posto adatto per sperimentare novità e svelare aspetti della propria personalità che erano rimasti sepolti per tutta una vita. Oggi finalmente capisco cosa intendesse, e di certo lo capisce anche Irene. Che si è trovata a vagare in solitaria nel Sud-est asiatico per 3 settimane, che ha lavorato come modella nonostante il metro e 60 di altezza, che ha avuto una storia con un suonatore di flauto cinese dalla pelle scura e dai lunghi capelli conosciuto ad un concerto in cui si era esibito con la sua band, che è rimasta intrappolata per più di 6 ore nella camera da letto di una coppia di americani che l’avevano assunta per dar da mangiare ai loro due gatti mentre erano via, che ha fatto la comparsa in un film cinese pieno di star locali che lei nemmeno conosceva, che è stata ad un passo dal diventare una croupier in qualche bisca clandestina. Chissà a quale di questi episodi stava pensando l’altro giorno, quando è improvvisamente scoppiata a piangere per le strade di Macao. Tra qualche ora, in un moderno aeroporto pieno di cinesi e stranieri, dall’altoparlante una voce femminile in un perfetto inglese inviterà i passeggeri del volo Hong Kong – Milano a recarsi al gate per l’imbarco. Una hostess dagli occhi a mandorla controllerà che sia tutto in regola e poi un’altra le indicherà il suo posto. E sarà la fine di un capitolo della sua vita. Niente sentimentalismi, solo un’altra constatazione. Del resto è la fine di un capitolo anche per me, che, dopo Michela e Giovanna, ho perso per chissà quanto tempo un altro punto di riferimento.


"La paghi tutta, e a prezzi d'inflazione, quella che chiaman la maturità" (Francesco Guccini)

mercoledì 27 giugno 2012

Via dalla città della nebbia e delle pentole di fuoco

Quando il grosso sleeping bus lascia la stazione dei pullman e si immette nelle caotiche arterie della città, ho i piedi zuppi e un gran mal di testa. L’orologio elettronico in alto di fronte a me mi informa che sono quasi le 8 di sera, non che a Chongqing questo abbia molta importanza. Da queste parti le giornate assomigliano a strade diritte che procedono a perdita d’occhio, senza inizio nè fine, senza svolte o deviazioni lungo il percorso. Il cielo mantiene quel suo colorito livido e greve dalla mattina alla sera e per intere ore il tempo semplicemente resta immobile. Lo senti sopra di te quel cielo, con tutta la sua minacciosa imponenza, sempre più vicino. Ti impedisce di respirare, getta un velo scuro sul tuo umore, ti succhia via le energie ad ogni passo. Scrutandolo non puoi fare a meno di chiederti quando si deciderà ad esplodere, e l’attesa è straziante. Sembra il faccione di un bambino perennemente contratto in una smorfia di dolore e amarezza, la tipica espressione che precede il pianto. Ma nemmeno l’ombra di una lacrima. È andata avanti così per due giorni, mentre camminavamo increduli tra le macerie scintillanti del boom edilizio e consumavamo litri d’acqua minerale per far fronte all’ingente perdita di liquidi dovuta all’afa infernale di fine giugno. Poi stamattina il cielo è finalmente scoppiato in un pianto liberatorio ed inarrestabile. Chissà quanta sofferenza si teneva dentro. E come si potrebbe biasimarlo: nel giro di vent’anni ha visto la città sotto di lui cambiare a ritmo incessante, trasformarsi inesorabilmente in un obrobrio metropolitano. È cominciato tutto dalla fine degli anni ’70, come per molte altre metropoli cinesi, ma le cose hanno preso decisamente un’altra piega nel 1997. In quell’anno Chongqing si distaccò dalla provincia del Sichuan e divenne una municipalità autonoma come Beijing, Tianjin e Shanghai. Nell’ambito del programma di “sviluppo dell’ovest”, ricevette sostanziosi fondi dal governo, cominciò ad attrarre investitori cinesi e stranieri, si espanse fino a raggiungere una popolazione totale di circa 32 milioni di persone. I risultati di tutto questo ho potuto constatarli in questi tre giorni: abitazioni tradizionali su palafitte rase al suolo per lasciare posto ai grattacieli, elevato tasso di inquinamento, marcati squilibri sociali e un gap tra ricchi e poveri che diviene sempre più incolmabile.
Non certo la mia città ideale, penso mentre il pulman che mi sta riportando a Kunming costeggia uno dei due fiumi che attraversano la città. Il colore dell’acqua, manco a dirlo, è tra il marrone e il verde. Sulla superficie spuntano qua e là piccoli lembi di terra dove qualche pescatore aspetta immobile con la canna tra le mani. Mi è addirittura sembrato di vederne qualcuno immergersi nell’acqua fino alle ginocchia. Al di là del fiume, gli enormi grattacieli sono schierati uno di fianco all’altro come invincibili titani avvolti da una nebbia fittissima che ne rende le fattezze persino più mostruose. Mi strofino i piedi raggrinziti e umidi. Stamattina, dopo aver lasciato l’ostello, le mie false adidas comprate a 100 yuan (circa 12 euro) hanno retto solo per una trentina di minuti, poi l’acqua ha cominciato a penetrare il rivestimento esterno, arrivando ai calzini e infine ai piedi. Nel bel mezzo dell’acquazzone abbiamo trovato rifugio in un museo che ripercorreva le vicende dell’accordo segreto firmato nel 1943 tra il Kuomintang di Chiang Kai-shek, la fazione politica in opposizione ai comunisti, e gli Stati Uniti. Durante la guerra civile tra Kuomintang e comunisti, Chongqing era una delle roccaforti della cricca di Chiang Kai-shek e in tutta la città sorgevano uffici, campi di addestramento e prigioni dove erano detenuti traditori e avversari politici. Una di queste è stata oggi trasformata in una sorta di santuario per celebrare i 300 martiri comunisti uccisi qui nel 1949, anno della vittoria dell’esercito di Mao e della fondazione della Repubblica Popolare.
Quando ci è sembrato il caso di uscire dal museo, di cui ormai conoscevamo ogni angolo viste le abbondanti tre ore trascorse al suo interno, la pioggia naturalmente non era cessata e mancavano ancora diverse ore alla partenza. A quel punto c’era soltanto una cosa da fare: mangiare. Lasciate che vi racconti qualcosa sul cibo locale. La cucina di Chongqing, così come quella del Sichuan, predilige decisamente i sapori forti e l’abuso di peperoncino costituisce la regola. Definire questi piatti semplicemente “piccanti” sarebbe poco. Si tratta di una vera e propria tortura per labbra e lingua, che dopo un po’ divengono insensibili a qualsiasi sapore tanto sono intorpidite. La gente va pazza per la lo huoguo (letteralmente “pentola di fuoco”). L’idea è tanto semplice quanto efficace: si riempie un pentolone di brodo bollente e piccantissimo e vi si fa cuocere di tutto. Viscere di qualsiasi animale, funghi, calamari, tofu, radici di loto e chi più ne ha più ne metta. Vi chiederete: “Ma come si fa con quel caldo?” Che vi devo dire, in qualche modo si fa. E poi la gente del luogo sotiene che questo piatto, oltre a tenere caldi in inverno, rinfresca il corpo quando la temperatura sale poichè fa sudare parecchio. Sarà anche così, ma personalmente preferisco rinfrescare il mio corpo davanti ad un condizionatore acceso a palla piuttosto che grondando copiosamente liquidi di scarto.
E proprio pensando alla pentola di fuoco, al brodo fumoso e rosso che ribolle al suo interno come lava nella bocca di un vulcano, chiudo gli occhi e mi addormento. Un sonno profondo come non mi capitava di fare da tempo, men che meno su un pulman che procede a strattoni sbatacchiandomi qua e là. Mi risveglio che sono quasi a Kunming e il cielo è tornato sereno. Quando scendo dal bus sciami di tassisti mi circondano pensando sia un turista venuto a visitare la città dell’Eterna Primavera per qualche giorno. Vorrei dir loro che qui ci abito già da 8 mesi e che possono risparmiarsi tutte le loro manfrine. Invece abbasso la testa e tiro dritto verso casa.

Dovremmo lavorare solo quando piove e appena viene il sole far canzoni nuove (Antoine)

giovedì 21 giugno 2012

L’importanza di chiedersi “Perchè No?”

Non ricordo esattamente a chi sia venuta l’idea, nè tantomeno come sia successo e quando. Non so nemmeno se sia stato per caso o se ci siano volute diverse notti in bianco per partorirla. Sta di fatto che un giorno come tanti io e il tarantino abbiamo cominciato a parlare di una festa in barca e lì per lì la cosa non ci è sembrata affatto male. Ci siamo guardati negli occhi e ci siamo chiesti: “Perchè no?”
Una domanda che dovremmo farci tutti un pò più spesso per evitare paranoie e tentennamenti vari. Noi proviamo a farne uso ogni volta che ne abbiamo l’opportunità, con quel pizzico di incoscienza che è decisamente il sale della vita. Se non l’avessimo mai fatto, chissà dove saremmo adesso. Sicuramente non in Cina, non a Kunming. E quante cose non sarebbero accadute, quante cose non sarebbero mai nate. Il suo progetto MovidaKM (che col tempo è diventato un pò anche il mio), la nostra amicizia, l’ormai leggendario festival musicale di Puzhehei. E adesso questo Boat Party. L’abbiamo chiamato Weishenme Bu?, che in cinese significa proprio “Perchè no?”, giusto per ricordare agli altri, ma soprattutto a noi stessi, che “il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione.”
No, Kunming non si affaccia sul mare, non è Miami e neppure Rio. In compenso, a quaranta minuti di bus dal centro, sorge il lago più grande di tutto lo Yunnan, il Dianchi, sulle cui sponde la gente cerca e trova un po’ di meritato riposo la domenica pomeriggio, dove pazienti pescatori aspettano in silenzio e ragazzini innamorati baciano le loro fidanzate.
Qualche giorno dopo la nostra conversazione, il tarantino si trovava già a bordo di una barca a tre piani lunga 38 metri dal nome “Dianchi Number One”, a discutere con il proprietario per accordarsi sul prezzo. Al suo fianco c’era Steve, un ragazzo torinese che adesso gestisce uno dei bar più alla moda di tutta Kunming e che ha avuto un ruolo altrettanto decisivo nell’organizzazione della festa. Detto fatto. “La barca è stata fermata e a quasi la metà del prezzo che il proprietario ci aveva chiesto all’inizio, inoltre abbiamo anche la band e il DJ” mi ha annunciato trionfante Andrea al ritorno dalla spedizione. Poi è partito per Shanghai, dove si teneva un importante festival itinerante con artisti italiani e cinesi, l’Hitweek, a cui, non so come, era riuscito a farsi invitare come ospite/collaboratore con accesso al backstage.
Me la ricordo bene quella settimana. Avevamo solo 15 giorni per preparare poster, flyer, biglietti e fare la dovuta promozione. Il tarantino mi chiamava tutti i giorni per raccontarmi dei suoi incontri ravvicinati con i Negrita e i Subsonica, di quanto fosse figa Shanghai ma allo stesso tempo di quanto non facesse per lui. Se la stava spassando eccome, ma il suo pensiero era costantemente rivolto a Kunming e alla festa sulla barca. Ci fu un intenso scambio di mail tra me, lui e Steve per accordarci sui testi da inserire nel materiale informativo, dopodichè inviammo il tutto a Yang Yang, la nostra grafica/artista di fiducia. La ragazzina è una tosta, non c’è che dire. Lavora instancabilmente a qualsiasi ora del giorno e della notte, non si ferma finchè il committente non è soddisfatto del suo lavoro. In meno di tre giorni avevamo la versione definitiva di tutto quello che ci serviva per partire con la promozione. Il progetto grafico consisteva essenzialmente in una barchetta di carta che si lascia trasportare dolcemente dalle onde di un azzurro mare. Un’idea semplice ed efficace. Intanto il tarantino era tornato da Shanghai. L’esperienza pareva averlo rigenerato, o forse era solo contento di essere di nuovo a “casa” a prendersi cura dei suoi affari. Oltre alla consueta passione, però, si intravedeva qualcos’altro nei suoi occhi. Una vena di comprensibile preoccupazione, probabilmente. Non ne abbiamo mai parlato apertamente, ma entrambi sapevamo che ragionevolmente esistevano dei margini di rischio. Quando si lotta per cavare qualcosa di concreto da un’idea, per quanto stuzzicante ed azzeccata possa sembrare, arriva sempre il momento in cui bisogna fare i conti con il Dubbio. A una settimana dalla festa noi eravamo più o meno in quella fase, e penso lo fosse anche Steve. Anche perchè, per forza di cose, avevamo dovuto fissare il costo del biglietto a 160 yuan, una cifra che suona irrisoria se convertita in euro (circa 20), ma che da queste parti significa tanto per molti squattrinati studenti cinesi e stranieri. Inoltre, si sa, le persone hanno paura delle novità in generale, e una festa sulla barca sul lago Dianchi lo era eccome. Nessuno ci aveva mai provato prima, ma questo eventualmente poteva rivelarsi un punto di forza. Di buono c’era che in giro se ne parlava parecchio e in molti manifestavano un certo entusiasmo al proposito.
Ad ogni modo, un pò anche per ingannare il tempo, passammo gli ultimi giorni prima dell’evento a pensare a qualche modo per intrattenere la gente a bordo. Oltre alle performance musicali, al rinfresco gratuito, alla crociera di un’ora sul lago, al video dell’evento, serviva qualcos’altro. In meno di mezz’ora il tarantino sfornò una dozzina di idee che oscillavano tra il geniale e l’orripilante. Cos’abbia realmente in testa quel ragazzo è uno dei più grandi misteri di questo mondo per me. Alla fine optammo per due competizioni dal fascino intramontabile: Miss Maglietta Bagnata per le fanciulle e Mister Culo d’Oro per i ragazzi, con due ragazze vestite rispettivamente da poliziotta e marinaretta a far rispettare il (dis)ordine sulla barca. La marinaretta sarebbe stata Irene, che non si tira mai indietro quando si tratta di aiutare due amici e divertirsi un pò. Eravamo pronti.

È l’una e mezza di notte e abbiamo appena finito di trasportare l’attrezzatura della band sul minivan. Ora restano solo da portare fuori gli ultimi fusti di birra prima che il sipario cali definitivamente su questa festa. Lo facciamo con calma, senza troppa fretta, come se volessimo prolungare quanto più possibile il momento. Quando avremo finito anche con questo, ci abbandoneremo su qualche panchina e ingolleremo l’ultimo sorso di birra, chiacchierando del più e del meno mentre l’adrenalina in corpo cala lentamente. Questa è la parte che preferisco di ogni evento per la cui organizzazione abbia dato il mio contributo.
Tra qualche ora potremo cominciare a fare i primi bilanci, a contare i biglietti venduti, a calcolare l’incasso del bar. A valutare attentamente cosa sia andato storto e in cos’altro abbiamo avuto successo. Ma non adesso. L’unica cosa che conta adesso è che sia finita, e sapere di aver finalmente visto con i nostri occhi qualcosa che fino a ieri potevamo solo immaginare è già una piccola vittoria. Almeno per me lo è, e spero lo sia anche per il tarantino e per Steve. Che magari domattina non si troveranno con le tasche gonfie di banconote col bel faccione di Mao, ma per quello c’è sempre tempo tutto sommato.
Se lo chiedeste a me in questo preciso istante, qui sul molo traballante dell'inquinatissimo Dianchi Lake, vi direi che la festa è stata semplicemente memorabile, che se fossi stato un semplice ospite mi sarei divertito proprio come ritengo si siano divertiti in molti stasera.
E vi direi anche di non sottovalutare l’importanza di un “Perchè no?” detto al momento giusto. Può cambiarvi la vita.

Finchè la barca va lasciala andare (Orietta Berti)

lunedì 14 maggio 2012

Muovi il culo

Adesso che frequento i luoghi più cool di Kunming insieme al tarantino, tra feste in barca, concerti rock ed esposizioni di vini pregiati in lussuosi ristoranti, debbo cominciare a darmi un tono. Innanzitutto niente più t-shirt, bisogna tirare fuori le camicie. Bianche o nere a seconda della serata, messe in evidenza da una cintura sobria e raffinata. Ho anche chiuso con le scarpe da ginnastica: solo mocassini, scuri o beige. La barbetta la lascio crescere giusto un pò, perché non averne proprio mi farebbe sembrare un ragazzino privo d’esperienza ed averne troppa mi renderebbe trasandato. Ho cominciato anche ad usare creme per il viso, per le mani, per le gambe, per i piedi. Sì, ci sono anche creme per i piedi. E poi, appuntamento fisso dal parrucchiere di fiducia almeno una volta ogni quindici giorni per tenere a bada il mio ciuffo ribelle. I peli non ho avuto il coraggio di toccarli: sono ancora all’inizio della mia escalation estetica e devo andare per gradi. Inoltre da queste parti sono merce rara, quindi perché dovrei privarmene? C’è però una cosa che proprio non sopporto di me e di cui è arrivato il momento di sbarazzarsi. La panza. La panza è una caratteristica che distingue i Laganà da generazioni. Non importa quanto mangi o quale sia il tuo stile di vita: se sei un Laganà prima o poi avrai la panza. Per un pò di tempo la guarderai con sospetto, ne scruterai attentamente la rotondità, ne constaterai con orrore la consistenza molliccia. Finché un giorno la accetterai per quello che è: una parte di te. Una brutta parte di te, come le unghie sporche e incarnite, la forfora, i brufoli e il cerume delle orecchie, ma pur sempre una parte di te. Così smetterai di farci caso, la porterai a spasso come si fa con un animaletto domestico dall’aspetto raccapricciante. Col tempo imparerai persino a volerne bene, a guardarla con una punta di orgoglio, a darle un nome. Quello sarà l’inizio della fine. Di peggio c’è solo sollevarsi la maglia della salute sudaticcia lasciando la panza scoperta in un afoso giorno d’estate. Io per fortuna mi sono fermato al nome. L’avevo chiamata Roberta. Un bel nome, deciso e allo stesso tempo grazioso. Azzeccatissimo per una panza. Ma questo è stato prima della mia consacrazione ad emblema dell’inimitabile stile italiano nel mondo. Ora le cose sono cambiate e Roberta ha le ore contate. “Proprio così”, dissi un giorno guardandola dritta nell’ombelico, “abbiamo passato bei momenti insieme, ci siamo voluti bene, ci siamo dati tanto. Ma è finita. Capito? Finitaaaaaaaaa. E non cominciare a sudare che non mi impietosisci sai? Dai, non fare così. Meglio questo che la liposuzione, no?”
Tornare a calcare la soffice moquette di una palestra dopo mesi di pressoché totale inattività fisica è un passo importante nella vita di ognuno. La prima cosa da fare per evitare uno shock è procurarsi un amico/a fidato/a con cui fare il primo passo, quello forse più difficile: l’iscrizione. C’era solo una persona che sarebbe stata disposta ad accompagnarmi in questa folle impresa: Irene. Ci incontrammo una volta al Salvador’s e, davanti a due birre, stendemmo il nostro piano d’azione. “Questa qui ha anche la sauna”, “Troppo lontana, ce ne serve una al centro, facile da raggiungere per entrambi”, “Questa sembra carina, che ne pensi?”, “Non saprei, troppi feedback negativi. Dai un’occhiata a quest’altra: è al quinto piano e dai tapis-roulant si può vedere tutta Kunming”, “Negativo, non ce la possiamo permettere.” Andammo avanti così per ore, mentre le bottiglie di birra sul nostro tavolo si moltiplicavano a ritmo incessante. Quando le cameriere ci dissero che il locale stava per chiudere eravamo devastati e anche un pò sbronzi, ma con in mano la soluzione ai nostri problemi. Si chiamava “Palestra del Buon Mattino”, perché, come recitava uno slogan sul volantino, “la cura del proprio corpo comincia già dal mattino.” Ci andammo qualche giorno dopo, pronti a dare battaglia sul prezzo. Ci fecero fare un giro della palestra. Non era davvero niente male, con varie sale piene di attrezzi di ogni tipo. Anche i bagni parevano abbastanza puliti. Finita la visita, ci fecero accomodare su dei divanetti rossi e ci presentarono ad un uomo pelato in giacca e cravatta, probabilmente il manager. Un individuo che con l’Universo-palestra apparentemente non aveva nulla a che spartire: basso e tarchiato, con due lenti spesse come tappi di bottiglia, più che camminare sembrava strisciare, trascinandosi faticosamente tutto il peso del suo corpo abbandonato a sè stesso da tempo immemore. La sua prima offerta fu di 550 yuan a persona (circa 60 euro) per cinque mesi. Niente da fare. La contrattazione fu rapida e alla fine ci accordammo per 450 yuan. Non male. Avevo appena dichiarato guerra a Roberta.  
Sono passati tre mesi da quel giorno e la mia disputa con Roberta non si è ancora risolta a favore di nessuna delle due parti in campo, nel senso che lei proprio non ci sta ad andarsene e io non mi arrendo all’idea di tenermela. In compenso posso dire di saperne qualcosa di più su quel microcosmo che è la palestra in Cina, delle leggi che lo regolano e degli esseri che lo popolano. Dovete sapere che una palestra cinese in apparenza non ha niente di diverso da quelle in cui siamo abituati ad allenarci in Italia. C’è gente che corre sul tapis-roulant, chi fa la cyclette, chi allena gli addominali, chi pompa i bicipiti, chi segue lezioni di aerobica. Insomma, tutto normale si direbbe. Eppure trascorrendoci del tempo ci si sente come colti da una strana inquietudine che non si sa bene a cosa attribuire. Così ti guardi intorno aguzzando la vista e tendendo le orecchie. E di colpo cominci a notare tanti piccoli dettagli che semplicemente stonano con tutto il resto. È come un quadro che visto da lontano sembra impeccabile ma ti basta avvicinarti un pò per renderti conto che tutto è fuori posto: le persone hanno la testa alla rovescia, i pesci hanno le ali e fluttuano nell’aria, gli alberi assomigliano a ragnatele, il laghetto è una distesa di cemento grigio. La palestra cinese è come un dipinto di Dalì, la rappresentazione surrealistica di un sogno in cui ogni cosa non funziona come dovrebbe, non ha l’aspetto che dovrebbe avere.
Ho raccolto queste stranezze in quattro macro - categorie:
1 L’abito non fa il monaco. Chi l’ha detto che per fare attività fisica si debbano indossare indumenti comodi e che lascino traspirare la pelle? I cinesi hanno ribaltato le nostre superate concezioni riguardo l’abbigliamento sportivo. Si può benissimo sollevare pesi in jeans e canotta, o correre sul tapis – roulant in giacca e cravatta, o ancora andarsene di sala in sala con ai piedi sandali da spiaggia.
2 Hai voluto la cyclette? Ora pedala... più forte. In un Paese democratico una persona che si iscrive in palestra tecnicamente sarebbe libera di usare la cyclette come meglio crede. Ma qui siamo in Cina e non c’è spazio per alcuna forma di individualismo. Se hai voglia di pedalare un pò non hai altra scelta se non quella di partecipare ad una tremenda sessione di spinning. Un’altra di quelle cose che, insieme al Karaoke, i cinesi prendono inspiegabilmente sul serio. Ci vuole del fegato per entrare lì dentro, e non solo a causa dell’orribile musica techno che sparano a tutto volume, non solo per la totale mancanza di ossigeno. Ci vuole del fegato a trovarsi faccia a faccia con lei, l’istruttrice, metà donna e metà bicicletta. Una delle cinesi più cattive della storia con i suoi tatuaggi intimidatori, il suo volto perenemmente contratto in una smorfia di fatica e soddisfazione, le sue gambe marmoree, la sua voce acuta. A volte di notte mi sembra quasi di sentire le sue urla agghiaccianti. “Siete già stanchi?”
3 L’antica arte di impezzare. Chiamasi “impezzatore” quel cinese esterofilo e scassacazzo che non appena vede uno straniero vi si fionda incontro e comincia a dire sciocchezze in un inglese più che stentato. Gli impezzatori sono dappertutto: nelle discoteche, agli angoli delle strade, in fila alla posta, al ristorante. Naturalmente affollano anche le palestre. Uno di loro, successivamente ribattezzato “The Natural Born Impezzator” oppure semplicemente “Il Cretino”, l’abbiamo incontrato il primo giorno e da allora non ci ha mollati un attimo. L’ultima volta che l’abbiamo visto ci ha rivelato con orgoglio per nulla dissimulato che prossimamente si recherà a Chengdu, nel Sichuan, per richiedere il visto per gli Stati Uniti, e poi tutta vita in California. “Spero di non incontrare cinesi, altrimenti non posso migliorare il mio inglese. E spero anche di non incontrare giapponesi, altrimenti sicuramente cominceremo a litigare. Ora devo andare, è appena arrivato un mio amico americano.” Un altro impezzatore, poi rinominato “Il Pelofilo”, mi ha impezzato negli spogliatoi. “Quanti bei peli” mi ha sussurrato un giorno mentre mi asciugavo i capelli. “Alle ragazze piacciono, e anche a me.” Poi è rimasto a fissarmi con occhi colmi di desiderio. “Il Panda” è un ragazzo grassottello che viene dal Sichuan. Non appena ha visto Irene se ne è invaghito e ha provato ad impezzarla con la tenacia fastidiosa di un cagnolino che ti si attacca alla gamba e non ha intenzione di mollare la presa. “Voi due siete sposati?” ci ha chiesto un giorno. Io e Irene ci siamo guardati negli occhi, poi io ho detto: “Sì, e abbiamo anche due figli, perciò smamma.”            
4 Altri mondi. Davanti alla sala degli attrezzi c’è una vetrata che separa due mondi che forse non si incontreranno mai. Da una parte una mandria di uomini sudati e puzzolenti e dall’altra una sfilata di meravigliose pulzelle che si appendono ad un palo e girano vorticosamente, mettendo in mostra cosce sode e curve mozzafiato. Come queste incantevoli creature siano finite lì dentro, resta un mistero. A volte indugio per qualche istante davanti alla vetrata, chiedendomi se non sia tutta una colossale allucinazione collettiva, un miraggio causato dall’elevato tasso di testosterone che normalmente si registra in una palestra. Se così fosse, ad uscire da quella porta non saranno stupende e sensuali cinesine di vent’anni, ma donne di mezza età dall’aria sfatta e dal fisico cadente.
E allora mi allontano velocemente dalla vetrata e lascio che l’illusione continui l’indomani alla stessa ora.   

Non sono un atleta. Ho cattivi riflessi. Una volta sono stato investito da un’auto spinta da due tizi. (Woody Allen)


martedì 8 maggio 2012

Olive

Ho sempre pensato alla Nuova Zelanda come uno di quei posti ai confini del mondo, lontani anni luce da quello a cui siamo abituati. Lande desolate abitate solo da pastori e dai loro greggi, mastodontici maori che corrono reggendo tra le mani una palla ovale, fattorie sconfinate, avvincenti regate, una non sempre facile convivenza tra i “bianchi” e gli “indigeni”. E forse la Nuova Zelanda è anche questo. Di certo è molto di più. Olive viene proprio da quelle parti. Quando sono arrivato a casa di Nancy, lei era qui da quasi un anno. Nel primo mese di “convivenza” parlammo sì e no un paio di volte. A quei tempi trascorrevo la maggior parte del mio tempo a scuola e nella mia camera a trascrivere ossessivamente caratteri cinesi che adesso non ricordo quasi più. Attraverso la porta chiusa la sentivo muoversi da una parte all’altra dell’appartamento, aprire cassetti, affettare carote, riempire e svuotare la lavatrice. Insegnava inglese in una scuola privata, una di quelle in cui figli di papà cinesi si preparavano ad un periodo di studio all’estero. Usciva la mattina abbastanza presto e rincasava solo la sera, con in mano bustoni pieni di cibo. Poi, in preda ad una stanchezza insostenibile, prendeva a “seminare” tutti i suoi oggetti per la casa: bollitori, piatti, vestiti, pentole, tazze. Come facesse a ritrovarli il giorno dopo, per me era un mistero. A volte la trovavo sul divano, la faccia incollata al suo MAC e di fianco a lei una ciotola di qualcosa che di punto in bianco aveva smesso di mangiare per chissà quale ragione. Ricordo quella sua espressione, così concentrata su ciò che stava facendo da dimenticarsi di tutto il resto. Avrei potuto mettermi a ballare seminudo davanti a lei e probabilmente non si sarebbe accorta di niente. Poi di colpo ritornava sulla terra, i suoi occhi si riaccendevano e mettevano a fuoco la realtà intorno a lei. Ma tra il mondo reale e quello suo immaginario sembrava propendere nettamente per il secondo. Questo di certo non facilitava la nostra comunicazione, che si limitava ad un “Hey” quando ci incontravamo la mattina in cucina e ad un altro “Hey” alla sera, prima o dopo cena. Stavo quasi per rassegnarmi ad un tipo di rapporto freddo e distaccato, quando un giorno sentii bussare alla porta della mia camera. Era Olive. “Ti disturbo?” Si era messa quella maglietta a strisce orizzontali bianche e rosse che le dava un’aria da teenager, nonostante avesse suppergiù la mia età. I capelli lunghi e castani erano raccolti in una crocchia da un fermaglio a forma di farfalla. Sarebbe potuta essere una bella ragazza, ma, volutamente o no, si accontentava di essere solamente graziosa. Scossi la testa e dissi di no, che non mi disturbava affatto. “C’è una cosa che ho assolutamente bisogno di dire a qualcuno. Nancy non c’è, quindi, se non ti spiace, la dico a te.” Cominciai a preoccuparmi e la invitai garbatamente a sputare il maledetto rospo. “Beh sai, volevo dirti che... insomma, per farla breve, si sono appena conclusi i mondiali di rugby e indovina chi ha vinto? La Nuova Zelanda! Abbiamo vinto i mondiali di rugby.” Rimasi per un attimo interdetto, chiedendomi se avessi capito bene. “Non è fantastico?” aggiunse lei. Allora faceva sul serio. Le diedi il cinque, cercando di essere più convincente possibile. Le dissi che ero molto felice per lei e per il suo Paese ma che il rugby non era proprio il mio sport. “Nemmeno il mio” rispose, prima di fare dietro-front e tornarsene in camera sua, lasciandomi sulla porta più confuso che persuaso. Per un pò di tempo pensai che si fosse trattato di un episodio isolato, che il nostro rapporto non si sarebbe evoluto più di tanto. Lei continuava ad oscillare tra le sue due dimensioni, quella reale e quella immaginaria. Era come se di tanto in tanto si prendesse una piccola vacanza dalla realtà e in quei momenti Dio solo sapeva in quali strani mondi si andasse a cacciare. Di fatto, con mia grande sorpresa, cominciammo a parlare sempre più spesso. Di cinema, soprattutto, che era l’ambito a cui aveva dedicato i suoi studi universitari in Nuova Zelanda. Avevamo più o meno gli stessi gusti, entrambi andavamo pazzi per “The Truman Show”. Un film che, guardato un pò meno superficialmente, parla essenzialmente del bisogno di ognuno di scoprire cosa si nasconda oltre l’orizzonte, di capire quanto ci sia di vero e quanto di inventato nella propria vita. Lo riguardammo insieme una sera, dopo un bel piatto di spaghetti. Sui titoli di coda lei si alzò di scatto e si diresse in cucina. “Mi è venuta voglia di fare un dolce, è passato troppo tempo dall’ultima volta che ne ho fatto uno” disse rovistando nel frigorifero. Da quel giorno cominciò ad impastare torte e ciambelle sempre più frequentemente e in breve il suo hobby si trasformò in una sorta di dolce ossessione al sapor di cannella. Preparò torte al cioccolato, all’arancia, al limone, mousse, tiramisù, biscotti. Una sera fu in grado di farne addirittura tre una dopo l’altra. “Una è per noi, le altre due le porto in chiesa.” Ci andava ogni domenica, faceva anche parte del coro. Una volta mi chiese se volessi andarci con lei. Le spiegai che il mio rapporto con la religione aveva vissuto fasi alterne, che l’educazione cattolica ricevuta paradossalmente mi aveva impedito di scoprire e vivere una mia personale spiritualità. Le raccontai di come avessi più volte creduto e sperato di trovare nella religione delle risposte, delle soluzioni. Ma non era servito a niente, così avevo cominciato a guardare dentro me stesso piuttosto che al di fuori. Olive mi osservò con attenzione, come se stesse cercando di trovare qualcosa nella profondità dei miei occhi. “E’ perchè ancora non hai fatto esperienza di Gesù, è una cosa che bisogna vivere personalmente. È diverso per ognuno, nessuno te lo può raccontare” disse. Le chiesi se a lei fosse capitato, e, se sì, cosa fosse accaduto di preciso. Mi raccontò che a 15 anni aveva vissuto una profonda crisi di fede. “D’un tratto decisi che non volevo e non potevo più credere a tutto quello a cui i miei genitori mi avevano obbligata a credere fin da piccola. Cominciai a frequentare brutte compagnie, smisi di andare in chiesa la domenica.” I suoi genitori non si rassegnarono all’idea che la più piccola delle loro tre figlie si allontanasse dalla strada che avevano predisposto per lei. “Mi portarono in un’isola delle Hawaii dove si teneva un programma religioso di un paio di mesi, uno di quelli in cui ti fanno pregare tutto il giorno, si organizzano letture di gruppo della Bibbia e cose del genere.” Incontrò altre ragazzine che, esattamente come lei, erano state mandate lì per tornare sulla retta via. Molte di loro si rimisero in riga nel giro di poche settimane, oppure semplicemente fingevano bene. Anche Olive sapeva fingere: partecipava a tutti gli incontri, non saltava le preghiere mattutine, in chiesa sedeva sempre nelle prime file. Poi un giorno conobbe una ragazzina americana poco più grande di lei. “Avresti dovuto vederla: in presenza degli adulti teneva un contegno degno di una principessina, ma quando finivano gli incontri si trasformava. Quasi ogni sera, quando si spegnevano le luci nella camerata, spalancava la finestra e si calava giù, per tornare solo la mattina successiva senza rivelare a nessuno dove avesse passato la notte. Una volta mi chiese di andare con lei ma io rifiutai.” Non passò molto tempo, tuttavia, prima che Olive si facesse coinvolgere in una delle bravate della ragazzina americana. Un pomeriggio, dopo la messa, andarono insieme in un negozio di abbigliamento. “Prima di entrare nel camerino mi chiese di stare lì di guardia e non fare avvicinare nessuno. Uscì poco dopo con gli stessi vestiti che indossava prima di entrare, mostrandomi con orgoglio il suo zainetto pieno di indumenti che stava per portare via senza pagare. Ora tocca a te, mi disse. Non so esattamente cosa scattò nella mia testa. Forse non volevo passare per una cagasotto, forse volevo solo vedere ciò che si provava. Sta di fatto che lo feci: rubai due gonne e una camicetta.” Passarono alcuni giorni e il senso di colpa tormentava la giovane Olive sempre più. La ragazzina americana sfoggiava senza pudore i capi che aveva rubato, mentre lei non aveva nemmeno il coraggio di guardarli. Per un pò cercò di dimenticare la cosa, di lasciarsela scivolare addosso. Ma il peso di quello che aveva fatto era troppo gravoso, così un giorno decise di raccontare tutto ai suoi genitori. Suo padre la ascoltò in silenzio, infine disse: “Questa storia dimostra che, nonostante abbia ceduto alle tentazioni del Demonio, il tuo cuore è ancora puro. Ma hai commesso un errore ed è giusto che paghi per questo.” La obbligò a tornare al negozio, ammettere la sua colpa e prepararsi ad espiarla. “Per me fu una delle cose più difficili che mi fossi mai trovata a dover fare. Al solo pensiero mi sentivo invadere da un senso di vergogna mai provato prima.” Olive tornò al negozio la mattina successiva e restituì i vestiti rubati. Il proprietario le strappò di mano i capi e l’avvertì che avrebbe chiamato la polizia se solo l’avesse vista rimettere piede lì dentro. Intanto il programma volgeva al termine e Olive piombò in una cupa disperazione. Aveva coperto sè stessa e la sua famiglia di imbarazzo e non si sentiva affatto rinnovata nello spirito, tutt’altro. “L’ultima sera eravamo tutti in chiesa a cantare come al solito. Io muovevo le labbra senza emettere alcun suono. Mio padre non mi parlava da diversi giorni, non mi aveva ancora perdonata. Mia madre non mi perdeva mai di vista, mi seguiva persino in bagno per paura che rubassi il sapone. Ad un certo punto successe qualcosa. Avvertii una specie di calore sulla pelle, come se improvvisamente fosse spuntato il sole. Mi guardai le mani. Erano come ricoperte da piccoli puntini luminosi. I puntini si fecero sempre più numerosi e luccicanti e poi cominciarono ad estendersi alle braccia, al busto e alle gambe. In un attimo ne ero completamente ricoperta. Sollevai la testa, mentre calde lacrime mi rigavano il viso, e mi accorsi che la stessa cosa stava succedendo a tutti gli altri. Le persone si osservavano incredule le mani e le braccia cosparse di un luce che di naturale aveva ben poco. Alcuni piangevano forte, altri si gettavano a terra urlando di gioia, altri ancora continuavano a cantare con maggior vigore. Andò avanti così per un paio di minuti, poi la musica cessò di colpo e la luce misteriosa sparì. Allora ci prendemmo tutti per mano e uscimmo dalla chiesa in silenzio. Questa è la storia di come ho conosciuto Gesù. Spero di non averti annoiato o spaventato.”

C’è stato un tempo della mia vita in cui avevo smesso di usare l’immaginazione, in cui avevo lasciato che la mia testa prendesse il sopravvento, escludendo il cuore da tutte le mie decisioni. Non so perchè sia successo, forse credevo non esistesse altro modo per capire quanto ci fosse di vero e quanto di inventato nella mia strana esistenza fatta di orizzonti di cartongesso e comparse senza importanza. Quando Olive mi raccontò questa storia, fortunatamente, quel periodo era già finito o si avviava alla conclusione. La ascoltai attentamente senza perdermi un solo dettaglio e, cosa più importante, senza pensare nemmeno una volta: “Questa è proprio pazza.” E alla fine quei piccoli puntini luminosi quasi li vedevo sulla mia pelle, quel calore di cui parlava quasi me lo sentivo addosso. No, quel giorno non incontrai Gesù, la mia fede da tempo assopita non si risvegliò miracolosamente. In compenso, e non è certo poco, feci veramente esperienza di una ragazza della mia età che veniva da un posto lontano, ai confini del mondo si direbbe, dove il numero delle pecore è dieci volte superiore a quello degli esseri umani e mastodontici maori corrono reggendo tra le mani una palla ovale.


"In case I don't see ya, good afternoon, good evening and good night"
(dal film "The Truman Show")