domenica 25 marzo 2012

Lunga vita agli Smegma Riot !

Del 2004 non ricordo niente, nemmeno le cose più importanti. Non ricordo chi vinse il campionato, chi trionfò a Sanremo, se ci furono gli Europei o i Mondiali e dove si tennero, chi era al governo e come ci era arrivato. Tutto rimosso, cestinato, rinchiuso nei recessi più remoti della mia mente. Non era certo un periodo esaltante della mia vita del resto. Mi avviavo stancamente verso una dubbia maturità e il mio futuro era avvolto da una nube di incertezza. Come quasi tutti i miei coetanei, sapevo solo che volevo o dovevo andarmene dallo Stretto di Scilla e Cariddi, dal Regno della Sopraffazione, dal Paradiso Abbandonato. In quello stesso anno, mentre mi arrovellavo il cervello in cerca di risposte e mandavo al diavolo la mia adolescenza, Lucio approdava nel Regno di Mezzo alla soglia dei 30 anni. A quei tempi della Cina si parlava molto meno che adesso, il che era un bene probabilmente, e quelli che ci andavano a studiare o in cerca di lavoro erano ancora considerati dei pionieri. Non so se Lucio pensasse a sè stesso in questi termini. L'idea gli era venuta in un pomeriggio come tanti altri, nella noia della routine universitaria, magari proprio mentre preparava uno degli ultimi esami di lingua cinese. Mi sembra di sentire la sua voce mentre dice ad Eddy, il compagno di una vita, qualcosa come: "Perchè non ce ne andiamo Cina e fondiamo un gruppo punk? Diventiamo famosi e ricchi e ci sbattiamo tante belle cinesine. Possiamo cominciare con dei pezzi dei CCCP e dire che sono i nostri. Tanto chi cazzo li conosce i CCCP in Cina." Eddy, che era matto quasi quanto lui, non ci pensò un attimo. Chissà se Lucio credeva veramente di poter sfondare in Cina, in un genere musicale peraltro ancora semisconosciuto da quelle parti, o se stava solo cercando di superare a modo suo l'inevitabile crisi post-universitaria. Sta di fatto che prese e partì, accompagnato dal fedelissimo Eddy. Scelse di cominciare da Kunming, una città della Cina sud-occidentale in piena espansione ma ancora un po’ provinciale. I nostri due eroi non fecero fatica a trovare altri tre sfaccendati che credessero nel folle progetto a tal punto da voler esserne parte. Uno di loro era uno svitato e arrogante suonatore di bossa nova dai riccioli rossi, l'altro un chitarrista romanaccio dai lunghi capelli corvini e infine c'era un bellissimo ragazzo americano che, per oscuri motivi, aveva interrotto la sua promettente carriera di modello e si era messo a studiare il mandarino e a suonare la batteria. Erano nati gli Smegma Riot. Le prime divergenze interne sorsero quando Lucio manifestò la sua intenzione di fare del punk "impegnato". "Impegnato in cosa?" gli chiese il romanaccio. I cinque si guardarono negli occhi e capirono in un istante che gente come loro non poteva mettere su niente di serio, artistico e professionale. Gli Smegma sarebbero state bestie da palcoscenico, avrebbero incarnato l'anima più pura e anarchica del punk. Del resto Lucio e Eddy erano tutt'altro che usignoli. Sul palco non potevano far altro che urlare a squarciagola e sbattersi come dannati e già a metà concerto erano senza voce. Il diaframma non sapevano nemmeno dove fosse collocato, figuriamoci se sapessero come usarlo. Cominciarono ad esibirsi e a riunire intorno a sè sempre più accoliti, per la maggior parte ubriaconi e vagabondi della loro stessa risma. Passarono così intere settimane, che poi diventarono mesi, che infine diventarono anni. Tre per la precisione. Ma gli Smegma ancora non avevano preso il volo. Il progetto di Lucio di diventare ricco e famoso nel giro di qualche mese, un anno al massimo, era andato a farsi benedire, e questo lo faceva incazzare parecchio. Bisognava inventarsi qualcosa di sensazionale e assurdo. Un’idea folle cominciò a prendere vita nella sua testa. Quando rivelò a Eddy, che intanto era diventato uno stimato manager senza però rinunciare alla sua vocazione punk, la sua intenzione di organizzare un tour di tre settimane in tutta la Cina, l’amico fidato si accarezzò la barbetta meditabondo e poi urlò trionfante: “ma certo! E lo chiameremo "La Lunga Marcia Tour", come la ritirata militare dell'esercito di Mao del '34".
Nel 2007 ero al secondo anno di università. Me la passavo un pò meglio rispetto a tre anni prima, ma la mia vita a ancora lontana da una vera e decisa svolta. Per i motivi più svariati, primo fra tutti la mancanza di alternative valide, anch’io come tanti avevo scelto di studiare la “lingua del futuro”, che di lì a poco si sarebbe trasformata in quella del presente, ma a quei tempi non avevo ancora capito bene in quale guaio mi ero andato a ficcare. Ero ancora nella fase: “ma come è interessante questa lingua, ma come è esotica questa lingua, ma come è utile questa lingua”, e incameravo con orgoglio gli sguardi allibiti e ammirati degli altri quando rispondevo alla domanda: “Cosa studi?” Mi dilungavo in pedanti digressioni sulla millenaria civiltà cinese, sulle tante sfaccettature del suo complesso e antico sistema lingustico. Discorrevo di Mao e comunismo cinese, per poi affrontare lo spinoso tema “socialismo di mercato”. Sul Tibet glissavo con un secco: “no comment”. Parlavo con un certo, ingiustificabile orgoglio di cose lontane anni luce da me e di cui non avevo che una conoscenza sommaria. Forse era solo un miraggio, forse avevo bisogno di una piccola, fioca luce da seguire in un momento in cui nel mio Paese crollava ogni certezza. Ma probabilmente ero salito sul carro dei vincitori troppo presto.
Intanto, sempre in quell’anno ma dall’altra parte del mondo, gli Smegma erano pronti a prendere un treno per il successo, uno di quelli che passano solamente una volta e che non bisogna farsi scappare. C'erano solo due modi in cui sarebbe potuto finire il tour: 1. i cinque sarebbero entrati nell'Olimpo cinese del punk e la loro vita sarebbe cambiata per sempre; 2. nessuno se li sarebbe "cagati" di striscio e le bestie del punk si sarebbero dovute prepare a tutto ciò che avevano sempre cercato di evitare: assumersi delle responsabilità, preoccuparsi dei soldi, non arrivare a fine mese, andare a letto presto per andare in ufficio tutti i santi giorni. Tutto o niente, e questo Lucio lo sapeva. Non so di preciso quanti e quali furono i motivi del loro fallimento, se alcuni influirono più rispetto ad altri, quanto furono indipendenti dal talento e dalla passione dei nostri cinque eroi. Forse la Cina non era pronta per gli Smegma e per il punk, forse furono solamente sfortunati o forse suonarono nei posti sbagliati. E comunque non mancarono concerti spettacolari e sbalorditivi. Sta di fatto che se ne tornarono a Kunming con una montagna di cd e magliette invendute e qualche debito.
La prima volta che sentii parlare degli Smegma Riot fu qualche mese fa, alle soglie del 2012. Da quell'insignificante 2004 e da quel 2007 non certo memorabile sono cambiate molte cose, mi sono persino laureato, ma ancora non ho risolto il nodo cruciale che mi assilla fin da quei tempi: cosa fare esattamente della mia vita. Senza saperlo ho seguito le orme di Lucio: mi sono iscritto all'Orientale di Napoli, ho studiato il cinese e sono finito a Kunming, che intanto si è sviluppata parecchio e non è più così provinciale. Certo, a differenza del fondatore degli Smegma, non sono arrivato qui con nessun tipo di velleità artistica. Volevo solo provare a me stesso che ero in grado di imparare questa strana lingua. Era il mio modo personale di superare l'inevitabile crisi post-universitaria. "La notte di Capodanno suona questo gruppo punk italiano, gli Smegma Riot. Sono delle capre, ma sono troppo forti. L'importante è che sei ubriaco fradicio, poi il divertimento è assicurato." Così mi dissero una sera al "The Box", alle soglie del 2012. E io ci andai armato delle peggiori intenzioni, perchè, che diavolo, ogni tanto bisogna andare fuori di testa. Tutto ciò che ricordo di quella notte è un fracasso infernale, un guazzabuglio di suoni assordanti che nessuno con un pò di sale in zucca si azzarderebbe mai a definire musica. E poi c'era questo ragazzetto mingherlino che indossava pantaloni di pelle aderenti e si lanciava da un angolo all'altro del palco a torso nudo. Spalancava la bocca ma le parole che vi uscivano erano come goccioline che cadono nel mare, inconsistenti e inafferrabili. Era Lucio. Qualche giorno dopo tornò in Italia per presentare il suo libro: "Punk Road in Cina", un romanzo/diario che dice di lui e degli Smegma molto di più di quanto possa sembrare ad una prima, distratta lettura. Certo, non è un libro che eccelle per lo stile, ma mentirei se dicessi che non mi sono divertito a leggerlo. Leggendolo si prova la stessa sensazione che si ha assistendo ad un concerto degli Smegma, quello strano mix di disgusto e sballo, di fastidio e aderenalina.
A maggio si esibiranno a Chengdu, nella provincia del Sichuan, in uno dei più importanti concerti rock di tutta la Cina. Magari ci andrò. Magari alla fine del concerto, se avrò ancora la forza di reggermi in piedi, mi avvicinerò a Lucio e gli stringerò la mano. Forse non passerà alla storia come cantante o come scrittore, ma diavolo se ce ne avrà di cose da raccontare ai suoi nipotini!

"It's a lonely job but somebody has to do it/just take a deep breath and dive right down/such a beautiful oyster with a pearl inside, taste her kiwi, bonnet mound"

(Smegma Riot)

lunedì 5 marzo 2012

Pioverà

Stavo camminando allegramente per le vie del centro, le cuffie alle orecchie e gli occhiali da sole abbassati sugli occhi, godendomi in tutta spensieratezza una domenica mattina come tante altre. Anche gli altri facevano lo stesso: guardavano le loro piccole creature pedalare barchette colorate in laghetti artificiali, compravano mazzi di fiori alla loro dolce metà, giravano per le vetrine dei negozi immaginandosi con indosso capi alla moda. In quel momento tutte le minaccie di questo mondo, le profezie di sventura e le miserie umane sembravano lontane lontane, non c’era niente che avrebbe intaccato minimamente la pace di quella domenica mattina. Almeno era quello che pensavo prima di imbattermi nel gruppo di bambini in uniforme rossa. Se ne stavano lì, nella piazza centrale, con i loro taccuini da reporter e i loro zainetti con l’effigie della simpaticissima gattina giapponese, pronti ad entrare in azione. Quando alcuni di loro intravidero la mia faccia, che tra decine di altre facce più o meno simili tra loro spiccava per i suoi lineamenti esotici e per la presenza di una folta peluria, mi corsero incontro e in un attimo mi ritrovai accerchiato. Di buon grado accettai di farmi intervistare in quanto, pensai erroneamente in quel momento, molto probabilmente si trattava di giovanissimi alunni di una scuola di inglese con l’incarico di intercettare quanti più stranieri possibili e far loro le domande più disparate, in modo da praticare la lingua di Sua Maestà e farsi qualche nuovo amico. Mi era già successo in passato di divenire l’oggetto delle attenzioni di appassionati e diligenti studentelli di inglese, e mi preparai a rispondere alle domande di rito: da dove vieni, cosa ne pensi dei cinesi, hai mai insegnato inglese a studenti cinesi, puoi firmare qui, ci facciamo una foto insieme? Ma i miei giovanissimi amici in uniforme rossa, con mia grande sorpresa e disappunto, cominciarono a pormi quesiti in un cinese pressoché incomprensibile, almeno per il sottoscritto. Non ci capii molto, e dopo qualche minuto, sfinito e leggermente annoiato, iniziai a rispondere con monosillabi a caso. Due “no” e un “sì”, poi ancora un altro “no” e due bei “sì”. Le simpatiche canaglie dovettero accorgersi ben presto che qualcosa non andava, che nelle mie risposte mancava una necessaria logica, una coerenza di fondo. Alcuni di loro si allontanarono, ma molti restarono e terminarono l’intervista con ammirevole professionalità, con tanto di firma finale. Mi lasciarono al centro della piazza, confuso e stordito, a chiedermi cosa fosse successo di preciso negli ultimi cinque minuti della mia vita. Della sfilza di domande a cui mi avevano sottoposto, ero riuscito ad afferrarne per intero solo una: “Da quando sei in Cina come ti informi sulle notizie del giorno? Giornali, telegiornali o altro?” Che c’entravano i telegiornali? E poi avevano detto anche qualcosa a proposito dell’acqua. Sì, questa parola l’avevano ripetuta di continuo per tutta l’intervista. Qualche istante dopo mi si avvicinò un uomo, probabilmente uno degli insegnanti o un responsabile della scuola. Mi chiese da dove venissi e cominciammo a chiacchierare del più e del meno. Ogni tanto gruppetti di tre o quattro piccole pesti si dirigevano minacciosi verso di me, ma l’uomo li bloccava con un sorriso, informandoli che lo straniero era già stato intervistato. “Questo è un problema serio, giovanotto. Sta a noi sensibilizzare la gente, anche perché possiamo tutti fare qualcosa nel nostro piccolo, o no?” Io annuii con decisione, sperando che l’uomo si decidesse a sputare fuori il rospo prima che fossi costretto a fargli una domanda diretta, con tutto l’imbarazzo che ne sarebbe scaturito. Ma lui continuò a ruota libera, parlando di rischi per l’ecosistema, di problemi per le generazioni future, dell’ineluttabilità di certi processi della natura e delle colpe che l’uomo aveva in tutto ciò. Io tendevo l’orecchio per afferrare qualche parola chiave che mi permettesse di cogliere il senso generale. Nulla da fare. “Guarda che sole” disse infine l’uomo sollevando la testa al cielo e schermandosi gli occhi con una mano. “Non c’è una nuvola, e probabilmente resterà così ancora per molto. Non ci resta che sperare a questo punto. Ma io sono fiducioso: pioverà.” Quell’ultima parola fu per me come la tessera mancante di un mosaico, quella di cui avevo bisogno per vederne l’immagine completa. Guardai il cielo anch’io, ma per la prima volta il suo azzurro terso non provocò in me alcuna esaltazione. Di colpo non vidi nella totale assenza di nuvole promesse di primavera e di felicità. Mi trovavo a Kunming da quanto? Quattro mesi suppergiù, quasi cinque. E in tutto questo tempo quante volte avevo visto il cielo piangere? Un paio di volte, quattro al massimo. Troppo, troppo poco. Ritornai sui miei passi e mi avviai verso casa. Dovevo vederci più chiaro. Per le strade intanto erano improvvisamente apparsi poster con immagini eloquenti di terreni aridi dove non crescevano che sparute piantine di un verde sbiadito, laghi divenuti pozzanghere fangose con pescetti che giacevano in superficie privi di vita, uomini e donne che si caricavano addosso secchielli d’acqua e percorrevano lentamente decine di chilometri sotto il sole cocente. Mi venne in mente l’Africa e tutte quelle immagini con cui ci bombardano ogni giorno e a cui quasi non facciamo più caso. Il fatto di sapere che ciò stava accadendo a poche centinaia di chilometri da casa mia, però, rendeva tutto più realisticamente terrificante. Maledissi la mia cecità e ingenuità. Quando i cinesi parlano di Kunming e della provincia dello Yunnan, lo fanno in toni entusiastici, decantandone il clima perennemente primaverile e i paesaggi spettacolari. Per un turista che vi trascorre un periodo limitato sembra il paradiso. Quelli che ci restano per più di qualche settimana devono fare i conti col rovescio della medaglia, un giardino incantato che da un momento all’altro sembra poter essere inghiottito dalle fiamme dell’inferno. Quando arrivai a casa Nancy stava trafficando in cucina, intenta a preparare i suoi intrugli di erbe miracolose. Le raccontai dell’intervista e le esposi i miei timori riguardo la siccità che attanagliava lo Yunnan. Lei non si scompose, continuando imperterrita a miscelare erbe. “E’ da tre anni che va avanti così. Ci sono interi villaggi senza acqua potabile. A proposito di questo, dobbiamo cominciare seriamente a razionare l’acqua.” Puoi scommetterci che razioniamo l’acqua carissima Nancy! Per prima cosa, le dissi, niente più sciacquone, per quello usiamo l’acqua con cui laviamo i piatti. Naturalmente avremo bisogno di qualche secchio. Con quell’acqua ci possiamo anche lavare i pavimenti e la cucina. Cosa ne dici? “Mi sembra un’ottima idea” rispose Nancy senza staccare gli occhi dalla sua tisana fumante. “Dove le hai imparate queste cose?” Io mi strinsi nelle spalle e pensai a mia madre, al suo operoso ed instancabile riciclaggio dell’acqua e a quanto ne andasse fiera. Chiesi a Nancy cos’altro potessimo fare. “Preghiamo il Dio delle Piogge” disse lapidaria, rifugiandosi poi in camera sua. E fu esattamente ciò che feci ogni sera a partire da quella domenica. Mi inginocchiavo di fronte al letto e pregavo il Dio delle Piogge di degnarci del Suo conforto, implorando umilmente il Suo perdono a nome della razza che rappresentavo per tutta la violenza che aveva indegnamente scatenato su Madre Natura. Per un paio di settimane non successe nulla, a parte la comparsa di qualche isolata nuvoletta che puntualmente veniva spazzata via dal vento nel giro di qualche ora. Poi una notte, nella semi-incoscienza del dormiveglia, mi parve di sentire un rumore familiare, come un ticchettio sul vetro della finestra. A tutta prima lo presi per un sogno, ma il ticchettio si fece sempre più continuo ed insistente. Spalancai gli occhi e mi precipitai alla finestra. Stava succedendo davvero. Misi una mano fuori, con il palmo rivolto verso l’alto per sentire le gocce sferzanti accarezzarmi la pelle, poi mi affacciai completamente e, le braccia allargate e il viso verso il cielo, ringraziai il Dio delle Piogge. Piovve per due giorni e due notti di fila, quasi senza smettere un attimo. A tratti la pioggia era così intensa da costringere i pedoni a ripararsi sotto i muri. L’aria, solitamente asciutta e secca, era adesso umida, autunnale. Alcuni si guardavano i vestiti zuppi e imprecavano, mentre io camminavo fischiettando sotto l’acqua battente facendomi scudo solo con un esile ombrellino e rischiando una polmonite. Quando infine smise di piovere chiesi a Nancy se avesse ringraziato il Dio delle Piogge per la grazia che ci aveva concesso. “Il Dio delle Piogge si è dimenticato di noi”, rispose con aria grave, “fortunatamente ci ha pensato il nostro Partito.” Venne fuori che le autorità cinesi, come già avevano fatto in passato a Pechino e in altre aree afflitte da siccità, avevano dato il via libera al lancio di particolari “razzi” contenenti degli agenti chimici che, una volta a contatto con l’atmosfera, erano in grado di creare delle nuvole cariche di pioggia. Piogge artificiali. Niente a che vedere con spiriti e divinità, che probabilmente si sono davvero dimenticati della Cina e di questo mondo impazzito, negandoci giustamente il loro aiuto.
Forse siamo davvero soli in questo universo e nessuno ci verrà in soccorso quando le cose si metteranno davvero male, quando per sopravvivere non basterà più lanciare in cielo dei razzi e aspettare che cada giù qualche goccia.


"Quando non si può tornare indietro, bisogna soltanto preoccuparsi del modo migliore per avanzare."
(Paulo Coelho)