venerdì 27 aprile 2012

Puzhehei: giorno 3

12:20

“Dici a tutti quelli che incontri che l’orario di partenza per Kunming è anticipato alle 2 di pomeriggio” mi comunica al telefono il tarantino con la voce rotta dal sonno. É la terza volta in due giorni che sono costretto a cambiare versione riguardo il ritorno a Kunming e francamente comincio ad averne abbastanza. Quando glielo faccio presente, il tarantino non si scompone più di tanto: “Te l’ho detto che lavorare con i cinesi a questi livelli non è una passeggiata, non è proprio il loro mestiere. Tranquillo, nessuno si lamenterà: con quello che hanno pagato è già tanto se non li rimandiamo a Kunming con un calcio nel culo. Comunque ti aspetto al parcheggio del bus, vieni che mangiamo qualcosa insieme.” Sul posto trovo John Nevada, sua moglie e il tedesco col codino che suona con lui. Faccio di nuovo i complimenti per la performance di ieri sera, e John mi invita a mangiare con loro. Dopo qualche minuto arriva anche il tarantino, così prendiamo un tavolo e lo piazziamo fuori. Per la prima volta in tre giorni spunta anche il sole. Parliamo del festival, di quello che ci è piaciuto e di quello che ci piaciuto un pò meno. Siamo tutti d’accordo nel dire che la seconda serata è stata molto più intensa e coinvolgente della prima, che ci sono ancora alcune cose da mettere a punto per l’anno prossimo ma che tuttosommato è stato un buon festival. “Se pensate che fino a qualche tempo fa gli unici eventi musicali che si vedevano da queste parti erano festival di musica trandizionale, allora ci sono delle buone prospettive per i prossimi anni” sostiene il tedesco col codino. Il tarantino ne conviene: “Già, questi posti hanno un potenziale straordinario. In futuro si potrebbe pensare di organizzare un grosso evento anche due volte al mese, e con grandi risultati.” Chiedo a John quando i War Horse si esibiranno nuovamente. “Molto presto, puoi contarci bello. A maggio saremo al Laowo, e ci saranno anche quei matti degli Smegma Riot. Spero di vederti lì in prima fila, a sbatterti e roccheggiare di brutto.” Puoi scommetterci il tuo didietro che ci sarò, caro John, come faccio a perdermi un evento del genere? Finito di pranzare carichiamo la roba sul bus e ci godiamo un altro pò di sole. In quel momento scorgo in lontananza Irene e le corro incontro. “Allora? Sopravvissuta alla nottata?” Sembra stravolta. “Ho dormito due ore al massimo stanotte, non so quanto resisterò ancora.” Io le dò il cinque e le dico che è un buon segno, che significa che è andata bene. “Guarda, non lo so nemmeno io, è stata una nottata talmente stana, poi ti racconterò a Kunming.” “E perchè non sull’autobus?” le chiedo. “Beh, tanto per cominciare perchè non torno con voi. Vado con la band al loro villaggio. Lui mi ha proposto di insegnarmi a suonare il suo flauto.” Se non sapessi che è davvero un musicista, questa frase suonerebbe molto, molto ambigua. Mi tengo per me questa osservazione un pò maliziosa. “Ma... quando torni a Kunming?” le chiedo un pò frastornato. “Non lo so, ma non ho tutta questa fretta. Ah eccoli, devo andare. Ci sentiamo allora.” La guardo saltellare verso un pulmino fermo dall’altra parte della strada col motore acceso. “Ma quando andiamo a Guilin?” le urlo da dietro. Lei si ferma, si guarda l’orologio e mi urla di rimando: “Vedremo. Ti farò sapere.”

14:15

Ci siamo distribuiti in due bus per il ritorno. Loro hanno l’aria condizionata, ma noi abbiamo John Nevada, i tre Cagnacci e qualche altro gaglioffo della loro stessa risma. E per loro il festival non è affatto finito. Riprendono in mano gli “attrezzi” del mestiere e ricominciano a fare quello in cui riescono meglio: fare casino e intrattenere la gente. E in un attimo si crea un atmosfera da concerto, tutti in piedi a pestare con mani e piedi per tenere il ritmo. Improvvisamente il Cagnaccio n°2 si accorge che è finita la birra. Non c’è più benzina e bisogna assolutamente fare il pieno. Intima all’autista di fermarsi e scende di fretta, accompagnato dal Cagnaccio n°1. Li vediamo tornare dopo qualche minuto reggendo una cassa di Snow Beer. Ventiquattro bottiglie di birra da 66 che nel calore infernale del bus si trasforma in brodaglia imbevibile nel giro di una decina di minuti. Ma ben presto finisce anche la birra e qualcuno comincia ad avanzare nuove pretese di sosta. Il tarantino allora prende in mano la situazione. “Ci fermeremo ancora un’altra volta, ma fate in modo che non saremo costretti a fare altre soste. Prendete tutto quello di cui avete bisogno.” La seconda sosta si rivelerà fatale. Comincia a comparire di tutto sul pulman: fiaschette di orribile liquore cinese, birre di ogni tipo e 5 bottiglioni di vino dello Yunnan grossi come bambini. I bottiglioni iniziano a circolare pericolosamente tra i vari sedili. Sono talmente grandi e pesanti che, quando sono pieni, le ragazze hanno bisogno di aiuto per bere a canna. Il livello di follia all’interno dell’autobus cresce man mano che quantità di vino diminuisce. Dopo un paio d’ore lo stretto abitacolo è una bolgia, con gente appesa al soffitto e alle pareti. John è una maschera di sudore e rughe, ma continua a urlare e saltare come un giovincello. A nulla valgono le proteste dell’autista, che dal posto di guida intima continuamente di mettersi a sedere ognuno al proprio posto. Ad un certo punto smette anche di provarci e prosegue come se nulla fosse.

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Casa. Sono di nuovo a casa. Così almeno mi sembra. Intorno a me c’è qualcosa di familiare e allo stesso tempo molte cose che non ho mai visto. Anche le facce che mi circondano non mi sono per nulla nuove, sebbene siano diverse da come me le ricordavo. Come deformate. E le loro voci, le loro voci assomigliano a mormorii indistinti e inafferrabili. Che ne è stato della Cina? Sono tornato evidentemente. Alla fine ho scelto di tornare. Quando, come, perchè, sono tutte domande a cui in questo momento non so dare risposta. Si sta bene a casa, ci si sente come protetti dalle insidie del mondo. Però mi manca quell’adrenalina di un tempo, inoltre so di avere lasciato qualcosa in sospeso. Quanto detesto lasciare le cose incompiute. Non fa parte di me. E allora perchè l’ho fatto? Mi guardo intorno in cerca di risposte. Probabilmente sono qui solamente di passaggio, in vacanza, giusto il tempo di salutare e poi ripartirò. E se non ci fosse più tempo e modo di tornare in Cina? E poi il biglietto d’aereo come lo pago? Comincio a sentirmi oppresso. È stata una stronzata, ho fatto una stronzata. Non dovevo tornare, non adesso, non così. Le figure vagamente familiari si riuniscono intorno a me formando un cerchio. Io sto al centro. Man mano il cerchio comincia a restringersi. Mi manca l’aria. Non respiro più. Che ne sarà di me?
Riapro gli occhi e in un millesimo di secondo mi torna in mente tutto. Il festival, il tarantino, i bottiglioni di vino. L’angoscia lascia al posto al sollievo: sono ancora in Cina. Di nuovo quel sogno. Era da un pò che non mi capitava di farlo, un paio di settimane forse. Sollevo lentamente la testa dal sedile e mi metto seduto. Nell’autobus regna adesso un silenzio surreale, con gente accovacciata un pò dappertutto. Di fronte a me, la moglie di Nevada accarezza dolcemente i pochi capelli del marito steso su di lei con gli occhi chiusi. “Hey sweetie, come va?” mi chiede passandomi una bottiglietta d’acqua. Io bevo avidamente e ringrazio. “Non c’è male. Come sta John?” Lei passa una mano sulla fronte del marito, imperlata di sudore. “Se la caverà, come sempre. Piuttosto Andrew mi preoccupa un pò.” Il tarantino se ne sta seduto con la testa appoggiata al sedile che ha davanti e gli occhi chiusi. Mi avvicino. Il suo respiro è lento e regolare, sta solamente dormendo. Solo in quel momento mi rendo conto che ho un’urgenza assoluta di correre al bagno. Bisogna però convincere l’autista a fermarsi per l’ennesima volta, e forse le parole non basteranno. Mi infilo le mani in tasca e ne estraggo una banconota da 100 yuan tutta stropicciata. Poi rovisto tra le bottiglie sparse qua e là sui vari sedili finchè non trovo una boccettina di liquore cinese. “Mi scusi, posso chiederle di fermarsi un attimo? C’è molta gente qui che deve andare con urgenza in bagno.” Senza staccare gli occhi dalla strada, l’autista mi risponde: “Da qui mancano solo cento chilometri.” Stringo in una mano i cento yuan e nell’altra la fiaschetta. Un ultimo tentativo diplomatico prima della corruzione vera e propria. “Cento chilometri sono davvero troppi, la prego.” Lui annuisce. “Va bene, va bene.” Dieci minuti dopo il pulman si accosta e quelli che non sono troppo devastati da non riuscire a camminare scendono lentamente e si avviano verso il bagno. “Stavi per dare dei soldi all’autista prima?” mi chiede Adam, il californiano, mentre entrambi espelliamo selvaggiamente liquidi di scarto. “È che mi sento un pò in colpa, gli abbiamo quasi demolito un autobus. E poi non deve essere piacevole guidare in quelle condizioni.” Adam si dice d’accordo con me e propone di fare una colletta per “risarcire” l’autista. Io gli rispondo che non ho alcuna intenzione di chiedere soldi a nessuno. “Tranquillo, me ne occupo io” dice risoluto abbottonandosi i pantaloni.

20:45

Rieccoci qui dunque. Esattamente da dove eravamo partiti due giorni fa. Kunming, il posto che tutti noi, chi più chi meno, stiamo imparando a chiamare “casa”. Il posto in cui fa piacere tornare, specialmente dopo weekend distruttivi come questo. Adam si avvicina a me e mi porge una mazzetta di banconote. “Sono 130 yuan in tutto.” Gli chiedo quali siano i suoi piani per il prossimo futuro. “Forse resto a Kunming per qualche altro giorno, poi vado verso nord.” Ci stringiamo la mano e ci diamo appuntamento a chissà dove e chissà quando. Ai 130 yuan aggiungo i miei stropicciati 100 e li allungo all’autista. “Questo è per ringraziarla della sua pazienza e per scusarci del nostro pessimo comportamento.” Lui mi guarda sbalordito. “Bu hao yisi” esclama scuotendo la testa. Si tratta di una frase idiomatica che i cinesi usano per esprimere imbarazzo o per scusarsi. Io però insisto finchè l’uomo non accetta. E questa è sistemata. Il mio lavoro sembrerebbe finito a questo punto. Neanche per sogno: il tarantino non dà segni di vita, se ne sta accovacciato a terra senza la forza per alzarsi. È evidente che da solo non ce la farà mai ad arrivare fino a casa. In due lo accompagniamo sottobraccio ad un taxi, poi io salgo davanto e dò al tassista l’indirizzo di casa sua. “Dove cazzo siamo?” chiede ad un certo punto, come risvegliandosi da un lungo letargo. “Ti sto portando a palazzo Principessa. Per la cronaca, quando mi hai chiesto di darti una mano, non pensavo intendessi in maniera letterale.”

21:09

Ora il tarantino riesce a reggersi in piedi da solo, e questo è già un gran risultato. Stiamo camminando nel cortile buio del suo compound, io gli porto la sacca. “Ce la fai a salire le scale da solo?” Lui annuisce e si aggrappa al corrimano. “Sai qual è il tuo problema fondamentalmente?” mi dice di punto in bianco quando siamo a metà della scalinata. “Il tuo problema è che continui a startene con una palla fuori e una dentro. Mi spiego meglio. Vedi, nella vita ci sono quelli con le palle e quelli senza palle. Chi non ha le palle, poveretto, non può farci niente. Deve accontentarsi di vivere una vita di merda, di stare sempre sotto. Ma chi ha le palle deve uscirle, tutte e due. Non può uscirne solo una. Si sta scomodi, si cammina male, e soprattutto non ti porta da nessuna parte.” Siamo arrivati alla porta e il tarantino si sta frugando le tasche in cerca delle chiavi. “E cosa avrebbe fatto in una circostanza come questa uno che, come dici tu, ha tutte e due le palle fuori? Ti avrebbe lasciato strisciare fino a casa da solo?” gli chiedo, un pò piccato e un pò divertito. “In questo caso hai fatto la cosa giusta, anzi ti ringrazio. Quando sarà il momento, capirai da te cosa fare. Comunque sei sulla buona strada.” Lo aiuto ad infilare le chiavi nella toppa e spalanco la porta. “Vattene a dormire và. E cerca di riposarti.” Scendo le scale e mi dirigo verso la fermata del bus numero 3. C’è solo una cosa che mi va veramente di fare in questo momento, a parte una bella doccia e una profonda dormita. Prendo il telefono, pigio due volte sullo schermo e mi metto in ascolto. “Pronto. Come stai? Ti sono mancato?”


"It's times like these you learn to live again / It's times like these you give and give again / It's times like these you learn to love again / It's times like these time and time again"

(Foo Fighters)

giovedì 26 aprile 2012

Puzhehei: giorno 2

11:50

Mentre cammino lentamente lungo le sponde del laghetto, una leggera brezza mi provoca qualche brivido alle braccia scoperte. A differenza di Kunming, il clima è più fresco e decisamente più umido. Con la mano scosto nugoli di insetti che formano fluttuanti chiazze nere nell’aria. Mi sono alzato piuttosto presto, anche considerando l’ora in cui mi sono messo a dormire ieri sera. Quando ho aperto gli occhi e guardato l’orologio, li ho richiusi per un attimo sperando di riaddormentarmi, ma poi ho pensato che sarebbe stato un peccato sprecare tempo a letto quando fuori ad aspettarmi c’era tutto questo. Campi di riso, prati verdi, laghetti, montagne che assomigliano a colline dalla vetta arrotondata. Tutto avvolto da una leggera foschia che lo rende in qualche modo più “mistico”, che rimanda ad altri mondi e altri tempi, quando ancora l’uomo non aveva incasinato tutto con il progresso e la modernizzazione e la vita era un pò più semplice. La “Guilin dello Yunnan”, così chiamano Puzhehei. C’è sempre qualche posto che è famoso per assomigliare a qualche altro che è molto più famoso e più costoso, o semplicemente troppo lontano da raggiungere. Bruges è la Venezia del Nord ad esempio, quindi tutti i belgi, olandesi, tedeschi e francesi che non hanno soldi e tempo per andare nella vera Venezia, possono ripiegare su questa incantevole cittadina. Non è lo stesso naturalmente, ma basta per farsi un’idea. Allo stesso modo, stando qui a Puzhehei si può immaginare che aspetto abbia la tanto osannata Guilin. Pensare che fino a qualche anno fa questo posto non era che un remoto villaggio sconosciuto ai più. Poi, come succede spesso in questi casi, qualcuno si è reso conto che ci si potevano fare dei bei soldi e si sono messi in moto i classici meccanismi politico – imprenditoriali. Risultato: alberghetti, musei, grotte buddiste a pagamento, negozietti per turisti, folkrositici carretti trainati da scattanti cavalli che fanno la spola da una parte all’altra del villaggio. “Guarda qui” mi ha detto il tarantino un paio di settimane fa mostrandomi una foto di Puzhehei, “Ora immagina un festival musicale in questo posto. Tredici band cinesi e internazionali, nove dj. Due giorni, più di venti ore di musica non-stop. Quelli dell’organizzazione mi hanno contattato per la promozione a Kunming e per la vendita dei biglietti, ma da solo non posso fare tutto. Ci sei dentro?” C’ero eccome. Ci siamo messi all’opera immediatamente. Avevamo meno di due settimane per fare un lavoro che di norma avrebbe richiesto almeno il doppio del tempo: spargere dei poster per tutta la città, stampare dei biglietti e creare dei punti vendita, inondare i siti più visitati con pubblicità e informazioni sul concerto. E non è andata poi così male: ieri mattina un pullman pieno di stranieri fuori di testa pronti a roccheggiare è partito da Kunming alla volta di Puzhehei.
Arrivato alla fine della stradina mi rendo conto che è ora di pranzo e comincio ad avere fame. Prima però devo chiamare Irene. A quest’ora sarà già su un pulman diretta a Guilin, quella vera. Mi risponde al quinto squillo con una voce tutt’altro che arzilla. Le chiedo dove sia. “Ancora alla stazione di Puzhehei. Mi sa che non parto pe.” Le chiedo se è successo qualcosa. “Niente di grave. Avevo fatto male i miei calcoli e da qui sono in tutto più di sedici ore di pulman. Comunque tra un pò torno all’hotel. Mangiamo qualcosa insieme?”

13:10

Irene è pugliese, proprio come Giovanna e il tarantino, ma di pugliese le è rimasto ben poco. Sarà che vive a Bologna da quando ha cominciato l’università, sarà che alcune persone si adattano velocemente a nuovi stili di vita, cambiano accento e modi di fare nel giro di qualche anno. Alcune volte quando parla cinese mi sembra quasi di cogliere vaghe inflessioni emiliane nella sua voce. Chissà quanto sono cambiato io dopo 6 anni vissuti vicino Napoli. “Hai chiamato i tuoi amici?” le chiedo quando sui nostri vassoi è rimasto solo un pò di riso appicicaticcio e qualche foglia di insalata. “Lasciamo perdere, non sapevo proprio come dirglielo. Cavolo, io a Guilin ci volevo proprio andare però.” Le dovrei dire che non si può avere tutto dalla vita, che spesso una cosa esclude l’altra e bisogna accettare che ogni scelta comporta per forza una rinuncia. Invece le dico: “Senti, ti prometto che ci andremo insieme, va bene?” Lei sgrana quei suoi limpidi occhi chiari e poi mi sorride con la dolcezza di sempre. “Alcuni dicono che sia il posto più bello di tutta la Cina. Non te ne pentirai. Allora quando partiamo?” Io guardo l’orologio, come faccio di solito quando qualcuno mi chiede di stabilire una data. Prima che possa rispondere con una di quelle frasi di circostanza tipo “Poi si vedrà” oppure “Ti farò sapere”, un gruppo di ragazzi che sono partiti con noi da Kunming ieri mattina si avvicina a noi. “Ci andiamo a fare un giro qui intorno, volete aggiungervi?”

20:30

È stata una bella giornata. In nove ce ne siamo andati per le campagne di Puzhehei, abbiamo visitato una grotta piena di statue della divinità buddista Guanyin e abbiamo chiuso in bellezza con una tavola imbandita di ogni prelibatezza e della dissetante Snow Beer. Ora siamo di nuovo sotto al palco, pronti ad andare un pò fuori di testa. Io non mi aspetto granchè, ma so che peggio di ieri sera non si può fare. O forse sì. Intorno a noi si ripetono le stesse scene della prima serata: cordoni di poliziotti che circondano il perimetro, le coreografie “acquatiche” nel laghetto, la penuria di cibo e i chioschetti che vendono solo ed esclusivamente Snow Beer. Il tarantino si aggira tra la folla salutando tutti, compresi vecchi e bambini, con quella sua inconfondibile faccia di culo e quel sorriso a cinquataquattro denti di berlusconiana memoria. Non appena mi vede, mi fa un cenno e si avvicina a me. “Bella pe, com’è andata la giornata? Visto che posto? Oh, stasera sarà spettacolo puro. Ho visto il sound check nel pomeriggio e alcune band spaccano. E poi c’è il grande John Nevada. Un pò di birra?” Prendo la birra e mi limito ad un lapidario: “Bella storia fratello.” Ora che faccio parte dell’establishment musicale e culturale di Kunming, devo esprimermi con un linguaggio appropriato.

22:10

Come molti profani del reggae, ho sempre considerato questo genere musicale ripetitivo e anche un pò ammorbante. Qualcuno direbbe che non ho mai cercato di comprenderne il senso più profondo, che non ne ho mai analizzato con attenzione l’origine e la "raison d'être", che non ho il senso del ritmo, che nutro dei pregiudizi nemmeno troppo latenti nei confronti di quei fricchettoni che parlano di libertà e lotta al sistema solo per riempire il vuoto della loro vita senza scopo. Tutte cose vere per carità. Ma che ci posso fare? Del resto, quando una cosa non ti prende c’è ben poco da fare. L’ultima volta che, a mia insaputa, sono stato trascinato ad una serata reggae, è stata una vera fatica arrivare indenne all’ultima canzone. E dire che ho provato a starci dentro almeno un pò: mi sono tolto la giacca, mi sono arrotolato le maniche della camicia, mi sono allentato la cintura e abbassato i pantaloni un pò più sotto della vita. Poi ho cominciato ad ondeggiare lentamente al ritmo compassato e monotono della musica. Niente. Dopo un pò ho dovuto smettere per paura di addormentarmi in mezzo alla pista. Un curioso caso di narcolessia musicale, si direbbe. Stasera per un attimo ho temuto sarebbe successo lo stesso. Appena Laohan e i suoi compari sono saliti sul palco con i loro vestiti verdi e gli inconfondibili richiami alla “cultura” della cannabis, ho pensato: “Ci siamo, adesso mi tocca sorbirmi questi quattro rastafari, perdipiù cinesi. E questo schifo di birra di certo non mi salverà dall’inevitabile sopore.” E invece i ragazzi non se la cavano affatto male. Sarà che c’è davvero una bella atmosfera, con gli stranieri e i cinesi a ballare fianco a fianco e passarsi le can... ehm, le bottiglie di birra. Laohan porta con orgoglio i segni della sua appartenenza ad una delle tante minoranze etniche stanziate in queste zone della Cina: carnagione scurissima, fisico slanciato, occhi bene aperti sul mondo. Ogni volta che si esibisce si passa una crema bianca sulle gote, come una sorta di segno di riconoscimento. “Mei you wenti” canta dal palco alzando il pugno, “nessun problema”, e noi solleviamo i calici perchè non potremmo essere più d’accordo con lui.

23:30

Il momento che molti stavano aspettando è arrivato. Quando John Nevada sbuca dalla coltre di fumo che si è improvvisamente abbassata sul palco, è il tripudio. L’immancabile cappello bianco abbassato sugli occhi, la chitarra pronta a sputare elettrizzanti note blues e la camicia che fa un pò “western”: John è vero animale da palcoscenico, uno che potrebbe stare lì anche senza cantare e attirerebbe lo stesso l’attenzione. Ma John canta eccome. Lo fa con un'energia inconcepibile alla luce dei suoi sessant’anni suonati. Al suo fianco, un tedesco col codino alla chitarra e seconda voce e il Cagnaccio n°3, alias “Appicciafuoco”, che suona la fisarmonica, oltre ad un batterista e ad un altro chitarrista. Puro intrattenimento e stile inimitabile: questi sono i “War horse”. Un blues impreziosito dagli assoli dei talentuosi musicisti e, naturalmente, dalla potente presenza scenica di John. Che sembra animato da uno spirito immortale e guerrigliero, come un generale che ha calcato il campo di battaglia da una vita più o meno e non ha alcuna intenzione di ritirarsi perchè l’acre odore di sangue e polvere gli mancherebbe troppo. Dopo una quarantina minuti di puro delirio, John si esibisce nel suo “cavallo di battaglia”, ovvero: “Don’t you know I love you baby”. Al termine della canzone, gettata la chitarra a terra, trascina sul palco sua moglie, una donna australiana incontrata a Kunming una decina di anni prima e poi sposata a Lijiang, e la bacia con passione, in uno scrosciare assordante di applausi e urla. Poi saluta con un rapido cenno e si avvia dietro le quinte senza troppe cerimonie. Io mi muovo di scatto e mi faccio largo tra la folla verso il backstage. Sento Irene chiedermi da dietro: “Dove vai?”
“Devo stringere la mano a John” urlo di rimando scomparendo tra la folla.

00:15

Ultima band. Last but not least, come direbbero in Inghilterra. Eh già perchè questi quattro cinesi vestiti tutti di scuro ci sanno proprio fare. Il loro è un punk rock duro e allo stesso divertente, che ricorda, seppur con le debite differenze, nientepopodimeno che i leggendari Clash. Mentre sono lì che muovo la testa su e giù e salto come un ossesso, cominciano a circolare voci incontrollate tra la folla che parlano di un after-party alla “barca” particolarmente gagliardo, una cosa da film americano. Qualcuno ha detto che la “barca” questa sera prenderà veramente il largo con tutto quello che ci sarà sopra, Dj, impianto audio e alcol compresi, e che farà ritorno in albergo solamente l’indomani mattina. “Vorrei sapere chi ha messo in giro queste stronzate” mormora Irene prendendo fiato. “Io un’idea ce l’avrei” le rispondo. Cerco con lo sguardo il tarantino e, non appena lo individuo, mi avvicino a lui. “Lo sai che non si tratta di una barca vera e che non prenderà mai il largo, vero?” gli chiedo mettendogli una mano sulla spalla, come se stessi parlando ad un pazzo che va dicendo in giro che la Terra è piatta e che lui ne è il Creatore. Andrea sorride e mi guarda con una specie di compatimento. “Allora non hai ancora capito qual è lo scopo del mio lavoro. Vedi, io non organizzo solamente eventi, io faccio di più. Io agisco direttamente sulla vita delle persone: creo nuovi sogni e faccio di tutto per realizzarli. A volte ci riesco, altre volte no. Ma non fa niente, perchè vedi, io dò loro un motivo per alzarsi la mattina, un motivo per prendere la loro insulsa giornata e farne qualcosa di più grande, costruirci sopra un intero mondo. Io dò loro una ragione per andare avanti e non smettere mai di divertirsi. È questo quello che faccio. Ne devi fare ancora di strada, ma col tempo capirai.” E detto questo, mi batte una pacca sul braccio e se ne va, lasciandomi solo a chiedermi di cosa diavolo stesse parlando.

02:20

La “barca” non si è mossa di un solo millimetro, ma nessuno sembra essersene accorto. Probabilmente qualcuno è talmente fuori che pensa di essere su uno yacht pieno di pupe da sballo al largo della costa di Miami, Florida. Ma tutto sommato l’after-party può dirsi riuscito, del resto è proprio così che deve essere: gente ubriaca, musica techno assordante, una gran quantità di can... ehm di bottiglie di birra. Se questa è la tipologia di “sogni” che Andrea ha intenzione di realizzare, non credo avrà troppi problemi nel riuscirci. Quanto a me, il mio “sballometro” mi avverte che sono arrivato al limite, che ho bisogno di abbassare i decibel e tornare alla realtà. Attraverso barcollante il pontile e in un attimo sono di nuovo sulla terraferma. Mi allontano velocemente finchè la musica non è che un indistinto e lotano ronzio. Sono in quella fase della sbornia in cui senti che tutti i problemi della tua vita stanno per ripiombarti addosso più pesanti di prima. A questo punto ci sono solo due cose da fare: ricominciare a bere o andarsene a letto. Il solo pensiero di ingurgitare altra birra mi provoca un conato, così prendo la via della mia camera. Non sarà molto rock andare a letto alle 2 e mezza, ma è sicuramente molto più salutare. Sto camminando a testa bassa e con le mani in tasca, quando sento una voce chiamarmi da dietro: “Peppe!”. Mi volto e mi rendo conto che di fronte a me c’è l’unica persona con cui mi piacerebbe passare del tempo in questo momento. Irene. Prima che possa chiederle dove si fosse andata a cacciare, lei mi fa tutta contenta: “Non puoi immaginare cosa mi è successo. Ti ricordi i tipi di ieri che suonavano un misto di musica etnica ed elettronica? Mah sì, quel gruppo cinese con quel flautista molto sexy? Ricordi? Beh, ho incontrato il flautista, così per caso. Ci siamo messi a parlare del più e del meno e poi lui mi ha invitata a mangiare qualcosa con gli altri membri della band. Hanno attrezzato un barbecue sul prato e mi hanno offerto un liquore di riso pesantissimo. Infatti mi gira anche la testa, oddio. Ora sto tornando lì da loro. Una figata. Tu che fai? Te ne vai a letto?” Io annuisco. “Ma non ci pensare proprio. Vieni anche tu dai. Guarda, è davvero una figata.” Ci penso su un attimo e poi accetto. Mah sì, in fondo sembra il modo più degno per concludere la serata. Ci addentriamo nel prato privo di luci e li troviamo tutti intorno ad un fuoco ad arrostire verdura, tofu e carne. Non appena Irene mi presenta, vengo travolto da piatti di cibo e bicchieri di liquore di riso. Un vero stura-intestino. C’è anche il russo, il front-man della band, che nasconde la sua capigliatura con un cappuccio e parla un cinese e un inglese tutti suoi. Il flautista ci racconta che esibirsi ai concerti con la band è solo uno dei tre lavori che fa abitualmente. Un altro è andare a cantare smielate canzoni pop in un localetto del suo villaggio e infine il terzo, che poi sarebbe il primo in ordine di importanza, è quello di fare poliziotto. Irene mi guarda allibita e mi chiede se ho capito anch’io “poliziotto”. Chiedo conferma al flautista e lui annuisce. “Perchè? È un lavoro come un altro. Inoltre guadagno molto di più che facendo musica. Quella è più che altro una passione.” Gli domandiamo come fa con quei suoi lunghissimi capelli e i tatuaggi che coprono il suo corpo quasi per metà. “Per i tatuaggi è semplice: basta indossare la divisa, che lascia scoperto solo il collo, le mani e la faccia. Anche per i capelli non ho nessun problema: li raccolgo tutti in una crocchia e metto un parrocchino.” Certo, che stupidi, è così semplice. Dopo il quarto “assaggio” di arrosticini, decido che è davvero ora di andare. “Io resto ancora un pò” dice Irene. “Non avevo dubbi” le rispondo accarezzandole i corti capelli biondi. Saluto tutti e li ringrazio per l’ospitalità, invitandoli a chiamarmi quando passano da Kunming per qualche concerto. Poi torno sui miei passi, questa volta veramente soddisfatto.
“Grandissimo festival” penso entrando in camera.


"Here comes Johnny with the power and the glory / Backbeat the talkin' blues / He got the action, he got the motion / Oh Yeah the boy can play / Dedication devotion / Turning all the night time into the day"


(Dire Straits)

domenica 22 aprile 2012

Puzhehei: giorno 1


7:30

L’autista del taxi si guarda intorno un pò spaesato, poi, rassegnato, fa una chiamata e comincia a parlare un mandarino orribile ed incomprensibile. Sembra stanco e confuso, probabilmente la sua giornata non è cominciata da poco. Io da dietro gli faccio segno di andare sempre dritto, che la strada la conosco e posso guidarlo, ma lui solleva una mano e continua a parlare. Sta cercando di capire come arrivare rapidamente al Laba bar e liberarsi dell’ennesimo scocciatore che ha avuto la sfortuna di rimorchiare, ma il suo compare dall’altra parte non sembra essere di grande aiuto. Dopo qualche minuto saluta e stacca la chiamata. “Ti ho detto che so come arrivarci” gli faccio da dietro, un pò seccato. Lui fa finta di non sentire e tira dritto. “La prossima a destra” gli suggerisco dopo un pò. Senza dire una sola parola, fa esattamente come gli ho detto e poi accosta. “Voi stranieri questi posti li conoscete tutti, vero?” sogghigna contando i soldi. Faccio per rispondergli ma il telefono comincia a vibrarmi dalla tasca dei jeans. È il tarantino. “Sei arrivato?” Scendo dal taxi e mi avvio verso il Laba. “Appena adesso. Ma non vedo nessuno, è ancora troppo presto”. “Gli stronzi se la prendono comoda. Vai lì e aspetta. Se partite con una mezzoretta di ritardo non fa niente. Cerca di non fare casini con i nomi mi raccomando. Se ci sono grane, chiamami subito.”
Davanti all’ingresso del locale ci siamo solo io e una cinesina con una macchina fotografica appesa al collo e un grosso zaino sulle spalle. Le chiedo se sta aspettando il pulman per Puzhehei e lei mi risponde di sì. Poi tiro fuori la lista. Io sono quello della lista.

9:45

Il foglietto di carta è tutto stropicciato e anche un pò strappato. Avrei dovuto farne una copia, penso maledicendo la mia sbadataggine. Me lo rigiro tra le mani, mentre il pulman imbocca l’autostrada e si allontana rapidamente da Kunming. Scorro la lista per l’ennesima volta per appurare di aver calcolato bene, di non aver tralasciato nessuno. Soprattutto, riconto i soldi che ho in tasca, una mazzetta arrotolata di 50 e 100 yuan. I conti tornano. Mi abbandono sul sedile e chiudo gli occhi, stremato. Non sono nemmeno le 10 e ho già le pile scariche. Mi consolo pensando di aver fatto il grosso del lavoro senza troppi intoppi. Ora devo avvisare il tarantino. “Ottimo. Ci sono tutti?” mi chiede sbadigliando. Mi guardo intorno. Molti dei 40 ragazzi seduti sul pulman hanno delle facce conosciute. Basta andare a Kundu il sabato sera per incontrarli. “Ne mancano due, i loro amici hanno detto che non vengono. Com’è il tempo lì?”, “Non c’è il sole, sembra quasi che voglia piovere. Ah, se ti chiedono a che ora arrivate, digli che ci vogliono almeno 6 ore. A proposito, ci sono anche i tre cagnacci?” I “tre cagnacci” sono tre canadesi dall’aspetto bestiale che vivono a Kunming da un’eternità più o meno. Come Lucio e Eddy, anche loro hanno fondato una punk band, dall’emblematico nome: Gouride (in cinese, “figli di un cane”). Come riferisce Lucio nel suo libro, si sono scelti i seguenti, a dir poco stravaganti nomi d’arte: Stronzone, Merdaccia e Appiciafuoco. Per me e per il tarantino sono semplicemente i “tre cagnacci”. “Sì, ci sono. Ma sembrano tranquilli per adesso.” Sento il tarantino scoppiare in una fragorosa risata. “Aspetta che gli passi il sonno.”

11:25

Il Cagnaccio n°1, decisamente il più aggressivo e animalesco dei tre, ha tirato fuori una chitarra e ha attaccato con un pò di buon country, seguito a ruota da altri tre o quattro manigoldi. Ha i capelli biondicci rasati ai lati, i dreds che scendono lungo il collo e la bocca contorta in un ghigno sadico che lascia scoperti i denti gialli di nicotina. “Quindi tu e il tuo socio di cosa vi occupate di preciso?” mi chiede Adam, un americano di San Francisco in giro per l’Asia orientale. “Non è il mio socio, gli dò soltanto una mano” ci tengo a precisare. “Essenzialmente si occupa di organizzazione e promozione di eventi, roba del genere.” Il californiano mi chiede se siamo tra gli organizzatori del festival al quale stiamo andando, e io gli rispondo di no, che abbiamo solo venduto i biglietti e organizzato i pulman. Ha viaggiato tra Tailandia, Vietnam, Cambogia e Laos per più di un mese. La scorsa settimana è finalmente approdato nel “Regno di Mezzo”, e ci resterà più tempo possibile. Quanto? Chi lo sa. Ci sono troppe cose da vedere ed ha già cambiato l’itinerario un sacco di volte. Probabilmente risalirà fino al Xinjiang, arriverà in Mongolia e infine Beijing. “Non ho visto ancora molto, ma la Cina mi sembra un posto pazzesco. Voglio dire, basta camminare per la strada di una qualsiasi città per capire che qui sta succedendo qualcosa di straordinario. È senza dubbio il posto più eccitante dove vivere in questo momento, e dovete considerarvi fortunati ad esserci.” Non potrei essere più d’accordo. Poi parliamo dell’America, quella immaginata e quella reale, dei suoi miti e della sua decadenza. E della California, dei suoi vini e delle sue spiaggie. Alla fatidica domanda: “Las Vegas o Atlantic City?”, lui non ha un nemmeno un attimo di esitazione. “Vegas forever, man!” Sì, un pò gli manca lo Zio Sam, ma per adesso di tornare a casa non se parla. “Il mio piano è non avere un piano.” Sembra che di questi tempi sia la scelta più saggia.

16:45

Lo Yunnan è un posto incredibile. Ai tempi del “Celeste Impero” l’Imperatore vi confinava i nemici e i gli oppositori politici. Era lontano e difficile da raggiungere lo Yunnan, con i suoi alti monti e la mancanza di grandi corsi d’acqua che facilitassero le comunicazioni. Oggi i suoi villaggi, ormai diventate vere e proprie città, sono ambite mete turistiche, specialmente per i cinesi delle grandi metropoli dall’aria irrespirabile e dal clima insostenibile. Puzhehei è soltanto l’ultima rivelazione di una provincia in rapida espansione. Almeno questo è ciò che si evince dalle “quattro A” che l’Ufficio Nazionale del Turismo ha generosamente elargito a questa cittadina, che solo fino ad una decina di anni fa era un villaggio semisconosciuto e isolato e adesso è celebrata come la “Guilin dello Yunnan”.
Quando il pulman si ferma nei pressi dell’hotel, mi rendo conto che, quasi senza accorgermene, sono finito in un vero e proprio paradiso. Ho appena il tempo di elaborare questo pensiero, che è già ora di rimettersi al lavoro. Per fortuna non dovrò fare tutto da solo: in lontananza vedo il tarantino venirci incontro, la sigaretta tra le labbra e l’immancabile cappello dal quale sbucano i folti capelli castani. “Fratello digli a questi stronzi di uscire i passaporti e mettersi in fila che non abbiamo tanto tempo. Tra un’oretta dobbiamo essere tutti sul pulman per andare al festival.” Lavorare con i cinesi non è semplice. Il tarantino me l’ha già detto e ripetuto, e oggi ho l’opportunità di constatarlo di persona: le receptionist dell’albergo dicono di non sapere niente del presunto “accordo” tra il tarantino e gli organizzatori del festival. Ma Andrea non perde la calma neanche un momento, fa un paio di chiamate, parla con un paio di persone e in un attimo il problema è risolto. “Sei sicuro di non aver mai studiato cinese in Italia?” gli chiedo battendogli una pacca sulla spalla. Lui si accende la decima sigaretta in venti minuti. “Io davvero non so come fanno a capirmi questi. A volte non mi capisco nemmeno io.”

18:30

Il palco è stato montato su una vasta area pedonale che si affaccia su uno dei tanti laghetti di Puzhehei. Di fronte c’è anche una montagnetta dalla cima arrotondata che i fari al neon illuminano a tratti, facendola apparire e scomparire. Due cose mi colpiscono immediatamente. La prima è la folta presenza di anziani e bambini che premono sulle transenne che delimitano l’area del concerto, incuriositi da questo strano evento a cui non avevano mai assistito prima. La seconda riguarda il dispiegamento massiccio di forze dell’ordine che è stato approntato dalle autorità per mantenere l’ordine e la sicurezza. I poliziotti sono ovunque, circondano il perimetro con i manganelli, tanto che sembra di stare ad un comizio politico piuttosto che ad un concerto. Appena arriviamo un uomo sta parlando dal palco, leggendo da un fogliettino che tiene in mano. Dal modo in cui è vestito e dalla sua parlantina deve trattarsi di un politico. Irene mi sta di fianco. Da quando Michela e Giovanna sono andate via, è lei il mio punto di riferimento a Kunming. Ci fanno passare tra la folla che assedia il cancello di ingresso. In un attimo siamo dentro. Il senso di disagio cresce. I poliziotti sono anche qui e formano una barriera invalicabile per impedire agli spettatori di avvicinarsi troppo al palco. Delle transenne e qualche buttafuori non sarebbero stati altrettanto utili e meno intimidatori? Mentre il politico continua il suo discorso di circostanza, ringraziando questo e quello, elogiando le bellezze naturistiche di Puzhehei e dello Yunnan, ho una terza, amarissima, sopresa: non ci sono stand di cibo. Non che mi aspettassi i devastanti panini con salsiccia e melanzane di cui si fa incetta dalle nostre parti, ma almeno un pò di riso in bianco. Ci guardiamo intorno desolati, mentre lo stomaco brontola rumorosamente. Solo qualche chioschetto che vende Snow Beer, una bevanda disgustosa a cui dovremo, volente o nolente, abituarci dato che sembra sia l’unica ad essere venduta da queste parti. Cominciano a circolare voci incontrollate secondo cui all’esterno dell’area del concerto ci sarebbero dei chioschetti di patate fritte e arrosticini vari. Ci fiondiamo all’istante, lasciando il politico alle sue manfrine. Il posto in questione esiste davvero, ma più che un chioschetto trattasi di squallida bancarella. Il friggitore ci guarda in faccia e poi mormora: “10 kuai”. Una cifra a dir poco spropositata per una porzioncina di patate. Tra di noi c’è anche una ragazza cinese dai capelli biondi tinti di nome Lele (che in cinese significa letteralmente “felice felice”), che non esita a contestare il clamoroso tentativo di estorsione da parte del friggitore. “Stai scherzando spero. Non te ne diamo più di 5 per una porzione di patate” dice ridendo. Il friggitore non batte ciglio e comincia a preparare le porzioni. “E faccele ben cotte.” Mi sembra di conoscerla da tempo questa Lele. Anche di lei ho letto nel fantastico libro di Lucio, e precisamente nel capitolo 64, “Il grande colpo degli Smegma Riot”, quando i nostri cinque eroi fanno tappa a Chengdu e incontrano questa ragazzetta dai modi risoluti e furbetti. Lucio ne elogiava in particolare le protuberanze mammarie, insospettabilmente abbondanti e sode trattandosi di una cinese. Una decina di minuti più tardi siamo già sotto al palco, pronti a roccheggiare come Dio comanda. Il politico saluta e ringrazia, poi dal laghetto comincia una spettacolare coreografia di fontane e luci. Tutto troppo pomposo e autocelebrativo per i miei gusti, decisamente non rock. Poi cominciano le esibizioni.

21:40

Quanto tempo è passato? Guardo l’orologio e, sgomento, constato che queste tre ore sembrano essere durate un’eternità. Chiedo a Irene se anche per lei è così, e lei annuisce. Probabilmente è per via del livello mediocre delle band, molte delle quali cinesi. Una di queste era composta da quattro ragazzini vestiti come dei fighetti e dai tagli di capelli improbabili. “Veniamo da Pechino ma sicuramente in molti ci conoscete anche qui nello Yunnan”, così si è presentato il frontman, prima di attaccare con un pop molto “cheap” e “cheesy”. Che il pubblico cinese ha dimostrato di apprezzare comunque, sebbene la cosa non mi abbia sopreso più tanto. Ad un certo punto il frontman ha cominciato a lanciare tra la folla cd autografati, ed è stato il delirio tra le ragazzine. “Con questa canzone vi lasciamo. È un pezzo molto romantico e anche un pò triste, quindi stringete la mano della vostra ragazza o del vostro ragazzo se ce l’avete. Se non ce l’avete, questo è il momento giusto per conoscere qualcuno.” Speravo di aver capito male, ma Irene, anche lei sbalordita, ha confermato tutto. Poi è stata la volta di una band che suonava un hard rock reso particolare dall’interpretazione lirica del cantante. Una cosa mai sentita prima, per ovvie ragioni aggiungerei. Adesso sul palco ci sono cinque omoni che sbattono i pugni su dei tamburi cercando di cavarne un ritmo orecchiabile e ballabile. Tutto il resto è noia.

22:35

Finalmente è successo: qualcuno su quel quel palco è riuscito a stupirmi. E non poteva che essere una band cosiddetta “etnica”, una di quelle con strumenti musicali e abiti che, con un certo grado di approssimazione, si potrebbero definire tradizionali. Sono tutti cinesi tranne il cantante, che ha dei lineamenti caucasici ma canta in una lingua che assomiglia al mandarino. Irene è particolarmente impressionata dal flautista, un tipo dalla carnagione scura e dai lunghissimi capelli castano chiaro che scendono lungo la schiena fino ai fianchi. Durante la performance, un ragazzo vestito completamente di nero si fa sotto al palco e comincia una sua personale esibizione da artista di strada, con torce e cerchi fiammeggianti. Mi avvicino per vedere meglio e in quel momento scopro che il tipo che sta letteralmente “scherzando con il fuoco” altri non è che il californiano Adam.

23:10

Quando un concerto comincia presto, è inevitabile che finisca altrettanto prematuramente. Se poi ci si mette anche la pioggia, allora è proprio il caso di levare le tende. Ma il tarantino non è il tipo da far concludere una festa prima di mezzanotte. “Spargi in giro la voce che c’è un after-party alla barca” mi dice prima di correre verso gli autobus. La “barca” altro non è che una struttura della forma di un’imbarcazione a due piani sospesa sull’acqua a cui si accede tramite uno stretto pontile. Si trova di fronte al ristorante del nostro albergo, quindi è il caso di montare tutti sul pulman e tornare da quelle parti. Irene è ancora sconvolta dall’esibizione del gruppo etnico. “Per caso Andrea ti ha detto di dove sono e se suonano anche domani?” mi chiede mentre andiamo verso il pulman che ci riporta in hotel. Io scuoto la testa. “Allora hai deciso di partire domattina?” le domando ingollando l’ultimo sorso della mia Snow Beer. “Sì, i miei amici mi aspettano a Guilin. Spero non ci saranno problemi ad arrivare fin lì da Puzhehei.” Il pulman ha già il motore acceso ed è pronto a partire. Le chiedo se non ci sia proprio niente che possa convincerla a restare. “Al momento no” è la sua secca risposta.

00:30

L’after party sulla barca non è stato proprio un fiasco, ma si poteva fare di meglio. Fortunatamente in occasioni come questa c’è sempre un diversivo rock all’assordante musica tecno. I tre cagnacci al completo si sono impossessati della reception e hanno improvvisato un bel concerto. Il Cagnaccio n°1 ha ripreso in mano la chitarra, accompagnato dal Cagnaccio n°2 al violoncello. Quanto al Cagnaccio n°3, beh è talmente ubriaco da riuscire a suonare qualsiasi cosa: sedie, tavoli e persino esseri umani. C’è anche il mitico John Nevada, un americano di oltre 60 anni dallo spirito indomabile e dall’anima blues. Un altro dei personaggi “storici” di Kunming, uno di quelli su cui varrebbe la pena scrivere un libro, forse più di uno. La prima volta che l’ho visto mi trovavo a Kunming da meno di un mese. Ero al “The Box” con Michela, e ricordo questo tipo perennemente ubriaco che saliva e scendeva abbracciando tutti, con in testa un cappello bianco che nascondeva quel che rimaneva di una chioma un tempo bionda e folta. Il locale stava per chiudere, ma lui pretendeva un ultima bottiglia di Assenzio. Sarebbe stato disposto a pagare anche 100 yuan per una dannata bottiglia, ma Franca, la proprietaria del “The Box”, fu irremovibile e John dovette accontentarsi di una birra. Domani sera sarà sul palco insieme al suo gruppo, i “War Horse”, e se ne vedranno delle belle.
La voce del tarantino mi riporta alla realtà. “Allora, che te ne pare?” Gli rispondo che è una figata, semplicemente una gran figata. Lui sorride e mi passa una Snow Beer bella gelata. “Ora hai capito perchè ho scelto questo lavoro?”


"Glory days well they'll pass you by / Glory days in the wink of a young girl's eye / Glory days, glory days" (Bruce Springsteen)