mercoledì 27 giugno 2012

Via dalla città della nebbia e delle pentole di fuoco

Quando il grosso sleeping bus lascia la stazione dei pullman e si immette nelle caotiche arterie della città, ho i piedi zuppi e un gran mal di testa. L’orologio elettronico in alto di fronte a me mi informa che sono quasi le 8 di sera, non che a Chongqing questo abbia molta importanza. Da queste parti le giornate assomigliano a strade diritte che procedono a perdita d’occhio, senza inizio nè fine, senza svolte o deviazioni lungo il percorso. Il cielo mantiene quel suo colorito livido e greve dalla mattina alla sera e per intere ore il tempo semplicemente resta immobile. Lo senti sopra di te quel cielo, con tutta la sua minacciosa imponenza, sempre più vicino. Ti impedisce di respirare, getta un velo scuro sul tuo umore, ti succhia via le energie ad ogni passo. Scrutandolo non puoi fare a meno di chiederti quando si deciderà ad esplodere, e l’attesa è straziante. Sembra il faccione di un bambino perennemente contratto in una smorfia di dolore e amarezza, la tipica espressione che precede il pianto. Ma nemmeno l’ombra di una lacrima. È andata avanti così per due giorni, mentre camminavamo increduli tra le macerie scintillanti del boom edilizio e consumavamo litri d’acqua minerale per far fronte all’ingente perdita di liquidi dovuta all’afa infernale di fine giugno. Poi stamattina il cielo è finalmente scoppiato in un pianto liberatorio ed inarrestabile. Chissà quanta sofferenza si teneva dentro. E come si potrebbe biasimarlo: nel giro di vent’anni ha visto la città sotto di lui cambiare a ritmo incessante, trasformarsi inesorabilmente in un obrobrio metropolitano. È cominciato tutto dalla fine degli anni ’70, come per molte altre metropoli cinesi, ma le cose hanno preso decisamente un’altra piega nel 1997. In quell’anno Chongqing si distaccò dalla provincia del Sichuan e divenne una municipalità autonoma come Beijing, Tianjin e Shanghai. Nell’ambito del programma di “sviluppo dell’ovest”, ricevette sostanziosi fondi dal governo, cominciò ad attrarre investitori cinesi e stranieri, si espanse fino a raggiungere una popolazione totale di circa 32 milioni di persone. I risultati di tutto questo ho potuto constatarli in questi tre giorni: abitazioni tradizionali su palafitte rase al suolo per lasciare posto ai grattacieli, elevato tasso di inquinamento, marcati squilibri sociali e un gap tra ricchi e poveri che diviene sempre più incolmabile.
Non certo la mia città ideale, penso mentre il pulman che mi sta riportando a Kunming costeggia uno dei due fiumi che attraversano la città. Il colore dell’acqua, manco a dirlo, è tra il marrone e il verde. Sulla superficie spuntano qua e là piccoli lembi di terra dove qualche pescatore aspetta immobile con la canna tra le mani. Mi è addirittura sembrato di vederne qualcuno immergersi nell’acqua fino alle ginocchia. Al di là del fiume, gli enormi grattacieli sono schierati uno di fianco all’altro come invincibili titani avvolti da una nebbia fittissima che ne rende le fattezze persino più mostruose. Mi strofino i piedi raggrinziti e umidi. Stamattina, dopo aver lasciato l’ostello, le mie false adidas comprate a 100 yuan (circa 12 euro) hanno retto solo per una trentina di minuti, poi l’acqua ha cominciato a penetrare il rivestimento esterno, arrivando ai calzini e infine ai piedi. Nel bel mezzo dell’acquazzone abbiamo trovato rifugio in un museo che ripercorreva le vicende dell’accordo segreto firmato nel 1943 tra il Kuomintang di Chiang Kai-shek, la fazione politica in opposizione ai comunisti, e gli Stati Uniti. Durante la guerra civile tra Kuomintang e comunisti, Chongqing era una delle roccaforti della cricca di Chiang Kai-shek e in tutta la città sorgevano uffici, campi di addestramento e prigioni dove erano detenuti traditori e avversari politici. Una di queste è stata oggi trasformata in una sorta di santuario per celebrare i 300 martiri comunisti uccisi qui nel 1949, anno della vittoria dell’esercito di Mao e della fondazione della Repubblica Popolare.
Quando ci è sembrato il caso di uscire dal museo, di cui ormai conoscevamo ogni angolo viste le abbondanti tre ore trascorse al suo interno, la pioggia naturalmente non era cessata e mancavano ancora diverse ore alla partenza. A quel punto c’era soltanto una cosa da fare: mangiare. Lasciate che vi racconti qualcosa sul cibo locale. La cucina di Chongqing, così come quella del Sichuan, predilige decisamente i sapori forti e l’abuso di peperoncino costituisce la regola. Definire questi piatti semplicemente “piccanti” sarebbe poco. Si tratta di una vera e propria tortura per labbra e lingua, che dopo un po’ divengono insensibili a qualsiasi sapore tanto sono intorpidite. La gente va pazza per la lo huoguo (letteralmente “pentola di fuoco”). L’idea è tanto semplice quanto efficace: si riempie un pentolone di brodo bollente e piccantissimo e vi si fa cuocere di tutto. Viscere di qualsiasi animale, funghi, calamari, tofu, radici di loto e chi più ne ha più ne metta. Vi chiederete: “Ma come si fa con quel caldo?” Che vi devo dire, in qualche modo si fa. E poi la gente del luogo sotiene che questo piatto, oltre a tenere caldi in inverno, rinfresca il corpo quando la temperatura sale poichè fa sudare parecchio. Sarà anche così, ma personalmente preferisco rinfrescare il mio corpo davanti ad un condizionatore acceso a palla piuttosto che grondando copiosamente liquidi di scarto.
E proprio pensando alla pentola di fuoco, al brodo fumoso e rosso che ribolle al suo interno come lava nella bocca di un vulcano, chiudo gli occhi e mi addormento. Un sonno profondo come non mi capitava di fare da tempo, men che meno su un pulman che procede a strattoni sbatacchiandomi qua e là. Mi risveglio che sono quasi a Kunming e il cielo è tornato sereno. Quando scendo dal bus sciami di tassisti mi circondano pensando sia un turista venuto a visitare la città dell’Eterna Primavera per qualche giorno. Vorrei dir loro che qui ci abito già da 8 mesi e che possono risparmiarsi tutte le loro manfrine. Invece abbasso la testa e tiro dritto verso casa.

Dovremmo lavorare solo quando piove e appena viene il sole far canzoni nuove (Antoine)

giovedì 21 giugno 2012

L’importanza di chiedersi “Perchè No?”

Non ricordo esattamente a chi sia venuta l’idea, nè tantomeno come sia successo e quando. Non so nemmeno se sia stato per caso o se ci siano volute diverse notti in bianco per partorirla. Sta di fatto che un giorno come tanti io e il tarantino abbiamo cominciato a parlare di una festa in barca e lì per lì la cosa non ci è sembrata affatto male. Ci siamo guardati negli occhi e ci siamo chiesti: “Perchè no?”
Una domanda che dovremmo farci tutti un pò più spesso per evitare paranoie e tentennamenti vari. Noi proviamo a farne uso ogni volta che ne abbiamo l’opportunità, con quel pizzico di incoscienza che è decisamente il sale della vita. Se non l’avessimo mai fatto, chissà dove saremmo adesso. Sicuramente non in Cina, non a Kunming. E quante cose non sarebbero accadute, quante cose non sarebbero mai nate. Il suo progetto MovidaKM (che col tempo è diventato un pò anche il mio), la nostra amicizia, l’ormai leggendario festival musicale di Puzhehei. E adesso questo Boat Party. L’abbiamo chiamato Weishenme Bu?, che in cinese significa proprio “Perchè no?”, giusto per ricordare agli altri, ma soprattutto a noi stessi, che “il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione.”
No, Kunming non si affaccia sul mare, non è Miami e neppure Rio. In compenso, a quaranta minuti di bus dal centro, sorge il lago più grande di tutto lo Yunnan, il Dianchi, sulle cui sponde la gente cerca e trova un po’ di meritato riposo la domenica pomeriggio, dove pazienti pescatori aspettano in silenzio e ragazzini innamorati baciano le loro fidanzate.
Qualche giorno dopo la nostra conversazione, il tarantino si trovava già a bordo di una barca a tre piani lunga 38 metri dal nome “Dianchi Number One”, a discutere con il proprietario per accordarsi sul prezzo. Al suo fianco c’era Steve, un ragazzo torinese che adesso gestisce uno dei bar più alla moda di tutta Kunming e che ha avuto un ruolo altrettanto decisivo nell’organizzazione della festa. Detto fatto. “La barca è stata fermata e a quasi la metà del prezzo che il proprietario ci aveva chiesto all’inizio, inoltre abbiamo anche la band e il DJ” mi ha annunciato trionfante Andrea al ritorno dalla spedizione. Poi è partito per Shanghai, dove si teneva un importante festival itinerante con artisti italiani e cinesi, l’Hitweek, a cui, non so come, era riuscito a farsi invitare come ospite/collaboratore con accesso al backstage.
Me la ricordo bene quella settimana. Avevamo solo 15 giorni per preparare poster, flyer, biglietti e fare la dovuta promozione. Il tarantino mi chiamava tutti i giorni per raccontarmi dei suoi incontri ravvicinati con i Negrita e i Subsonica, di quanto fosse figa Shanghai ma allo stesso tempo di quanto non facesse per lui. Se la stava spassando eccome, ma il suo pensiero era costantemente rivolto a Kunming e alla festa sulla barca. Ci fu un intenso scambio di mail tra me, lui e Steve per accordarci sui testi da inserire nel materiale informativo, dopodichè inviammo il tutto a Yang Yang, la nostra grafica/artista di fiducia. La ragazzina è una tosta, non c’è che dire. Lavora instancabilmente a qualsiasi ora del giorno e della notte, non si ferma finchè il committente non è soddisfatto del suo lavoro. In meno di tre giorni avevamo la versione definitiva di tutto quello che ci serviva per partire con la promozione. Il progetto grafico consisteva essenzialmente in una barchetta di carta che si lascia trasportare dolcemente dalle onde di un azzurro mare. Un’idea semplice ed efficace. Intanto il tarantino era tornato da Shanghai. L’esperienza pareva averlo rigenerato, o forse era solo contento di essere di nuovo a “casa” a prendersi cura dei suoi affari. Oltre alla consueta passione, però, si intravedeva qualcos’altro nei suoi occhi. Una vena di comprensibile preoccupazione, probabilmente. Non ne abbiamo mai parlato apertamente, ma entrambi sapevamo che ragionevolmente esistevano dei margini di rischio. Quando si lotta per cavare qualcosa di concreto da un’idea, per quanto stuzzicante ed azzeccata possa sembrare, arriva sempre il momento in cui bisogna fare i conti con il Dubbio. A una settimana dalla festa noi eravamo più o meno in quella fase, e penso lo fosse anche Steve. Anche perchè, per forza di cose, avevamo dovuto fissare il costo del biglietto a 160 yuan, una cifra che suona irrisoria se convertita in euro (circa 20), ma che da queste parti significa tanto per molti squattrinati studenti cinesi e stranieri. Inoltre, si sa, le persone hanno paura delle novità in generale, e una festa sulla barca sul lago Dianchi lo era eccome. Nessuno ci aveva mai provato prima, ma questo eventualmente poteva rivelarsi un punto di forza. Di buono c’era che in giro se ne parlava parecchio e in molti manifestavano un certo entusiasmo al proposito.
Ad ogni modo, un pò anche per ingannare il tempo, passammo gli ultimi giorni prima dell’evento a pensare a qualche modo per intrattenere la gente a bordo. Oltre alle performance musicali, al rinfresco gratuito, alla crociera di un’ora sul lago, al video dell’evento, serviva qualcos’altro. In meno di mezz’ora il tarantino sfornò una dozzina di idee che oscillavano tra il geniale e l’orripilante. Cos’abbia realmente in testa quel ragazzo è uno dei più grandi misteri di questo mondo per me. Alla fine optammo per due competizioni dal fascino intramontabile: Miss Maglietta Bagnata per le fanciulle e Mister Culo d’Oro per i ragazzi, con due ragazze vestite rispettivamente da poliziotta e marinaretta a far rispettare il (dis)ordine sulla barca. La marinaretta sarebbe stata Irene, che non si tira mai indietro quando si tratta di aiutare due amici e divertirsi un pò. Eravamo pronti.

È l’una e mezza di notte e abbiamo appena finito di trasportare l’attrezzatura della band sul minivan. Ora restano solo da portare fuori gli ultimi fusti di birra prima che il sipario cali definitivamente su questa festa. Lo facciamo con calma, senza troppa fretta, come se volessimo prolungare quanto più possibile il momento. Quando avremo finito anche con questo, ci abbandoneremo su qualche panchina e ingolleremo l’ultimo sorso di birra, chiacchierando del più e del meno mentre l’adrenalina in corpo cala lentamente. Questa è la parte che preferisco di ogni evento per la cui organizzazione abbia dato il mio contributo.
Tra qualche ora potremo cominciare a fare i primi bilanci, a contare i biglietti venduti, a calcolare l’incasso del bar. A valutare attentamente cosa sia andato storto e in cos’altro abbiamo avuto successo. Ma non adesso. L’unica cosa che conta adesso è che sia finita, e sapere di aver finalmente visto con i nostri occhi qualcosa che fino a ieri potevamo solo immaginare è già una piccola vittoria. Almeno per me lo è, e spero lo sia anche per il tarantino e per Steve. Che magari domattina non si troveranno con le tasche gonfie di banconote col bel faccione di Mao, ma per quello c’è sempre tempo tutto sommato.
Se lo chiedeste a me in questo preciso istante, qui sul molo traballante dell'inquinatissimo Dianchi Lake, vi direi che la festa è stata semplicemente memorabile, che se fossi stato un semplice ospite mi sarei divertito proprio come ritengo si siano divertiti in molti stasera.
E vi direi anche di non sottovalutare l’importanza di un “Perchè no?” detto al momento giusto. Può cambiarvi la vita.

Finchè la barca va lasciala andare (Orietta Berti)