"Mamma, che ne dici di un romantico a Milano? Fra i Manzoni preferisco quello vero, Piero"
(Baustelle)
domenica 18 dicembre 2011
Una persona realista
Me ne sto davanti ai fornelli ad osservare le zucchine e le carote prendere lentamente colore, mentre sinuose colonnine grigie si levano dalla padella e si dirigono verso la finestra semichiusa. Nella mia testa mille pensieri si muovono da una parte all’altra come schegge impazzite, i volti si mischiano e sovrappongono, gli odori e i luoghi della mia vita si confondono tra loro. Sono talmente assorto che la voce di Nancy mi fa sobbalzare. “Qual’è il nome questo piatto?” Come se avessi una vaga idea di ciò che sto facendo. “Mischio tutto insieme e vedo quello che esce fuori, è questo quello che faccio.” Mi dice che ha un buon aspetto e io le rispondo che, in barba a quella vecchia storia che anche l’occhio vuole la sua parte, a me interessa molto di più il sapore. “Ecco vedi, adesso aggiungo questo delizioso formaggio di capra tagliato a cubetti e tra un po’ via con i pomodorini freschi, il tocco finale.” Ma sentitemi, il cugino sfigato di Antonella Clerici. “E quando lo metti il peperoncino?” Diciamo pure mai, carissima Nancy. E smettiamola con questa ossessione per il piccante, è malata. L’altra volta mi è bastato uscire dalla camera dopo un’estenuante sessione culinaria di Mamma di Nancy per cominciare a tossire e lacrimare. Voi cinesi avete viziato le vostre papille gustative oltre ogni misura, e adesso non sapete più cosa sono i sapori semplici e genuini. Una punta di origano, un pizzico di sale e una spruzzatina di extravergine d’oliva. Tutto qui. “Ah, ancora non ti sei abituato alla cucina cinese. E a cos’altro non ti sei abituato?” Sento puzza di terzo grado. O è quello, oppure le zucchine e le carote mi si stanno bruciando. No, le zucchine e le carote sono a posto, quindi dev’essere per forza puzza di terzo grado. Diciamocelo pure, Nancy è una gran impicciona. E anche piuttosto bigotta. Quando, durante quel famoso primo colloquio, le dissi che probabilmente nei week-end sarei rientrato un po’ più tardi e le chiesi se questo fosse un problema per lei, mi rispose: “Io ti consiglio di tornare sempre presto a casa, perché sei ancora piccolo, sei straniero ed è molto pericoloso girare da soli di notte in questa città.” Kunming, una delle città più sicure della Cina, con pattuglie di poliziotti ad ogni angolo e pullman mezzi pieni fino a tardi. Ogni conversazione con Nancy quasi sempre finisce per diventare una sorta di interrogatorio moralizzante in cui le mie abitudini e le mie idee vengono severamente passate al vaglio della conservatrice saggezza cinese. Mangio spaghetti quasi tutti i giorni? Non va bene. Consumo i miei pasti in camera mentre guardo un film? É molto deleterio perché il computer sottrae al mio cervello la concentrazione e l’energia necessarie ad una sana digestione. E oggi sta succedendo la stessa cosa. Di punto in bianco Nancy mi lancia addosso la classica domanda da un miliardo di dollari come una patata bollente. Quali sono i miei progetti per il futuro, quanto tempo voglio restare in Cina, che farò dopo. Cosa può rispondere ad un simile quesito un ragazzo di anni 25 che si è appena laureato in una disciplina umanistica in Italia e che è in Cina da poco più di due mesi? Che ancora è presto per saperlo con certezza, che quel che conta adesso è imparare questa dannata lingua meglio che si può, che chi vivrà vedrà. Lei mi guarda per qualche istante, poi dice qualcosa in cinese che io non riesco a capire, così lo ripete in inglese. “You are a reality person.” Say what? “Sì, ci sono i romantic e i reality, tu sei un reality”. Sarà mica realist? “Esatto, in cinese xianshi 现实. Sei uno che non vive nel passato e nel futuro, ma solo nel presente.” Le chiedo se secondo lei è una cosa positiva o negativa e lei mi risponde che può essere l’una o l’altra a seconda dei casi. E in questo caso?!? Lei guarda l’orologio e dice: “E’ tardi, devo andare adesso.” Maledizione Nancy, è possibile che debba essere sempre tu a decidere quando è ora di aprire una conversazione e quando è ora di chiuderla? Mi lasci qui davanti alle mie zucchine e alle mie carote ormai bruciacchiate a chiedermi cosa diavolo hai voluto dire. Il vocabolario mi suggerisce che xianshi può essere inteso anche come “pratico”, “pragmatico”, o può avere il significato derogatorio di “opportunista”. Che poi io mi sono sempre reputato un idealista più che un pragmatista. Mah, chissà cosa aveva in mente Nancy. Probabilmente non lo saprò mai. Magari l’ha detto così, senza pensarci troppo, e non dovrei darci tutto questo peso. O forse voleva intendere che i venticinquenni cinesi stanno già leccando i piedi al capo dell’azienda dove, confucianamente, sgobbano dalla mattina alla sera. Che pensare al futuro è importante. Sarà, io però continuo a preferire una vita in cui non è già tutto scritto e in cui le cose possono cambiare da un momento all’altro. Sono qui e sono pronto a lasciarmi sorprendere da tutto quello che succederà. Questo fa di me un romantico o un realista?
sabato 10 dicembre 2011
Caschi Gialli
Kunming è una città in continuo ed incessante cambiamento. Non si fa fatica ad accorgersene, basta passeggiare tra gli enormi cantieri edilizi che si trovano praticamente ad ogni angolo. Là dove solo fino a qualche anno fa sorgevano tradizionali abitazioni cinesi in mattoni a due o tre piani, adesso ruspe, gru ed escavatrici con i loro ruggiti metallici stanno innalzando grattacieli che un giorno non molto lontano ospiteranno uffici di ditte straniere o cinesi e lussuosi appartamenti per manager. All’esterno, sui muri di cartongesso che delimitano l’area di costruzione sono impressi slogan che incitano alla creazione di una società “civile” (la parola wenming 文明, che compare ossessivamente in tutti gli slogan, può essere tradotta come “civiltà” o “cultura”) e fanno bella mostra immagini di quella che si auspica sarà la Kunming dell’imminente futuro: altissimi e moderni skyscrepers immersi però nel verde, larghe strade per nulla trafficate e percorsi pedonali dove efficienti colletti bianchi passeggiano felici con le loro borsette nere di cuoio. Grattacieli e alberelli, come a dire: “per noi non conta solo fare tanti soldi, come vedete ci teniamo anche all’ambiente e alla qualità della vita dei nostri schiav... ehm, cittadini.” Alcuni cantieri sono talmente grandi da assomigliare a piccoli villaggi da cui non serve allontanarsi se non per respirare una boccata di “aria”, solo che al posto di accoglienti e confortevoli casette sorgono squallidi prefabbricati rialzati. È il regno, temporaneo, dei Caschi gialli, forse tra i veri protagonisti del miracolo economico della Cina, di questo secondo “Grande Balzo in Avanti”. Sono loro che stanno cambiando il volto di questa città e di questo Paese, ma di fatto vivono ai margini della società, in una sorta di universo parallelo fatto di polvere e fango in cui tutto è indistinto e precario. Non c’è niente di definito e risolto nella loro esistenza, che è un continuo abbattere e ricostruire, e poi ancora abbattere e ricostruire. Almeno un paio di volte al giorno lasciano questa sorta di ghetto e in processione si dirigono lentamente verso qualche bettola dove consumano qualcosa di simile ad un pasto, i volti scavati e i corpi logorati. In testa quei caschi gialli che sono l’emblema di una vita votata al sacrificio e minacciata da mille pericoli. La maggior parte di loro ha lasciato le campagne già da tempo, ma nonostante questo detiene ancora lo status giuridico di contadino. In base al sistema della registrazione della residenza cinese, infatti, coloro che si trasferiscono dalle campagne alle città non sono autorizzati a cambiare la loro residenza originaria. Questo significa che non hanno accesso ai basilari servizi sociali della società, come l’assistenza medica, l’educazione per i figli, l’alloggio (e di conseguenza anche l’allaccio di acqua, elettricità e riscaldamento), ma in compenso mantengono, nel luogo di residenza, un proprio appezzamento di terra e la casa. Le decine di milioni di contadini che dagli anni ottanta in poi si sono trasferiti nelle grandi aree urbane tartassati da una crescente povertà, e che sono stati prevalentemente impiegati, o meglio sfruttati, oltre che nel settore edilizio, anche in quello manifatturiero, costituiscono un nuovo ed atipico gruppo sociale che è visto dagli abitanti delle città con preoccupazione e diffidenza. Li chiamano mingong, un termine che in passato veniva usato per indicare i lavoratori assunti temporaneamente per un grande progetto pubblico, come la costruzione di una ferrovia o di una strada. Sono “vagabondi ciechi”, “individui fluttuanti”, “squadroni di ribelli dall’eccessiva procreazione”. Per tutti gli anni novanta i riferimenti ai mingong nei mass media e nei documenti ufficiali sono stati scarsi e per nulla lusinghieri. Nessuno si è sognato di riconoscere loro il fondamentale ed innegabile contributo che hanno dato alla modernizzazione e all’urbanizzazione del Paese. Solo nel nuovo millennio i quadri del partito e i dirigenti cinesi hanno, seppur parzialmente, ammesso i meriti dei mingong e lanciato una serie di iniziative volte a garantire loro un trattamento migliore. Sono partiti dai loro remoti villaggi attratti dalla promessa televisiva di una vita agiata in città, di case grandi e calde, di elettrodomestici, di macchine veloci, delle luci degli alberghi di lusso, di cinema, boutique e ristoranti. Ai più “fortunati” tra loro hanno dato un casco giallo per proteggersi la testa in qualche cantiere o un paio di guanti per lavorare a qualche macchina di qualche industria tessile, e uno stipendio mensile di un paio di migliaia di yuan (circa duecento euro) da spedire in gran parte alle loro famiglie rimaste in campagna. Agli altri è toccata la strada, l’emarginazione, la povertà. Un sogno che si è dissolto tra i ruggiti metallici dei martelli pneumatici e delle gru.
"Com'è bella la città, com'è grande la città, com'è viva la città, com'è allegra la città, piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luci, con tanta gente che lavora, con tanta gente che produce"
(Giorgio Gaber)
domenica 4 dicembre 2011
La Pacchia
Oltre che di un destro micidiale sotto rete, Przemek è in possesso di un bel paio di occhi azzurri, un fisico tonico ed una pelle chiarissima senza essere lattiginosa. Ciò ne fa l’oggetto del desiderio di decine di fanciulle cinesi, che vedono nel ragazzotto polacco una sintesi perfetta delle qualità fisiche che cercano in un occidentale. Una specie di stereotipo ambulante. Ma, contro ogni banale clichè, difficilmente Przemek si troverà una zita con gli occhi a mandorla e il naso schiacciato, dal momento che è qui con la sua dolce metà polacca. Olga dagli occhi blu, dai capelli di un biondo nordico, dalla carnagione cerea e dalla flebile voce. Insomma Przemek non ha fatto migliaia di chilometri per assaggiare i piatti locali, se capite cosa voglio dire. Gli bastano una palla gialla e blu e un po’ di vodka di terza scelta per essere in pace con sé stesso. Il suo cinese è eccellente: capisce con facilità, parla con scioltezza e legge lunghissimi brani in tempi da record. Così quando Du Dandan laoshi, che è la tipica professoressa a cui è impossibile non affezionarsi, gli ha suggerito di partecipare ad una “gara di declamazione”, lui ha scrollato le spalle ed annuito. Perché no. “Honestly I don’t give a damn, it’s just for fun”, mi ha detto il giorno della finale, qualche ora prima di aggiudicarsi il primo posto ex aequo con una ragazza vietnamita. Un vero animale da palcoscenico. Stretto in una lunga tunica marrone, con i capelli arruffati e gli occhi iniettati di sangue, ha declamato un poema della dinastia Song (1000 d.C. circa) su un monaco taoista che di notte erra barcollante ed ebbro per le strade del villaggio reggendo tra le mani una fiaschetta di baijiu, un disgustoso liquore cinese, e maledicendo tutto e tutti. Ma la classica pergamena non è stata l’unica cosa che Przemek ha portato a casa quel giorno. Tra gli spettatori stava seduta una ragazza cinese che lavora in un disco pub a Kundu, il quartiere dei divertimenti di Kunming. Al suo locale serviva qualche bella faccia occidentale da piazzare alla porta di ingresso, giusto per rendere il posto più cool. E indovinate un po’ da chi rimane colpita? C’è ancora qualche ipocrita moralista secondo il quale fare il ragazzo o la ragazza “immagine” sia un lavoro degradante ed umiliante. Beh, io dico che essere pagati per passare una serata in discoteca senza dover fare altro che sorridere alla gente, è il paradiso. E lo pensa anche Przemek, visto che ha accettato il lavoro senza lasciarselo ripetere due volte. Quando l’ho visto il sabato successivo all’ingresso dell’Apple con la giacca scura, la camicia bianca infilata nei pantaloni e i capelli ben pettinati, ho capito che la “talent scout” cinese ci aveva visto lungo. “Giuseppe, dove sono gli altri? Forza che c’è bisogno di voi lì dentro.” Già, perché se il compito principale di un ragazzo immagine occidentale in un locale cinese è quello di accogliere gli avventori con caldi sorrisi, un altro suo incarico non meno importante è quello di invitare quanti più amici occidentali. E farli bere. Gratis. Posiamo i cappotti e prendiamo i nostri drink senza tirare fuori un solo yuan. L’atmosfera non è delle più infuocate e la musica non è eccezionale, così ci accomodiamo su un divanetto in disparte. Ma non facciamo in tempo a sederci che la datrice di lavoro di Przemek gli comunica che quello non è il posto per noi. Ci vuole in prima linea, al bancone, possibilmente in pista. Dobbiamo fare la nostra parte e meritarci i cocktail e le bottiglie di birra che il bartender, manco a dirlo occidentale, ci mette sotto il naso. “Che strana serata” urlo nell’orecchio di Martina, che mi sta seduta di fianco. “Non mi è mai successa una cosa del genere, e a te?” Lei annuisce e sorride. “Siamo in Cina amico mio, può succedere di tutto.” Improvvisamente il dj blocca la musica e sul palco compare un capellone cinese con pantaloni di pelle attillati che si esibisce in un assolo di chitarra elettrica. Terminata la performance, l’assordante musica tecno torna a risuonare nel locale. “Chiunque voglia esibirsi è libero di farlo in qualsiasi momento” mi dice qualcuno. “E alla fine ti danno anche una birra gratis.” Tutto questo casino per una birra? A me basta stare qui al bancone a far finta di divertirmi per molto più che una misera birra. Però inevitabilmente, quando ormai l’alcol è bello che in testa, ci finiamo anche noi su quel palco, e i cinesi lì sotto a guardarci estasiati. Alla fine devono chiederci con una certa insistenza di scendere perché è ora di chiudere. Ecco cosa si ottiene a dare da bere ad un branco di occidentali scrocconi. Przemek, fa qualunque cosa ma non lasciarti scappare questo lavoro. Ne abbiamo bisogno tutti: tu, i cinesi, noi.
Forse Martina ha ragione, oggi la Cina è il posto dove tutto, o quasi, è possibile. Anche serate come questa.
"Fossi figo guiderei una grande jeep sino in disco, attesissimo in zona vip. Il mio nome sarebbe sempre incluso nella lista, non dico proprio il primo della lista, ma neanche l'ultimo degli stronzi"
(Elio e le storie Tese)
Forse Martina ha ragione, oggi la Cina è il posto dove tutto, o quasi, è possibile. Anche serate come questa.
"Fossi figo guiderei una grande jeep sino in disco, attesissimo in zona vip. Il mio nome sarebbe sempre incluso nella lista, non dico proprio il primo della lista, ma neanche l'ultimo degli stronzi"
(Elio e le storie Tese)
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