"Mamma, che ne dici di un romantico a Milano? Fra i Manzoni preferisco quello vero, Piero"
(Baustelle)
domenica 18 dicembre 2011
Una persona realista
Me ne sto davanti ai fornelli ad osservare le zucchine e le carote prendere lentamente colore, mentre sinuose colonnine grigie si levano dalla padella e si dirigono verso la finestra semichiusa. Nella mia testa mille pensieri si muovono da una parte all’altra come schegge impazzite, i volti si mischiano e sovrappongono, gli odori e i luoghi della mia vita si confondono tra loro. Sono talmente assorto che la voce di Nancy mi fa sobbalzare. “Qual’è il nome questo piatto?” Come se avessi una vaga idea di ciò che sto facendo. “Mischio tutto insieme e vedo quello che esce fuori, è questo quello che faccio.” Mi dice che ha un buon aspetto e io le rispondo che, in barba a quella vecchia storia che anche l’occhio vuole la sua parte, a me interessa molto di più il sapore. “Ecco vedi, adesso aggiungo questo delizioso formaggio di capra tagliato a cubetti e tra un po’ via con i pomodorini freschi, il tocco finale.” Ma sentitemi, il cugino sfigato di Antonella Clerici. “E quando lo metti il peperoncino?” Diciamo pure mai, carissima Nancy. E smettiamola con questa ossessione per il piccante, è malata. L’altra volta mi è bastato uscire dalla camera dopo un’estenuante sessione culinaria di Mamma di Nancy per cominciare a tossire e lacrimare. Voi cinesi avete viziato le vostre papille gustative oltre ogni misura, e adesso non sapete più cosa sono i sapori semplici e genuini. Una punta di origano, un pizzico di sale e una spruzzatina di extravergine d’oliva. Tutto qui. “Ah, ancora non ti sei abituato alla cucina cinese. E a cos’altro non ti sei abituato?” Sento puzza di terzo grado. O è quello, oppure le zucchine e le carote mi si stanno bruciando. No, le zucchine e le carote sono a posto, quindi dev’essere per forza puzza di terzo grado. Diciamocelo pure, Nancy è una gran impicciona. E anche piuttosto bigotta. Quando, durante quel famoso primo colloquio, le dissi che probabilmente nei week-end sarei rientrato un po’ più tardi e le chiesi se questo fosse un problema per lei, mi rispose: “Io ti consiglio di tornare sempre presto a casa, perché sei ancora piccolo, sei straniero ed è molto pericoloso girare da soli di notte in questa città.” Kunming, una delle città più sicure della Cina, con pattuglie di poliziotti ad ogni angolo e pullman mezzi pieni fino a tardi. Ogni conversazione con Nancy quasi sempre finisce per diventare una sorta di interrogatorio moralizzante in cui le mie abitudini e le mie idee vengono severamente passate al vaglio della conservatrice saggezza cinese. Mangio spaghetti quasi tutti i giorni? Non va bene. Consumo i miei pasti in camera mentre guardo un film? É molto deleterio perché il computer sottrae al mio cervello la concentrazione e l’energia necessarie ad una sana digestione. E oggi sta succedendo la stessa cosa. Di punto in bianco Nancy mi lancia addosso la classica domanda da un miliardo di dollari come una patata bollente. Quali sono i miei progetti per il futuro, quanto tempo voglio restare in Cina, che farò dopo. Cosa può rispondere ad un simile quesito un ragazzo di anni 25 che si è appena laureato in una disciplina umanistica in Italia e che è in Cina da poco più di due mesi? Che ancora è presto per saperlo con certezza, che quel che conta adesso è imparare questa dannata lingua meglio che si può, che chi vivrà vedrà. Lei mi guarda per qualche istante, poi dice qualcosa in cinese che io non riesco a capire, così lo ripete in inglese. “You are a reality person.” Say what? “Sì, ci sono i romantic e i reality, tu sei un reality”. Sarà mica realist? “Esatto, in cinese xianshi 现实. Sei uno che non vive nel passato e nel futuro, ma solo nel presente.” Le chiedo se secondo lei è una cosa positiva o negativa e lei mi risponde che può essere l’una o l’altra a seconda dei casi. E in questo caso?!? Lei guarda l’orologio e dice: “E’ tardi, devo andare adesso.” Maledizione Nancy, è possibile che debba essere sempre tu a decidere quando è ora di aprire una conversazione e quando è ora di chiuderla? Mi lasci qui davanti alle mie zucchine e alle mie carote ormai bruciacchiate a chiedermi cosa diavolo hai voluto dire. Il vocabolario mi suggerisce che xianshi può essere inteso anche come “pratico”, “pragmatico”, o può avere il significato derogatorio di “opportunista”. Che poi io mi sono sempre reputato un idealista più che un pragmatista. Mah, chissà cosa aveva in mente Nancy. Probabilmente non lo saprò mai. Magari l’ha detto così, senza pensarci troppo, e non dovrei darci tutto questo peso. O forse voleva intendere che i venticinquenni cinesi stanno già leccando i piedi al capo dell’azienda dove, confucianamente, sgobbano dalla mattina alla sera. Che pensare al futuro è importante. Sarà, io però continuo a preferire una vita in cui non è già tutto scritto e in cui le cose possono cambiare da un momento all’altro. Sono qui e sono pronto a lasciarmi sorprendere da tutto quello che succederà. Questo fa di me un romantico o un realista?
sabato 10 dicembre 2011
Caschi Gialli
Kunming è una città in continuo ed incessante cambiamento. Non si fa fatica ad accorgersene, basta passeggiare tra gli enormi cantieri edilizi che si trovano praticamente ad ogni angolo. Là dove solo fino a qualche anno fa sorgevano tradizionali abitazioni cinesi in mattoni a due o tre piani, adesso ruspe, gru ed escavatrici con i loro ruggiti metallici stanno innalzando grattacieli che un giorno non molto lontano ospiteranno uffici di ditte straniere o cinesi e lussuosi appartamenti per manager. All’esterno, sui muri di cartongesso che delimitano l’area di costruzione sono impressi slogan che incitano alla creazione di una società “civile” (la parola wenming 文明, che compare ossessivamente in tutti gli slogan, può essere tradotta come “civiltà” o “cultura”) e fanno bella mostra immagini di quella che si auspica sarà la Kunming dell’imminente futuro: altissimi e moderni skyscrepers immersi però nel verde, larghe strade per nulla trafficate e percorsi pedonali dove efficienti colletti bianchi passeggiano felici con le loro borsette nere di cuoio. Grattacieli e alberelli, come a dire: “per noi non conta solo fare tanti soldi, come vedete ci teniamo anche all’ambiente e alla qualità della vita dei nostri schiav... ehm, cittadini.” Alcuni cantieri sono talmente grandi da assomigliare a piccoli villaggi da cui non serve allontanarsi se non per respirare una boccata di “aria”, solo che al posto di accoglienti e confortevoli casette sorgono squallidi prefabbricati rialzati. È il regno, temporaneo, dei Caschi gialli, forse tra i veri protagonisti del miracolo economico della Cina, di questo secondo “Grande Balzo in Avanti”. Sono loro che stanno cambiando il volto di questa città e di questo Paese, ma di fatto vivono ai margini della società, in una sorta di universo parallelo fatto di polvere e fango in cui tutto è indistinto e precario. Non c’è niente di definito e risolto nella loro esistenza, che è un continuo abbattere e ricostruire, e poi ancora abbattere e ricostruire. Almeno un paio di volte al giorno lasciano questa sorta di ghetto e in processione si dirigono lentamente verso qualche bettola dove consumano qualcosa di simile ad un pasto, i volti scavati e i corpi logorati. In testa quei caschi gialli che sono l’emblema di una vita votata al sacrificio e minacciata da mille pericoli. La maggior parte di loro ha lasciato le campagne già da tempo, ma nonostante questo detiene ancora lo status giuridico di contadino. In base al sistema della registrazione della residenza cinese, infatti, coloro che si trasferiscono dalle campagne alle città non sono autorizzati a cambiare la loro residenza originaria. Questo significa che non hanno accesso ai basilari servizi sociali della società, come l’assistenza medica, l’educazione per i figli, l’alloggio (e di conseguenza anche l’allaccio di acqua, elettricità e riscaldamento), ma in compenso mantengono, nel luogo di residenza, un proprio appezzamento di terra e la casa. Le decine di milioni di contadini che dagli anni ottanta in poi si sono trasferiti nelle grandi aree urbane tartassati da una crescente povertà, e che sono stati prevalentemente impiegati, o meglio sfruttati, oltre che nel settore edilizio, anche in quello manifatturiero, costituiscono un nuovo ed atipico gruppo sociale che è visto dagli abitanti delle città con preoccupazione e diffidenza. Li chiamano mingong, un termine che in passato veniva usato per indicare i lavoratori assunti temporaneamente per un grande progetto pubblico, come la costruzione di una ferrovia o di una strada. Sono “vagabondi ciechi”, “individui fluttuanti”, “squadroni di ribelli dall’eccessiva procreazione”. Per tutti gli anni novanta i riferimenti ai mingong nei mass media e nei documenti ufficiali sono stati scarsi e per nulla lusinghieri. Nessuno si è sognato di riconoscere loro il fondamentale ed innegabile contributo che hanno dato alla modernizzazione e all’urbanizzazione del Paese. Solo nel nuovo millennio i quadri del partito e i dirigenti cinesi hanno, seppur parzialmente, ammesso i meriti dei mingong e lanciato una serie di iniziative volte a garantire loro un trattamento migliore. Sono partiti dai loro remoti villaggi attratti dalla promessa televisiva di una vita agiata in città, di case grandi e calde, di elettrodomestici, di macchine veloci, delle luci degli alberghi di lusso, di cinema, boutique e ristoranti. Ai più “fortunati” tra loro hanno dato un casco giallo per proteggersi la testa in qualche cantiere o un paio di guanti per lavorare a qualche macchina di qualche industria tessile, e uno stipendio mensile di un paio di migliaia di yuan (circa duecento euro) da spedire in gran parte alle loro famiglie rimaste in campagna. Agli altri è toccata la strada, l’emarginazione, la povertà. Un sogno che si è dissolto tra i ruggiti metallici dei martelli pneumatici e delle gru.
"Com'è bella la città, com'è grande la città, com'è viva la città, com'è allegra la città, piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luci, con tanta gente che lavora, con tanta gente che produce"
(Giorgio Gaber)
domenica 4 dicembre 2011
La Pacchia
Oltre che di un destro micidiale sotto rete, Przemek è in possesso di un bel paio di occhi azzurri, un fisico tonico ed una pelle chiarissima senza essere lattiginosa. Ciò ne fa l’oggetto del desiderio di decine di fanciulle cinesi, che vedono nel ragazzotto polacco una sintesi perfetta delle qualità fisiche che cercano in un occidentale. Una specie di stereotipo ambulante. Ma, contro ogni banale clichè, difficilmente Przemek si troverà una zita con gli occhi a mandorla e il naso schiacciato, dal momento che è qui con la sua dolce metà polacca. Olga dagli occhi blu, dai capelli di un biondo nordico, dalla carnagione cerea e dalla flebile voce. Insomma Przemek non ha fatto migliaia di chilometri per assaggiare i piatti locali, se capite cosa voglio dire. Gli bastano una palla gialla e blu e un po’ di vodka di terza scelta per essere in pace con sé stesso. Il suo cinese è eccellente: capisce con facilità, parla con scioltezza e legge lunghissimi brani in tempi da record. Così quando Du Dandan laoshi, che è la tipica professoressa a cui è impossibile non affezionarsi, gli ha suggerito di partecipare ad una “gara di declamazione”, lui ha scrollato le spalle ed annuito. Perché no. “Honestly I don’t give a damn, it’s just for fun”, mi ha detto il giorno della finale, qualche ora prima di aggiudicarsi il primo posto ex aequo con una ragazza vietnamita. Un vero animale da palcoscenico. Stretto in una lunga tunica marrone, con i capelli arruffati e gli occhi iniettati di sangue, ha declamato un poema della dinastia Song (1000 d.C. circa) su un monaco taoista che di notte erra barcollante ed ebbro per le strade del villaggio reggendo tra le mani una fiaschetta di baijiu, un disgustoso liquore cinese, e maledicendo tutto e tutti. Ma la classica pergamena non è stata l’unica cosa che Przemek ha portato a casa quel giorno. Tra gli spettatori stava seduta una ragazza cinese che lavora in un disco pub a Kundu, il quartiere dei divertimenti di Kunming. Al suo locale serviva qualche bella faccia occidentale da piazzare alla porta di ingresso, giusto per rendere il posto più cool. E indovinate un po’ da chi rimane colpita? C’è ancora qualche ipocrita moralista secondo il quale fare il ragazzo o la ragazza “immagine” sia un lavoro degradante ed umiliante. Beh, io dico che essere pagati per passare una serata in discoteca senza dover fare altro che sorridere alla gente, è il paradiso. E lo pensa anche Przemek, visto che ha accettato il lavoro senza lasciarselo ripetere due volte. Quando l’ho visto il sabato successivo all’ingresso dell’Apple con la giacca scura, la camicia bianca infilata nei pantaloni e i capelli ben pettinati, ho capito che la “talent scout” cinese ci aveva visto lungo. “Giuseppe, dove sono gli altri? Forza che c’è bisogno di voi lì dentro.” Già, perché se il compito principale di un ragazzo immagine occidentale in un locale cinese è quello di accogliere gli avventori con caldi sorrisi, un altro suo incarico non meno importante è quello di invitare quanti più amici occidentali. E farli bere. Gratis. Posiamo i cappotti e prendiamo i nostri drink senza tirare fuori un solo yuan. L’atmosfera non è delle più infuocate e la musica non è eccezionale, così ci accomodiamo su un divanetto in disparte. Ma non facciamo in tempo a sederci che la datrice di lavoro di Przemek gli comunica che quello non è il posto per noi. Ci vuole in prima linea, al bancone, possibilmente in pista. Dobbiamo fare la nostra parte e meritarci i cocktail e le bottiglie di birra che il bartender, manco a dirlo occidentale, ci mette sotto il naso. “Che strana serata” urlo nell’orecchio di Martina, che mi sta seduta di fianco. “Non mi è mai successa una cosa del genere, e a te?” Lei annuisce e sorride. “Siamo in Cina amico mio, può succedere di tutto.” Improvvisamente il dj blocca la musica e sul palco compare un capellone cinese con pantaloni di pelle attillati che si esibisce in un assolo di chitarra elettrica. Terminata la performance, l’assordante musica tecno torna a risuonare nel locale. “Chiunque voglia esibirsi è libero di farlo in qualsiasi momento” mi dice qualcuno. “E alla fine ti danno anche una birra gratis.” Tutto questo casino per una birra? A me basta stare qui al bancone a far finta di divertirmi per molto più che una misera birra. Però inevitabilmente, quando ormai l’alcol è bello che in testa, ci finiamo anche noi su quel palco, e i cinesi lì sotto a guardarci estasiati. Alla fine devono chiederci con una certa insistenza di scendere perché è ora di chiudere. Ecco cosa si ottiene a dare da bere ad un branco di occidentali scrocconi. Przemek, fa qualunque cosa ma non lasciarti scappare questo lavoro. Ne abbiamo bisogno tutti: tu, i cinesi, noi.
Forse Martina ha ragione, oggi la Cina è il posto dove tutto, o quasi, è possibile. Anche serate come questa.
"Fossi figo guiderei una grande jeep sino in disco, attesissimo in zona vip. Il mio nome sarebbe sempre incluso nella lista, non dico proprio il primo della lista, ma neanche l'ultimo degli stronzi"
(Elio e le storie Tese)
Forse Martina ha ragione, oggi la Cina è il posto dove tutto, o quasi, è possibile. Anche serate come questa.
"Fossi figo guiderei una grande jeep sino in disco, attesissimo in zona vip. Il mio nome sarebbe sempre incluso nella lista, non dico proprio il primo della lista, ma neanche l'ultimo degli stronzi"
(Elio e le storie Tese)
domenica 27 novembre 2011
Dragoni, templi e Budda
Martina ha denti perfetti e bianchissimi tra labbra sottili. Forse è per questo che quando sorride il suo volto si illumina e i suoi intensi occhi verde smeraldo sembrano accendersi di mille sfumature. Certo che la Polacchia dev’essere un gran bel posto dove vivere se ci nascono simili creature. Però quanto mi sono costati quegli occhi e quel sorriso: adesso dovrei essere al fianco di Leon, del Colonnello, di Spiritello e di Gianni Morandi a correre appresso ad un pallone, e invece sono qui, davanti alla “Porta del Dragone”. Ora, io non so come dovrebbe essere una porta affinché sia definita “del Dragone”, ma mi aspetto che sia leggermente più affascinante e mistica di questa qui. Due assi verticali ed un architrave, caratteri dorati, uno sbiadito color vermiglio, la copertura rialzata alla cinese. E tutti a fare foto. Anche il compagno Akira san, che sotto questo punto di vista è una garanzia. “L’hai portata la macchina fotografica?”, “Meglio ancora, ho portato Akira.” Akira san è efficiente, silenzioso e consuma poco. Una ciotola di riso ogni tre o quattro ore e ti sei assicurato un servizio fotografico in piena regola. Pensare che per arrivare fino a qui abbiamo cambiato tre autobus e poi camminato sotto il sole cocente su di un sentiero che si inerpica su per il fianco di una montagna. E attraverso i vetri sporchi di un pulmantino cigolante e sgangherato ho avuto un assaggio di quella che molti definiscono la “vera Cina”, avvolta in una nube impenetrabile di polvere e di desolazione, lontana anni luce dai grattacieli e dagli alberghi a cinque stelle del centro. Una sorta di incubo cubista dove ogni persona e oggetto sembra deformarsi continuamente in un vortice di assurdità senza fine, un guazzabuglio di forme innaturali e rumori assordanti. Non so quanto questa Cina sia molto più “vera” di quella che ho visto finora, di sicuro tra le due esiste ancora un abisso. Che le autorità stanno cercando di colmare nel modo eticamente più sbagliato ma economicamente più proficuo: distruggendo e ricostruendo da zero. Di ristrutturare vecchi quartieri non se ne parla nemmeno: costerebbe troppo e i nuovi ricchi cinesi non ci andrebbero mai a vivere. Bisogna tirare su alti grattacieli dotati ogni comfort, così si risparmia spazio e si fanno soldi a palate. È un processo che si può notare ad occhio nudo spostandosi dal centro verso la periferia, con i moderni palazzoni che piano piano rosicchiano tutto quello che c’era prima, e procede talmente veloce che tra meno di dieci anni questa città avrà una faccia completamente diversa. Quella che molti definiscono la “vera Cina” è destinata a sparire. “Allora, è valsa la pena rinunciare al calcio?” la voce di Martina si insinua tra le mie elucubrazioni e mi riporta alla realtà. Se non fosse per quegli occhi e quel sorriso, le urlerei in faccia che no, non ne è valsa affatto la pena. Che nonostante il cielo più o meno limpido la vista di cui si gode da quassù è tutto fuorché mozzafiato, anzi quella cappa grigiastra che avviluppa le case e i palazzi di Kunming come un sudario non fa che ricordarmi quanto anche questa città sia tremendamente inquinata. Almeno per i nostri canoni, visto che i cinesi ci vengono in vacanza per respirare un po’ di aria “pulita”. E poi cos’è sta caciara, un tempo questo era un luogo di meditazione e contatto con la natura e adesso pullula di chiassosi teenager troppo impegnati a scattarsi foto e mangiare schifezze per rendersi conto di dove sono. Questo direi a Martina, se non fosse per quegli occhi e quel sorriso. Così rispondo come un automa: “Certo che ne è valsa la pena, sarei stato uno sciocco a preferire uno stupido pallone a questo autentico spettacolo della natura.” A volte penso che siamo noi maschi il vero sesso debole. Fortunatamente le irritanti attenzioni delle ragazzine cinesi sono monopolizzate da Camil, Macek e David, che in tre fanno due paia di occhi azzurri e quasi sei metri di altezza. Cosa gli daranno da mangiare a questi polacchesi vorrei proprio saperlo. La visita delle suggestive “Montagne Occidentali” prosegue tra tempietti troppo impeccabili per avere un sapore di passato, statue di panciuti Budda che sembrano manichini e negozi di souvenir dove si vendono calendari con le immagini di Mao a più di 100 yuan. Mentre scendiamo in silenzio, stanchi e affamati, penso che questo posto è un bel parco giochi dove portare i propri figli o la propria ragazza, ma niente di più. Evidentemente è quello che si aspettano i cinesi da un luogo come questo. Diciamo che l’immaginazione non è proprio il loro forte, loro hanno bisogno di vedere le cose senza crepe, senza parti mancanti, tutte intere e perfette come erano un tempo. Ma cosa ne sarebbe del Colosseo se qualcuno si mettesse a ricostruirne le parti mancanti?
La cosa più bella di stare con i miei amici polacchesi è che i nostri incontri si concludono sempre con grandi abbuffate e grandi bevute, e anche se non ci capisco un accidente quando parlano quella loro lingua piena di “K” e di “Y”, è un piacere sedere al loro tavolo. “Sabato prossimo pensavamo di andare al Tempio di Bambù, sei dei nostri?”
Dì di no, dì di no, dì di no, dì di no, dì di no, dì di no. Cristo, dì di no.
“Veramente Martina... sabato prossimo io... ecco... vabbè, ci sarò.” D’oh.
La cosa più bella di stare con i miei amici polacchesi è che i nostri incontri si concludono sempre con grandi abbuffate e grandi bevute, e anche se non ci capisco un accidente quando parlano quella loro lingua piena di “K” e di “Y”, è un piacere sedere al loro tavolo. “Sabato prossimo pensavamo di andare al Tempio di Bambù, sei dei nostri?”
Dì di no, dì di no, dì di no, dì di no, dì di no, dì di no. Cristo, dì di no.
“Veramente Martina... sabato prossimo io... ecco... vabbè, ci sarò.” D’oh.
"Due settimane fa sono stato coinvolto in un buon esempio di contraccezione orale. Ho chiesto a una ragazza di venire a letto con me e lei mi ha detto di no."
(Woody Allen)
lunedì 21 novembre 2011
Spaghetti e Mandolini
Il tempo fa miracoli. Il tempo insieme alla memoria, naturalmente. Questi due elementi cancellano sofferenze che erano sembrate immani, rimarginano ferite che erano parse incurabili. Così quando penso alla mia infanzia laggiù, in quel paesello di seimila anime nella punta dello stivale, non riesco a ricordarmi di un singolo evento spiacevole. Eppure sono pronto a scommettere che ho avuto i miei bei grattacapi, che non mi svegliavo tutti i giorni col sorriso sulle labbra. Che ho pianto anch’io, e tanto. Ma ora è sparito tutto, restano solo immagini soavi e una gran serenità d’animo. E c’è un episodio di quei tempi lì che ultimamente mi è tornato alla mente più di una volta. Riguarda gli ultimi anni di vita della nonna Paola, quando ancora non avevo idea di cosa significasse perdere un parente stretto dato che mio nonno se n’era andato che ero troppo piccolo. Era il periodo delle badanti. Quante ne sono passate: russe, ucraine, rumene, moldave, lituane, slovacche. Era un po’ come il risiko, solo che nella cartina c’era solamente l’Europa dell’est e al posto dei carrarmatini e delle bandierine si utilizzavano palettine e scopettine rigorosamente rosse. Non ricordo nessuna che abbia resistito per più di un paio di mesi. Nonna Paola era un osso duro. Ce n’era una giovanissima che a cadenze regolari bussava alla porta di casa nostra e scoppiava in lacrime. Per una mezzoretta se ne stava lì, a piangere e maledire mia nonna in una di quelle lingue con tante consonanti, dopodiché si asciugava il viso e tornava a farsi maltrattare. Ce n’era un’altra che non ho mai visto piangere. In Russia era una professoressa di liceo con tanto di laurea, in Calabria l’unica cosa che poteva insegnare era come usare il telecomando a qualche vecchietta un po’ stordita. A quei tempi non ne sapevo granché della vita e mi chiedevo cosa spingesse queste donne ad andarsene lontano per finire in qualche casa che sa di malato e stantio. “Quelle c’hanno la guerra, è gente povera” mi veniva detto quando facevo qualche domanda. Però poi finalmente arrivava la domenica e almeno per un giorno le varie Irina, Natalia e Olga erano libere dal giogo delle tremende nonnine. Niente vassoi pieni di cibo da portare da una parte all’altra della casa, niente terrificanti campanelli notturni, niente pannoloni. Le vedevo allontanarsi a gruppetti di cinque o sei e poi tornare che era già buio. E non potevo fare a meno di chiedermi cosa facessero tutto il giorno. Venni a sapere che si riunivano tutte insieme in qualche casa e se ne stavano tra loro, cucinando solo per sé stesse e scolando bottiglie di quelle bevande che nei loro freddi Paesi usavano per scaldarsi.
Sono passati quasi vent’anni, molte cose sono cambiante dentro e fuori di me, ma oggi mi sento un po’ come quelle badanti. Ovviamente a me va molto meglio, non devo pulire cessi e lavare piatti per stare qui e posso andarmene quando voglio. Però anch’io almeno la domenica ho bisogno di parlare con qualcuno che capisca la mia lingua, che abbia una vaga idea di quello che mi sta passando per la testa, che non trovi ogni mio gesto buffo e bizzarro. Un bel piatto di pasta al pesto, pane fresco per fare la scarpetta, dolce, caffè e ammazzacaffè. Tre terroni e due polentoni seduti intorno ad un tavolo piccolo piccolo a condividere qualcosa di più grande di un pranzo domenicale. Se fossimo in Italia probabilmente non avremmo molto a che spartire, ma qui è diverso. Qui si fa gruppo e intorno ad un tavolo si scopre improvvisamente di essere più campanilisti di quanto si pensava. Che un po’ ci manca il nostro Paese bistrattato e malridotto, barcollante e instabile come una ragazzina viziata che non riesce a riprendersi dai postumi di una sbronza. È dura vederlo ridotto in queste condizioni, e talvolta ci si sente anche un po’ vigliacchi ad essersene andati così. Ogni giorno ci troviamo a dover rispondere alle domande lecite di scettici europei che vorrebbero saperne di più su quello che sta succedendo nel bel Paese ma a cui in fondo non interessa affatto cambiare opinione su di noi, perché è comodo e divertente continuare a vederci come macchiette. Spaghetti e mandolini. Forse si sono dimenticati dell’Impero Romano e del Rinascimento, di Dante e Petrarca, di Fellini e de Andrè. E poi ci sono gli entusiasti, perlopiù giapponesi, che conoscono l’inno di Mameli meglio di quello del proprio Paese e per cui l’Italia è una specie di paradiso dove tutti gli uomini sanno giocare a calcio e tutte le donne sanno cucinare piatti prelibati. Tra questi due estremi ci siamo noi, italiani a spasso divisi tra il desiderio irrefrenabile di scappare e la speranza di poter rimanere, feriti nell’orgoglio ma non ancora del tutto rassegnati ad un futuro lontano dal proprio Paese.
Il sole sta per calare, la domenica sta per finire e tra un po’ ci tocca ritornare in Cina, ma va bene così. È la stada che ci siamo scelti, nessuno ci ha obbligati a prendere e partire.
A differenza di quelle badanti, noi avevamo la possibilità di scegliere. O forse no?
Sono passati quasi vent’anni, molte cose sono cambiante dentro e fuori di me, ma oggi mi sento un po’ come quelle badanti. Ovviamente a me va molto meglio, non devo pulire cessi e lavare piatti per stare qui e posso andarmene quando voglio. Però anch’io almeno la domenica ho bisogno di parlare con qualcuno che capisca la mia lingua, che abbia una vaga idea di quello che mi sta passando per la testa, che non trovi ogni mio gesto buffo e bizzarro. Un bel piatto di pasta al pesto, pane fresco per fare la scarpetta, dolce, caffè e ammazzacaffè. Tre terroni e due polentoni seduti intorno ad un tavolo piccolo piccolo a condividere qualcosa di più grande di un pranzo domenicale. Se fossimo in Italia probabilmente non avremmo molto a che spartire, ma qui è diverso. Qui si fa gruppo e intorno ad un tavolo si scopre improvvisamente di essere più campanilisti di quanto si pensava. Che un po’ ci manca il nostro Paese bistrattato e malridotto, barcollante e instabile come una ragazzina viziata che non riesce a riprendersi dai postumi di una sbronza. È dura vederlo ridotto in queste condizioni, e talvolta ci si sente anche un po’ vigliacchi ad essersene andati così. Ogni giorno ci troviamo a dover rispondere alle domande lecite di scettici europei che vorrebbero saperne di più su quello che sta succedendo nel bel Paese ma a cui in fondo non interessa affatto cambiare opinione su di noi, perché è comodo e divertente continuare a vederci come macchiette. Spaghetti e mandolini. Forse si sono dimenticati dell’Impero Romano e del Rinascimento, di Dante e Petrarca, di Fellini e de Andrè. E poi ci sono gli entusiasti, perlopiù giapponesi, che conoscono l’inno di Mameli meglio di quello del proprio Paese e per cui l’Italia è una specie di paradiso dove tutti gli uomini sanno giocare a calcio e tutte le donne sanno cucinare piatti prelibati. Tra questi due estremi ci siamo noi, italiani a spasso divisi tra il desiderio irrefrenabile di scappare e la speranza di poter rimanere, feriti nell’orgoglio ma non ancora del tutto rassegnati ad un futuro lontano dal proprio Paese.
Il sole sta per calare, la domenica sta per finire e tra un po’ ci tocca ritornare in Cina, ma va bene così. È la stada che ci siamo scelti, nessuno ci ha obbligati a prendere e partire.
A differenza di quelle badanti, noi avevamo la possibilità di scegliere. O forse no?
"Italia, Italia, di terra bella uguale non ce n'è"
(Mino Reitano)
domenica 13 novembre 2011
Acido Lattico
L’acido lattico è un sottoprodotto dell’attività anaerobica dei muscoli: da questi esso si riversa nel sangue e quindi raggiunge cuore, fegato e muscoli inattivi, dove viene riconvertito in glucosio. Tuttavia durante un esercizio fisico intenso e prolungato, può accadere che i muscoli producano più acido lattico di quanto gli organi di cui sopra ed i restanti muscoli inattivi riescano a metabolizzare. Quando la concentrazione di acido lattico aumenta a tal punto da non poter essere più smaltita dai muscoli attivi, ecco che si presentano effetti di affaticamento muscolare, incapacità allo sforzo, bruciore. E infine i classici crampi. Quello che mi sta immobilizzando la gamba destra in questo momento è a dir poco preoccupante. Mi trovo vicino alla fermata dell’autobus e ho i crampi. Il 70 mi passa davanti e si ferma a pochi passi da me, che però adesso sono come centinaia di chilometri. Le porte si richiudono dopo qualche istante e il verde scatolone di ferro e metallo riprende la sua corsa con glaciale indifferenza. Sono le sei e mezza di sabato sera e ho i crampi. Per capire come sono finito qui, la serie di eventi che mi ha condotto malconcio e claudicante su questa strada non molto lontana da casa di Nancy, bisogna tornare un po’ indietro nel tempo. Precisamente ad una settimana fa, nel locale trendy “The Mask”, dove noi cool expats amiamo trascorrere i nostri week-end all’insegna del divertimento più sfrenato, tra musica assordante, costosi drink annacquati e birre cinesi che non ubriacherebbero un bambino occidentale ma che in compenso ubriacano moltissimi cinesi adulti. Me ne stavo seduto al bancone con la mia Beer-lao tra le mani, e naturalmente mi stavo divertendo in maniera inverosimile, molto più del solito. Intorno a me si affollavano persone di qualsivoglia razza, età e sesso, anche loro in preda ad un’euforia smodata. C’era una tale concentrazione di divertimento nell’aria che era impossibile non esserne contagiati. Inoltre quella sera si celebrava la straordinaria ricorrenza di Halloween, una delle feste più incredibilmente mirabolanti che il genio umano abbia mai saputo partorire, e quindi davanti ai miei occhi ammaliati sfilavano supereroi, bottiglie di birra giganti, sacchi dell’immondizia, armadi a quattro ante, cartoni animati, cartoni da barbone, ruote di bicicletta e altri individui avvolti in bizzarri ed estrosi costumi. Ero così estasiato che dovevo andare immediatamente via da lì per non rischiare un infarto dovuto all’eccessiva eccitazione. E stavo per riuscirci, senonché, posata la Beer-lao mezza vuota sul bancone, mi ritrovai davanti una ragazza italiana che avevo conosciuto qualche tempo prima in un altro rinomato disco-pub-lounge-bar-wisky-and-soda-and-rock’n-roll. Ma sì, quattro chiacchiere con una connazionale non hanno mai fatto male a nessuno: il berlusca, l’università, i cinesi che vomitano per la strada al sabato sera, i tassisti molesti, ancora il berlusca e simili altri argomenti. “E dove stai?”, “Qui vicino. Abito insieme al mio ragazzo cinese. Ah, eccolo qui. Leon, ti presento Giuseppe, anche lui è italiano.” Leon?!? Stranamente finimmo a parlare di pallone. Leon seguiva il campionato italiano da sempre, era fissato per la Roma e in particolare per l’aeroplanino Montella. Leon, il mio primo “amico” cinese. Ben presto venne fuori che anche lui ogni tanto, almeno una volta a settimana, amava praticare il giuoco del calcio insieme ai suoi colleghi di lavoro. “Qualche volta vuoi giocare con noi?” mi chiese nel suo inglese incerto, e poi ripetè la domanda in putonghua. “Mah, sai, non è che sia molto attrezzato... e poi non sono in forma... ok! Quando, dove, come?” Mi avrebbe contattato tra una settimana. Sette giorni e sarei tornato a calcare l’erba del campo, a sentirne l’odore intenso nelle mie narici. A rincorrere un pallone. I sette giorni sono passati lentamente in un’estenuante attesa beckettiana, tra ansie da prestazione, sogni premonitori e calcistici ricordi di infanzia. Infine questo pomeriggio ho incontrato Leon davanti alla scuola dove insegna e poi insieme siamo partiti alla volta del fatidico rettangolo verde. I sabati di questi ragazzi non sono poi così diversi dai nostri: si mangia leggero, schedina al volo con annessi commenti e profezie, redbull e poi tutti in campo. Due squadre, ventidue gladiatori pronti a darsi battaglia. Leon senza indugio mi piazza in attacco, unica punta. Forse dovrei dirglielo che sono davvero fuori forma. Qualche nota sul gioco dei cinesi: 1. non è confusionario, è molto peggio; 2. i portieri non usano quasi mai le mani; 3. può succedere che uno dei giocatori di punto in bianco si tolga la casacca, estragga un fischietto dalla tasca e si metta a fare l’arbitro; 4. il gioco può essere momentaneamente interrotto dall’invasione di campo per nulla pacifica di una masnada di galline invasate; 5. le urla dei calciatori spesso sono coperte da inquietanti grugniti e striduli guaiti provenienti dalle case, se proprio vogliamo chiamarle così, che circondano il campo; 6. viene applicata con molta severità la regola del fuorigioco, anche se non c’è l’ombra di un guardalinee. La nostra squadra dimostra subito di essere superiore. Leon con i piedi ci sa fare: non butta mai via il pallone e gioca per i compagni. Tutte le azioni d’attacco partono da lui, è il nostro Pirlo. Sulla fascia destra c’è il Colonnello, un uomo dai modi rudi e dalla tecnica che eufemisticamente definirei approssimativa. Ma efficiente, con la sua falcata impetuosa e i suoi cross al bacio. Ogni tanto, per richiamare i compagni all’ordine, lancia delle urla belluine che superano per intensità gli inquietanti grugniti e gli striduli guaiti di cui sopra. Sulla sinistra c’è lo Spiritello, un bambino/ragazzo/uomo/vecchio di una magrezza inconcepibile, che salta come un grillo e si accanisce su ogni pallone, anche se spesso viene scaraventato fuori dal terreno di gioco da qualche folata di vento. E poi c’è il nostro jolly, Gianni Morandi, ribattezzato così per la stupefacente somiglianza fisica e spirituale con il nostro amato cantautore emiliano. Gianni Morandi, cinquant’anni e non sentirseli affatto. Gianni è dappertutto: prima salva il pallone sulla linea e un attimo dopo è già dall’altra parte del campo a far gol. A volte arriva sul fondo, mette la palla in mezzo e, prima che questa sia arrivata al centro dell’area, lui è già lì, pronto a colpirla in semi-rovesciata volante alla Jackie Chan. E io? Non me la cavo mica male. Certo, quando la squadra gioca per te e ti passa la palla davanti alla porta è tutto più facile. Alla fine lascio il mio personale timbro sulla partita con due segnature, una da rapinatore d’area e l’altra con una pregevole conclusione dal limite. A metà del primo tempo però sono già fermo sulle gambe. Acido lattico. Ed eccoci qui, le sei e mezza di sabato sera, la fermata dell’autobus, i crampi. Al diavolo, prendo un taxi. Mentre un tassista fortunatamente per nulla molesto mi riporta a casa, penso che ho aggiunto un altro piccolo tassello a questo complicato mosaico che è la Cina, che è incredibile come lo sport avvicini e unisca persone apparentemente lontane anni luce le une dalle altre. Penso che domani avrò un risveglio doloroso, ma che basteranno un paio di partite per rimettersi in sesto e far qualcosa di più utile che due gol piuttosto semplici. Questa volta senza crampi.
Ps: Stacci bene silviuccio !!!
Ps: Stacci bene silviuccio !!!
"Uno su mille ce la fa, ma com'è dura la salita"
(Gianni Morandi)
domenica 6 novembre 2011
Un mese dopo
I bilanci sono sempre una cosa pericolosa, specie quando riguardano i propri successi o insuccessi, il soddisfacimento o meno di alcune aspettative. Bisogna stare attenti, restare freddi e calcolatori, altrimenti si rischia di restare imbrigliati nel pantano dei rimorsi e dei sensi di colpa o, al contrario, di diventare insopportabilmente arroganti. Quanto a me, ho smesso di fare bilanci, o perlomeno cerco di evitarlo. Mi sono costati troppo caro in passato. Con questo non voglio dire che è mia abitudine ignorare la realtà, o deformarla per farla apparire più appetitosa ai miei occhi e a quelli di chi legge i miei appunti. Solo, a volte sarebbe bene essere meno severi con sé stessi, e considerare che tra le cose che ci succedono ogni giorno, positive e negative, una buona parte non dipende dalla nostra volontà, non direttamente. Questo mi aiuta a non esaltarmi eccessivamente quando la vita mi fa qualche bel regalo e a non mandare tutto al diavolo quando la stessa mi mette uno sgambetto. Tanto alla fine si compensa tutto. È come quando l’arbitro ti fischia un rigore contro, magari inesistente. Istintivamente verrebbe da gridare allo scandalo, far sapere al mondo quanto tu sia bersagliato dalla sfortuna e come tutto ti vada storto. E se accade che nella partita successiva un altro arbitro ti annulla un gol regolare, allora diventa quasi impossibile non pensare di essere perseguitati dalla mala sorte, immaginare che ci sia un oscuro piano dietro questi terribili eventi ordito dal fato stesso per rovinarti l’esistenza. Ma poi, a distanza di qualche match, non ti viene segnalato un fuorigioco lapalissiano oppure viene negato ai tuoi avversari un penalty più che evidente, e porti a casa la vittoria. In un colpo ti dimentichi di tutta la presunta sfortuna che ti aveva attanagliato, e via con le manie di grandezza.
Io finora da questa partita ho avuto decisamente più soddisfazioni che dispiaceri: pochissimi errori grossolani in fase difensiva, zero autogol o rigori contro. Solamente spettacolari azioni offensive e anche qualche pregevole gol. I miei tifosi non hanno smesso nemmeno per un attimo di incitarmi, di farmi sentire il loro calore anche a migliaia di chilometri di distanza. Non mentirei affatto se dicessi che è andato tutto come avevo sperato, forse anche meglio, che mi sento già una persona diversa da quella che è uscita dagli spogliatoi, le gambe tremolanti e la testa piena di dubbi, solo un mese fa. Che mi piacerebbe bloccare il tempo a questo momento qui, premere il pulsante “pausa” e godermi il quadro completo più a lungo possibile. Un pò come quando si è innamorati, come quando si è felici.
Ma sfortunatamente non c’è nessun pulsante, il cronometro continua imperterrito a mietere minuti, ore, giorni, e quindi mi guardo bene dall’esultare. Fino al novantesimo è ancora lunga e c’è da correre e recuperare palle, difendersi con le unghie e con i denti per poi ripartire in contropiede e buttarla dentro adesso che si può. Che poi l’errore dell’arbitro o uno svarione difensivo ci possono stare in qualsiasi momento.
Alla fine si compensa tutto.
Io finora da questa partita ho avuto decisamente più soddisfazioni che dispiaceri: pochissimi errori grossolani in fase difensiva, zero autogol o rigori contro. Solamente spettacolari azioni offensive e anche qualche pregevole gol. I miei tifosi non hanno smesso nemmeno per un attimo di incitarmi, di farmi sentire il loro calore anche a migliaia di chilometri di distanza. Non mentirei affatto se dicessi che è andato tutto come avevo sperato, forse anche meglio, che mi sento già una persona diversa da quella che è uscita dagli spogliatoi, le gambe tremolanti e la testa piena di dubbi, solo un mese fa. Che mi piacerebbe bloccare il tempo a questo momento qui, premere il pulsante “pausa” e godermi il quadro completo più a lungo possibile. Un pò come quando si è innamorati, come quando si è felici.
Ma sfortunatamente non c’è nessun pulsante, il cronometro continua imperterrito a mietere minuti, ore, giorni, e quindi mi guardo bene dall’esultare. Fino al novantesimo è ancora lunga e c’è da correre e recuperare palle, difendersi con le unghie e con i denti per poi ripartire in contropiede e buttarla dentro adesso che si può. Che poi l’errore dell’arbitro o uno svarione difensivo ci possono stare in qualsiasi momento.
Alla fine si compensa tutto.
"Con i voti cominciano appena nasci, se vieni fuori con tutti i pezzi a posto, se piangi abbastanza forte e se sei sopra i quattro chili puoi beccarti addirittura un dieci, altrimenti giù a scalare"
(Dal film Dazeroadieci)
sabato 29 ottobre 2011
Io sto con i Polacchi
Sole sul tetto dei palazzi in costruzione, sole che batte sul campo di pallavolo. Comincio da dietro, nelle retrovie, là dove arrivano le cannonate che bisogna ricevere nel migliore dei modi per poter impostare una pericolosa azione d’attacco. Davanti a me, sottorete, Przemek mi fa un cenno di intesa. Potrebbe murare senza nemmeno saltare, ma quando salta mette davvero paura con il suo metro e novanta, i suoi occhi azzurri scintillanti di rabbia agonistica e le sue braccia possenti. E se David, anche lui polacco e anche lui altissimo, gli alza la palla come si deve, allora non ce n’è per nessuno. Un’altra ragazza polacca, Martina, mi sta di fianco. È piccoletta, ma diamine se ci dà dentro. La squadra si completa con un ragazzo tailandese che, come me, preferirebbe correre appresso ad un pallone ma che, sempre come me, non disdegna neppure il volleyball, e una ragazza canadese di origine cinese. È il nostro anello debole, Ally, ma le regole del torneo sono chiare: devono esserci almeno due donzelle per squadra in campo. Vincent per il momento si accomoda in panca. Il ragazzo canadese di madrelingua francese è il più teso tra noi: è lui che ha messo in piedi il team, è lui che si è occupato delle questioni burocratiche, è lui che ha organizzato gli allenamenti dopo la scuola. E nel campo di pallavolo, molto più che tra i banchi, siamo diventati un gruppo, abbiamo imparato a conoscerci e rispettarci, abbiamo trovato il modo di aiutarci e sostenerci a vicenda. Lo so cosa ti sta passando per la testa, Vincent, mentre te ne stai lì seduto con la testa tra le mani. Stai pensando che sarà dura, che i nostri avversari sono tosti. Hanno vinto il primo match in scioltezza, 3 – 0 e tutti a casa, e questo significa solo una cosa: se vincono anche oggi sono matematicamente qualificati alla fase successiva e noi siamo fuori. Fuori alla prima partita. Eccoli lì, schierati di fronte a noi. Quattro ragazze e due ragazzi, per la maggior parte tailandesi. E hanno un tifo sfrenato. Quanto a supporters non va male nemmeno a noi: Akira, il simpatico compagno di classe giapponese, e altri due coreani hanno preparato cori e striscioni, e ai bordi del campo si è radunato un drappello di amici e conoscenti, perlopiù stranieri, che di certo non parteggiano per i tailandesi. Tra i volti più o meno familiari spunta anche quello bellissimo della ragazza norvegese (che in seguito scoprirò essere in realtà svedese). Niente distrazioni Giuseppe, ora si fa sul serio. Si mette subito male per noi. Siamo molli sulle gambe, indecisi in fase difensiva e troppo poco cattivi davanti. Troviamo qualche buona azione offensiva solo di tanto in tanto, e Przemek va a segno un paio di volte al massimo. I tailandesi inanellano una serie interminabile di ace e ci staccano di una decina di punti. Nel finale proviamo a reagire, ma senza troppa fortuna. Un bruttissimo primo set si conclude sul punteggio di 25 – 14 per loro. Così non va. Dobbiamo cambiare qualcosa, soprattutto dobbiamo cambiare atteggiamento. Vincent smette la giacca della tuta, ricambia con un cenno della mano il boato del pubblico e si piazza al posto del tailandese, opaco e poco incisivo. Non è certo un tipo atletico, il canadese francofono, i suoi movimenti sono goffi ed esteticamente poco apprezzabili. Ma la sua altezza compensa queste mancanze, e sottorete sa farsi valere anche lui. Cominciamo il secondo set con il piglio giusto. Przemek finalmente fa vedere di che pasta é fatto: le sue braccia arrivano dappertutto, con le sue lunghe leve si muove da una parte all’altra del campo. Riceve e attacca, attacca e riceve. E in un lampo siamo avanti e conduciamo con sicurezza. Gira tutto bene, persino Ally sbaglia poco e concretizza molto. A me spetta il lavoro sporco: recuperare palle impossibili, spesso e volentieri con l’ausilio di parti del corpo non convenzionali, coprire la piccola Martina e rimediare agli errori degli altri. Insomma, mi tocca fare il ringhio Gattuso della situazione, urla e incitazioni comprese. I tailandesi sbandano, è il loro momento peggiore. Portiamo a casa il secondo set, e ora siamo pari. Nel momento decisivo, tuttavia, accusiamo un inspiegabile e deleterio calo di concentrazione. E lo paghiamo caro: quasi senza accorgercene andiamo subito sotto. Subiamo il gioco degli avversari, che sono ordinati e non buttano via una palla. Noi invece sbagliamo troppo, non riusciamo a costruire gioco e siamo disposti male in campo. Lasciamo delle vere e proprie voragini, e gli avversari puntualmente ne approfittano. Buttiamo via il terzo set, e adesso si mette veramente male. Alla ripresa del gioco lascio il posto all’amico tailandese. I ragazzi entrano in campo con uno spirito diverso, ma la differenza di tasso tecnico e organizzazione di gioco che si era già vista nei primi tre set, emerge in maniera chiara. I tailandesi sono tutto fuorchè imbattibili, ma non commettono errori. E a questi livelli può rivelarsi un fattore determinante. Mi tocca assistere inerme alla disfatta dei miei compagni, tra il chiasso assordante dei tifosi avversari e i continui fischi dell’arbitro, mentre sul tabellino dei punti prende forma un passivo fin troppo severo per noi. Va bene così ragazzi, non abbiamo giocato affatto male. Abbiamo dato quasi tutto quello che potevamo dare. È solo che da una parte c’era una squadra e dall’altra un gruppo di ragazzi che ancora non sono una squadra. Per quello ci vuole tempo, ma almeno non sono degli estranei che ogni giorno si ritrovano insieme nella stessa classe e poi al suono della campanella se ne vanno ognuno per la propria strada e tanti saluti. Questo sarebbe molto peggio che uscire al primo match di uno stupido torneo scolastico. Stasera ce ne andremo da qualche parte a bere vodka scadente e festeggiare. Tanto si trova sempre qualcosa per cui valga la pena festeggiare.
Na zdrowie!
Na zdrowie!
"Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia"
(Francesco De Gregori)
sabato 22 ottobre 2011
Un giorno di ordinario turismo
Questa domenica in ottobre è troppo bella per starsene chiusi in camera, magari a trascrivere ideogrammi in colonne ordinate fino a perdere la sensibilità alle dita. Bisogna raccattare due o tre cose tra le più indispensabili, ficcarle nello zaino e uscire il più in fretta possibile, perchè a volte, come diceva Gaber, “la strada è l’unica salvezza”. Scendo saltellando sui gradini e aggrappandomi al corrimano come facevo da bambino, e una volta fuori mi ricordo di essere in Cina. È strano, mi basta trascorrere più di un paio d’ore a casa per dimenticarmene. Ho una cartina della città tutta stropicciata, ma nessuna voglia di aprirla. Quanto alla guida Lonely Planet, pesa troppo, e poi le pagine su Kunming le ho consumate a furia di sfogliarle, potrei quasi citarne a memoria alcuni passi. No, ho deciso che oggi vado a braccio, seguo l’istinto, mi lascio trasportare dalla corrente. Tanto lo sappiamo tutti che le cose più belle accadono per sbaglio. Prendo il primo autobus che mi capita a tiro, giuro che lo faccio. Eccone uno: è verde, è a due piani, è pieno zeppo di cinesi. Praticamente come tutti gli altri, se non fosse che questo mostra davanti il numero 61. E sia. Ora, se pensate che i mezzi pubblici di Roma, di Milano o di Napoli siano affollati, è evidente che non siete mai saliti su un bus cinese. Definire un bus cinese semplicemente “affollato” è ridicolmente riduttivo. La posta alle undici di mattina è affollata, o la chiesa quando ci sono le prime comunioni, o il cinema il giorno di Natale, o la discoteca quando invitano Corona. A dire il vero non mi viene in mente alcun aggettivo per descrivere le condizioni di un mezzo pubblico cinese, anche i vari “stipato”, “gremito”, “traboccante” non rendono bene l’idea. Immaginate cinquanta bambini su una Punto. È vero che la Punto non è poi così piccola e che un bambino non occupa molto spazio, ma sono pur sempre cinquanta bambini in una macchina che può contenerne al massimo cinque. In soldoni, il problema è che questi cinesi sono davvero tanti. In questo momento ne ho due incastrati tra la spalla e il fianco, uno seduto sulla mia schiena e almeno una decina sotto i piedi. Come faccio a capire quando scendere? Anche per quello seguirò il mio istinto. Non avrei comunque altra scelta visto che i cinesi sono anche sui finestrini, attaccati come gechi sui muri. Proprio quando comincio a pensare che tutta questa cosa dell’istinto e del lasciarsi trasportare dalla corrente sia una gran boiata e che ho fatto malissimo a non pianificare un itinerario, dall’altoparlante una invitante voce di donna scandisce in inglese: “Next stop: Confucian Temple”. Scatto come una saetta, mi scrollo di dosso una ventina di cinesi e mi faccio largo verso l’uscita. “Se quella porta si chiude prima che tu sia sceso, le tenebre ti inghiottiranno per sempre” mi dico mentre annaspo a fatica nel pantano umano che si è creato intorno a me, le braccia protese in avanti e la bocca spalancata per non affogare. Sono fuori. Non ho la minima idea di dove sia questo fantomatico tempio confuciano, ma almeno sono fuori. Mi guardo intorno: un KFC, qualche negozio di abbigliamento, un ristorante coreano. Decido di fare il giro dell’isolato. Passo davanti ad altre boutique più o meno raffinate, ad altri ristoranti più o meno invitanti, ad un parco più o meno curato, ma del tempio nessuna traccia. Sto quasi per abbandonare le speranze quando, quasi per caso, scorgo una specie di portone arancione con un cancelletto spalancato. Mi avvicino per guardare meglio. Sì, dev’essere senz’altro lui, a meno che non si tratti di qualche ristorante “tipico” per turisti occidentali. Mentre entro mi chiedo istintivamente come abbia fatto a non accorgermi subito della presenza del tempio: non si può certo dire che un posto come questo non si distingua dagli edifici circostanti, perlopiù centri commerciali e negozi. Non esagero affatto quando dico che qui il tempo si è fermato. Un vialetto si snoda tra una fitta vegetazione e conduce ad una sorta di spiazzo circondato da un laghetto su cui si innalza il tempio vero e proprio, un’architettura tradizionale cinese con i tetti a spiovente e le colonne rosso vermiglio. Tutt’intorno decine di vecchietti giocano a majong e sorseggiano tè, chiacchierano amabilmente o suonano strumenti antichi. Alcuni di loro portano ancora il berretto blu in voga ai tempi di Mao. Quasi non si accorgono della mia presenza, tanto sono presi dai loro passatempi. E a me va benissimo così: mi siedo e finalmente mi godo un pezzo di autentica Cina, il primo da quando sono qui. Tuttavia mi tocca anche constatare la condizione di quasi totale abbandono in cui versa il complesso: il colore rosso delle colonne è ormai sbiadito, l’acqua del laghetto è verdastra e ci sono cianfrusaglie ammassate ovunque come in un cantiere edile. Mentre percorro a ritroso il vialetto verso l’uscita, ho l’impressione che posti come questo esistano ancora solo per essere usati come magazzini di oggetti ed esseri umani che con la Cina di oggi hanno ormai poco a che fare. Forse è per questo che è difficile accorgersi della sua presenza: il tempio è come fagocitato dagli imponenti edifici moderni che sono stati eretti tutt’attorno. Ci devo pensare un po’ su, magari davanti ad un bell’hamburger. Si ragiona sempre meglio a stomaco pieno. Dal tempio confuciano al KFC il passo è breve, basta attraversare la strada. Quando esco dal locale è ormai pomeriggio inoltrato, il cielo si è improvvisamente oscurato e questa domenica in ottobre non è più così bella come mi era parsa solo diverse ore prima. Magari me ne torno a casa, si ragiona sempre meglio nella propria camera. Una piccola folla di ragazzini intanto si è radunata davanti ad un palchetto dall’alto del quale un uomo in elegante completo scuro con un microfono in mano sta dicendo un mucchio di parole di cui io naturalmente non capisco il significato. Ha la parlantina svelta e si muove febbrilmente da una parte all’altra del palco. I suoi “spettatori” lo seguono con attenzione, pendono dalle sue labbra, sobbalzano ad ogni suo cenno. L’uomo ha un oggetto tra le mani, una scatolina viola che mostra continuamente alla folla come una sorta di sacra effige. Ne sono tutti rapiti, e quando l’uomo fa per lanciarla si accalcano e tendono le braccia. La scatolina viola contiene un cellulare, e altre scatoline viola sono accatastate sul palco. La voce dell’uomo man mano cresce di intensità, i suoi movimenti si fanno più spasmodici. Ormai i ragazzini tengono stabilmente le braccia protese in avanti, tra loro c’è anche qualche adulto. Quelli dietro spingono, quelli davanti manca poco che saltano sul palco. L’estenuante “spettacolo” dura una buona mezz'oretta, in cui l’uomo non smette di parlare nemmeno per un attimo. Ogni tanto fa delle domande alla folla del tipo: “Vero o no?” e tutti rispondono: “Vero!”. Infine prende dei bigliettini e li agita vistosamente. Quando ormai mi sembra chiaro che nessun cellulare verrà regalato a nessuno, accade una cosa inaspettata: l’uomo comincia a distribuire i bigliettini tra i suoi adepti, i quali si precipitano poi verso un gazebo lì vicino e qui ricevono la tanto agognata scatolina viola. Chissà se tra di loro qualcuno sa che dall’altra parte della strada, proprio di fronte al KFC, c’è un suggestivo tempio confuciano dove il tempo si è fermato.
"Perchè il giudizio universale non passa per le case, le case dove noi ci nascondiamo. Bisogna tornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo".
(Giorgio Gaber)
domenica 16 ottobre 2011
Kirstine e gli altri
“GoKunming” è un sito dedicato principalmente agli stranieri che vivono in questa città o che stanno pensando di andarci a vivere: offre informazioni turistiche, il calendario completo degli eventi organizzati dai locali più in, notizie in tempo reale, recensioni e commenti su ristoranti e alberghi e persino ricette per imparare a cucinare piatti tipici dello Yunnan. Ci sono poi i vari forum che permettono ai membri di interagire tra loro, scambiarsi suggerimenti, postare degli annunci, vendere e comprare praticamente di tutto. È stato proprio su uno di questi forum che ho trovato l’annuncio di Nancy, nella cui dimora alloggio ormai da più di una settimana. Ed è sempre grazie ad uno di questi forum che adesso, sera di venerdì 14 ottobre, mi trovo affacciato al balcone di un bilocale al decimo piano di un enorme palazzo in un moderno complesso residenziale non troppo lontano dal centro, circondato da decine di ragazzi di tutto il mondo. La ragazza bionda con un piercing al naso e gli occhi di un verde chiarissimo che distribuisce economiche birre cinesi a destra e a manca si chiama Kirstine, è danese ed è una delle prime persone che ho conosciuto qui a Kunming. A dire il vero ci siamo conosciuti, ma forse sarebbe più appropriato dire “siamo entrati contatto”, ancora prima che io salissi sull’aereo, precisamente qualche giorno dopo aver postato un annuncio nel forum “Sharing apartments” di “GoKunming” in cui mi presentavo e chiedevo se qualcuno fosse interessato a condividere un appartamento con un simpatico mangiaspaghetti dai modi affabili. La risposta di Kirstine mi aveva lasciato un po’ perplesso: senza nemmeno accennare alla sua età e provenienza, mi informava che era alla ricerca di un posto in cui vivere da più di una settimana ma che fino a quel momento non aveva avuto molta fortuna. Poi mi chiedeva quando sarei arrivato, se avevo già trovato un coinquilino e se anch’io avevo in mente di studiare alla Yunnan Normal University. Le comunicai la data del mio arrivo, promettendole che mi sarei fatto vivo io una volta in Cina. “E’ pur sempre un contatto, può far comodo in ogni caso” avevo pensato in quel momento, salvo poi rimuovere immediatamente il suo nome e la sua e-mail nel vortice incessante dei preparativi per la partenza. Appena arrivato al Camellia hotel, tuttavia, trovai un’altra sua missiva tra la mia posta elettronica in cui, tra mille scuse, mi rivelava di aver cambiato idea in merito alla questione “condivisione appartamento”, che aveva invece deciso di andare a vivere da sola in un bilocale quasi completamente privo di arredamento non molto distante dall’università. Però, diceva, potevo andare lo stesso a stare da lei per un po’, almeno fin quando non avessi trovato un posto anch’io. La ringraziai per la cortesia e dissi che me la sarei cavata da solo, che avevo una settimana per cercare casa e che me la sarei fatta bastare. Restammo comunque in contatto, aggiornandoci di continuo sui nostri rispettivi progressi: io le raccontavo degli appartamenti che vedevo e lei della sua massacrante opera di arredamento della sua nuova casa. Era come parlare con una vecchia amica, con la differenza che noi non ci eravamo mai visti. Quando si dice “una persona alla mano”. Poi una sera decidemmo di incontrarci per una birra al “Salvador’s”, uno dei i locali più cool tra noi ricchi e fighi expats. La trovai alla fermata del bus a sgranocchiare semi di girasole. “Hey man!” mi salutò, “Want some?” Infilava almeno due o tre “fuck” in qualsiasi frase, e ad ogni pausa si voltava e sputava a terra le bucce dei semini. Stava letteralmente morendo di fame, così avrebbe ordinato un fottuto cheeseburger e si sarebbe scolata una fottuta birra. Lamentandosi per la fottuta assenza del fottuto cheese, divorò il suo fottuto panino in meno di cinque fottuti minuti, e non fece complimenti quando le offrii metà del mio sandwich che invece di cheese ne aveva anche troppo. Ricordo che chiacchierammo per una buona oretta, forse anche di più. Lei mi parlò del suo viaggio spirituale in Tailandia insieme al padre divorziato, del suo ex ragazzo tedesco, delle sue esperienze psichedeliche nella mitica Shanghai e della neve in Danimarca. Io le parlai del mio meno spirituale viaggio in Indonesia, della mia ex ragazza indonesiana, dell’hamburger di 500 grammi che avevo mangiato una volta a Roma, del sole di Napoli e del mare della Calabria. “Hey man” mi disse prima di congedarci, “venerdì prossimo organizzo un party per inaugurare la casa, ti aspetto.”
Ed eccomi qui, sera di venerdì 14 ottobre, affacciato al balcone di un bilocale al decimo piano di un enorme palazzo in un moderno complesso residenziale non troppo lontano dal centro, circondato da decine di ragazzi di tutto il mondo. C’è un ragazzo ungherese che ha visitato più città italiane di quante ne abbia mai viste io, una ragazza ucraina che non sopporta il freddo di Kunming e che inspiegabilmente si è portata appresso solo indumenti primaverili, un ragazzo olandese che dice di saper cucinare l’ossobuco, un silenzioso ragazzo russo alto più di due metri, una ragazza argentina che indossa sempre e solo abiti tradizionali cinesi, un ragazzo giapponese che conosce tutte le parolacce in dialetto napoletano, un ragazzo statunitense di soli 18 anni, una bellissima ragazza norvegese dai tratti somatici asiatici e tanti altri che probabilmente incontrerò all’università. E poi c’è Kirstine, che abbraccia e bacia affettuosamente tutti i suoi ospiti all’ingresso e mi ringrazia di cuore per aver portato un cavatappi. Dal balcone del suo bilocale si offre al mio sguardo la vista mozzafiato di una distesa interminabile di alti palazzi illuminati, e al di là di essi altri palazzi in costruzione.
Ed eccomi qui, sera di venerdì 14 ottobre, affacciato al balcone di un bilocale al decimo piano di un enorme palazzo in un moderno complesso residenziale non troppo lontano dal centro, circondato da decine di ragazzi di tutto il mondo. C’è un ragazzo ungherese che ha visitato più città italiane di quante ne abbia mai viste io, una ragazza ucraina che non sopporta il freddo di Kunming e che inspiegabilmente si è portata appresso solo indumenti primaverili, un ragazzo olandese che dice di saper cucinare l’ossobuco, un silenzioso ragazzo russo alto più di due metri, una ragazza argentina che indossa sempre e solo abiti tradizionali cinesi, un ragazzo giapponese che conosce tutte le parolacce in dialetto napoletano, un ragazzo statunitense di soli 18 anni, una bellissima ragazza norvegese dai tratti somatici asiatici e tanti altri che probabilmente incontrerò all’università. E poi c’è Kirstine, che abbraccia e bacia affettuosamente tutti i suoi ospiti all’ingresso e mi ringrazia di cuore per aver portato un cavatappi. Dal balcone del suo bilocale si offre al mio sguardo la vista mozzafiato di una distesa interminabile di alti palazzi illuminati, e al di là di essi altri palazzi in costruzione.
"Sono un ragazzo fortunato perché mi hanno regalato un sogno"
(Lorenzo Cherubini)
martedì 11 ottobre 2011
Lista della Spesa
C’è un immagine che non riesco proprio a togliermi dagli occhi e dalla mente, sarà che in questi ultimi quattro giorni l’ho vista e rivista di continuo. Si tratta di una sorta di ritratto di famiglia: padre, madre e una piccola bambina, tutti e tre naturalmente cinesi. L’uomo guarda verso l’obiettivo, sorriso appena accennato, sguardo sicuro e camicia casual ben stirata addosso. Potrebbe benissimo essere un rampante manager di qualche grossa azienda cinese in odore di promozione, o un rispettato quadro di partito. Il sorriso della bambina è ovviamente più sgargiante ed al contempo innocente, esprime gioia e interesse verso il mondo. Finite le scuole, suo padre molto probabilmente la spedirà in California a studiare. Tornerà in patria con un Master in economia, un inglese perfetto e tanta voglia di sfondare. La madre, una donna di mezza età bella senza essere volgare o appariscente, scruta la sua creatura con ammirazione, piena di aspettative per il futuro ma molto serena per via della posizione sociale della sua famiglia.
E così mi tocca sorbirmi di nuovo questo patinato e stucchevole quadretto di famiglia: significa che anche oggi sono finito al Carrefour. Il quadretto, che in realtà è più una gigantografia su cui è impossibile non posare lo sguardo, si trova esattamente tra il primo piano, quello specificamente adibito a cibarie e beveraggi, e il secondo, quello in cui si vendono gli articoli più disparati (prodotti per bambini, cosmetici, libri, riviste, cd, dvd, vestiti, scarpe, pentolame vario, oggetti per la casa, attrezzi per il fitness, articoli sportivi, fai da te, fai per tre, dispositivi elettronici, biciclette, attrezzature per barbecue e ricevimenti, e probabilmente molto altro ancora). Chissà cosa pensano le famiglie mentre lentamente vanno su e giù per il tapis roulant con i loro carrelli traboccanti di cibo e si trovano davanti questo artificioso ritratto di felicità e benessere. Io penso solamente che sono finito di nuovo al Carrefour. E dire oggi ce l’avevo quasi fatta ad evitarlo. Come ogni mattina, dopo la colazione mi ero seduto ed avevo buttato giù la solita lista delle cose che mi servivano. Dunque: uova, fazzoletti, fototessere, portare a riparare le scarpe, pane, qualcosa da bere, biscotti, lampadina per l’abat-jour... i fazzoletti li ho segnati? Sì. Bene. Mi ero ripromesso di fare un giro di ricognizione nel quartiere e vedere se riuscivo a rimediare ogni cosa senza dover tornare in quella sorta di gallica prigione delle meraviglie che non ha sbarre ma da cui è pressoché impossibile fuggire. Ed ero convinto di avercela fatta, stavo per rincasare trionfante quando una parola di quattro lettere è riecheggiata nella mia mente come un oscuro e cavernoso presagio di sventura. P-A-N-E. È vero, questi non mangiano pane... loro solo riso. E ma a me il pane serve. Cioè senza pane non si canta messa. No pane no party. Meglio un tozzo di pane oggi ed uno anche domani. Dovevo rischiare. Sarei entrato in quel maledetto posto, testa bassa e passo svelto diretto verso il banco pane, avrei afferrato il bianco pane e sarei tornato indietro senza mai voltarmi. Com’è andata a finire? Beh, nella mia sporta figurano i seguenti articoli: un barattolo di fagioli pronti, un paio di guanti per lavare i piatti, un aggeggio per scacciare le zanzare con annessa ricarica, un altro barattolo di fagioli pronti, bagnoschiuma, sapone liquido, una scatola di formaggini (formaggini?!?), e in tutto ciò ancora non ho preso il pane... ma poi perché sto salendo al secondo piano? Potrei non uscirne più, potrei perdermi tra le pentole e gli sturalavandini, annegare tra i detersivi e soffocare tra i cuscini, per poi lasciarmi infine scivolare esanime sulle comode poltroncine che fanno i massaggi. In Cina Carrefour è stato traslitterato così: 家乐福 Jialefu, dove il primo carattere, jia, significa “casa”, il secondo, le, sta per “felicità”, ed il terzo, fu, è sinonimo di “fortuna” e “benessere”. Sarà anche vero che qui si trova veramente di tutto (per l’equivalente di 3 euro è possibile acquistare una squisita passata di pomodoro “Barilla”!), ma di quante delle cose che ho comprato in questi giorni avevo davvero bisogno? E qui in Cina come campavano le persone prima che arrivassero i prodotti di bellezza “Nivea”, o la cioccolata “Nestlè”, o le t-shirt “Nike”?
Esco dalla gallica prigione con una certezza: qualsiasi cosa succeda, di qualsiasi cosa abbia bisogno, io qui non ci metto più piede per almeno set.. diciamo sei giorni. Facciamo cinque e non se ne parla più.
Dannazione ho scordato il pane.
E così mi tocca sorbirmi di nuovo questo patinato e stucchevole quadretto di famiglia: significa che anche oggi sono finito al Carrefour. Il quadretto, che in realtà è più una gigantografia su cui è impossibile non posare lo sguardo, si trova esattamente tra il primo piano, quello specificamente adibito a cibarie e beveraggi, e il secondo, quello in cui si vendono gli articoli più disparati (prodotti per bambini, cosmetici, libri, riviste, cd, dvd, vestiti, scarpe, pentolame vario, oggetti per la casa, attrezzi per il fitness, articoli sportivi, fai da te, fai per tre, dispositivi elettronici, biciclette, attrezzature per barbecue e ricevimenti, e probabilmente molto altro ancora). Chissà cosa pensano le famiglie mentre lentamente vanno su e giù per il tapis roulant con i loro carrelli traboccanti di cibo e si trovano davanti questo artificioso ritratto di felicità e benessere. Io penso solamente che sono finito di nuovo al Carrefour. E dire oggi ce l’avevo quasi fatta ad evitarlo. Come ogni mattina, dopo la colazione mi ero seduto ed avevo buttato giù la solita lista delle cose che mi servivano. Dunque: uova, fazzoletti, fototessere, portare a riparare le scarpe, pane, qualcosa da bere, biscotti, lampadina per l’abat-jour... i fazzoletti li ho segnati? Sì. Bene. Mi ero ripromesso di fare un giro di ricognizione nel quartiere e vedere se riuscivo a rimediare ogni cosa senza dover tornare in quella sorta di gallica prigione delle meraviglie che non ha sbarre ma da cui è pressoché impossibile fuggire. Ed ero convinto di avercela fatta, stavo per rincasare trionfante quando una parola di quattro lettere è riecheggiata nella mia mente come un oscuro e cavernoso presagio di sventura. P-A-N-E. È vero, questi non mangiano pane... loro solo riso. E ma a me il pane serve. Cioè senza pane non si canta messa. No pane no party. Meglio un tozzo di pane oggi ed uno anche domani. Dovevo rischiare. Sarei entrato in quel maledetto posto, testa bassa e passo svelto diretto verso il banco pane, avrei afferrato il bianco pane e sarei tornato indietro senza mai voltarmi. Com’è andata a finire? Beh, nella mia sporta figurano i seguenti articoli: un barattolo di fagioli pronti, un paio di guanti per lavare i piatti, un aggeggio per scacciare le zanzare con annessa ricarica, un altro barattolo di fagioli pronti, bagnoschiuma, sapone liquido, una scatola di formaggini (formaggini?!?), e in tutto ciò ancora non ho preso il pane... ma poi perché sto salendo al secondo piano? Potrei non uscirne più, potrei perdermi tra le pentole e gli sturalavandini, annegare tra i detersivi e soffocare tra i cuscini, per poi lasciarmi infine scivolare esanime sulle comode poltroncine che fanno i massaggi. In Cina Carrefour è stato traslitterato così: 家乐福 Jialefu, dove il primo carattere, jia, significa “casa”, il secondo, le, sta per “felicità”, ed il terzo, fu, è sinonimo di “fortuna” e “benessere”. Sarà anche vero che qui si trova veramente di tutto (per l’equivalente di 3 euro è possibile acquistare una squisita passata di pomodoro “Barilla”!), ma di quante delle cose che ho comprato in questi giorni avevo davvero bisogno? E qui in Cina come campavano le persone prima che arrivassero i prodotti di bellezza “Nivea”, o la cioccolata “Nestlè”, o le t-shirt “Nike”?
Esco dalla gallica prigione con una certezza: qualsiasi cosa succeda, di qualsiasi cosa abbia bisogno, io qui non ci metto più piede per almeno set.. diciamo sei giorni. Facciamo cinque e non se ne parla più.
Dannazione ho scordato il pane.
"Amate il pane: cuore della casa, profumo della mensa, gioia dei focolari; rispettate il pane: sudore della fronte, orgoglio del lavoro, poema di sacrificio; onorate il pane: gloria dei campi, fragranza della terra, festa della vita; non sciupate il pane: ricchezza della patria, il più soave dono di Dio, il più santo premio della fatica umana."
(Antico detto Popolare)
sabato 8 ottobre 2011
A casa di Nancy
“Sei sicuro di non essere arabo?” Nancy mi conosce solo da dieci minuti ma è già la terza volta che mi fa una domanda del genere. “Se vuoi ti mostro il passaporto” rispondo sorridendo. Vuoi vedere che non mi ricordo più da quale posto del mondo provengo... “Ma quindi non sai parlare arabo?” A stento conosco l’italiano, mi verrebbe da rispondere, ma taccio dignitosamente. Poi si passa alle questioni filosofico – esistenzialiste: “Che fai nella vita?”, “Perché sei qui?”, “Dove sei diretto?”, “Qual è esattamente il tuo scopo?” Riesco a schivare tutte le pallottole con agilità e prontezza di riflessi. Le parlo della mia tesi di laurea in storia imperiale, cercando di dare alla mia ricerca un ché di scientifico. Lei mi ascolta annuendo distrattamente, probabilmente non capisce un granché di quello che sto dicendo, e se ci capisce qualcosa probabilmente non gliene importa più di tanto. Sembra molto più interessata a capire se rischia o meno di mettersi in casa un occidentale buonoanulla/godereccio/ubriacone/squattrinato/insolvente/sciarmato. Già il fatto che sia un ragazzo non depone a mio favore, non in un appartamento come questo dove ogni cosa è al suo posto e si cammina in punta di piedi togliendosi le scarpe all’ingresso. Sfodero una dose eccezionale di simpatia e senso di responsabilità, perché in tre giorni questa è la cosa più vicina ad una casa che abbia visto e non ho intenzione di lasciarmela sfuggire. No, non tornerò a vagare per le strade di Kunming a caccia di camere in affitto per poi ritrovarmi a vedere appartamenti che sono solo soffitti, muri e pavimenti, che si trovano all’interno di fatiscenti palazzi di squallidi quartieri. Per questo tengo duro e mi mostro disponibile a soddisfare qualsivoglia curiosità di Nancy sul mio conto. Ma quando, piuttosto inaspettatamente, lei tocca il tema religione, sono già esausto e non ho la forza di mentire per fare bella figura, così rispondo laconicamente: “Sono cattolico ma non vado spesso in chiesa”. Lei sbarra gli occhi, come se avessi detto un’assurdità. Provo a spiegarle che si tratta di una pratica alquanto comune dalle mie parti. Lei fa finta di non sentire e rincara: “Da queste parti c’è una chiesa cattolica frequentata da stranieri, penso che potresti incontrare gente simpatica se ci vai ogni tanto”. Mi arrendo: “Sì, magari ogni tanto ci passerò”. La conversazione potrebbe concludersi qui, se non fosse che senza nemmeno rendermene conto mi trovo a chiederle di che religione sia lei. “I believe in Jesus” è la sua lapidaria risposta. Mah...
Comunque credo di aver superato il test. Quantomeno l’ho fatta ridere un paio di volte e sorridere altrettante, non che questo sia sempre un buon segno. Inoltre per la prima volta da quando sono qui sento qualcuno parlare una lingua che somiglia vagamente a quella che ho studiato in Italia. “Il tuo putonghua è perfetto, riesco quasi a capire quello che dici. Sei proprio di Kunming?” Lei scrolla le spalle. “Sono qui da dieci anni, quindi ormai sono di Kunming”. Non sembra voler aggiungere altro in proposito, così lascio cadere il discorso nel vuoto. Esco dall’appartamento di Nancy con le mie scarpe di nuovo ai piedi e con qualche domanda che mi frulla in testa, ad esempio quale sia il vero nome di Nancy e perché si faccia chiamare così, provando ad immaginare come potrebbe essere trascorrere sei mesi nella piccola ma ordinata cameretta di questo semplice ma accogliente appartamento insieme a Nancy, sua madre ed una ragazza neozelandese. Lungo il cortile che per il momento mi conduce fuori da questo moderno palazzo per famiglie, incontro lo sguardo incredulo di due bambini. Uno di loro punta il dito verso di me e urla: “Waiguoren, waiguoren!”. Straniero.
Comunque credo di aver superato il test. Quantomeno l’ho fatta ridere un paio di volte e sorridere altrettante, non che questo sia sempre un buon segno. Inoltre per la prima volta da quando sono qui sento qualcuno parlare una lingua che somiglia vagamente a quella che ho studiato in Italia. “Il tuo putonghua è perfetto, riesco quasi a capire quello che dici. Sei proprio di Kunming?” Lei scrolla le spalle. “Sono qui da dieci anni, quindi ormai sono di Kunming”. Non sembra voler aggiungere altro in proposito, così lascio cadere il discorso nel vuoto. Esco dall’appartamento di Nancy con le mie scarpe di nuovo ai piedi e con qualche domanda che mi frulla in testa, ad esempio quale sia il vero nome di Nancy e perché si faccia chiamare così, provando ad immaginare come potrebbe essere trascorrere sei mesi nella piccola ma ordinata cameretta di questo semplice ma accogliente appartamento insieme a Nancy, sua madre ed una ragazza neozelandese. Lungo il cortile che per il momento mi conduce fuori da questo moderno palazzo per famiglie, incontro lo sguardo incredulo di due bambini. Uno di loro punta il dito verso di me e urla: “Waiguoren, waiguoren!”. Straniero.
"Vogliamo entrare nella casa, ma stiamo fuori dalla chiesa"
(I Laganà - Gruppo ridicolo-demenziale calabrese)
venerdì 7 ottobre 2011
QUESTIONE DI FUSO
Queste ultime ore sono state per me molto simili ad un lungo sogno, uno di quelli in cui luoghi e persone dall’aria vagamente familiare si mischiano insieme senza alcuna logica apparente. Ancora adesso che mi trovo nella stanza 318 del delizioso hotel Camellia al centro di Kunming, c’è qualcosa che non mi torna. E’ cominciato tutto durante l’attesa del volo per Pechino, mentre mi trovavo nel pieno del proverbiale stordimento emotivo che precede ogni viaggio che si rispetti, specie quelli che con un ampio margine di approssimazione si potrebbero definire “esistenziali”. Poi è stato un lento susseguirsi di file e attese, metal detector e tapis roulant, controlli passaporto e carrelli cigolanti, poltroncine di aereo più o meno comode e quelle assolutamente scomode di aeroporto. La strana sensazione di non sapere esattamente che ore siano, né in quale punto del globo terrestre ci si trovi precisamente. Questione di fuso si direbbe. Beh sì, ma non solo quello.
Per me questo viaggio in Cina è un pò come tutte quelle cose che si aspettano a lungo: quando finalmente si realizzano ci si accorge di non essere sorpresi/estasiati/emozionati/incantati/piacevolmente intimoriti come si pensava. Ho passato così tanto tempo ad immaginare e progettare questo viaggio che adesso che ci sono dentro sul serio non so bene cosa stia provando, lo stordimento emotivo continua. Diceva un certo Oscar Wilde: “Ci sono due grandi tragedie nella vita: una è non ottenere quello che si vuole, l’altra è ottenerlo”. Bah... con tutto rispetto per Wilde, mi sembra una gran pippa mentale. O forse quella canaglia di un irlandese se la godeva troppo a prendere per i fondelli tutti quanti, e probabilmente ci aveva capito più di qualunque altro della vita. Mah sì, sarà il fuso. Inoltre non mi sdraiavo su un vero letto da due giorni: la cosa più vicina ad un letto che abbia visto nelle ultime 24 ore sono state le poltroncine di prima classe dell’aereo, e naturalmente le ho solo viste da lontano. In tutto ciò, le parole cinesi che ho pronunciato, male peraltro, da quando sono partito si contano sulle poche dita rimaste ad un maldestro fuochista. Mi avevano già parlato della “Maledizione del blocco cinese”, secondo la quale uno studente che approda per la prima volta in Cina, non importa per quanto tempo abbia studiato la lingua nel proprio Paese o se sia laureato o meno, apre la bocca per parlare e immediatamente si rende conto di non ricordarsi un accidente, o di non sapere un accidente; presta attenzione ad un annuncio all’aeroporto ma non afferra che qualche sparuta parola; si reca in un qualsiasi ristorante e rimane incantato davanti al menù per qualche ora, cercando di invano di riportare alla memoria la lezione del primo anno sulle specialità gastronomiche cinesi, dopodiché, esausto, indica uno a caso tra i piatti e dice, o pensa di dire, “il secondo”, ma subito dopo si ritrova davanti due ciotole identiche.
Dicono che la durata di questo morbo sia variabile e soggettiva, ma in genere dipende da alcuni fattori tra i quali: forza di volontà, predisposizione a bazzicare luoghi frequentati da cinesi piuttosto che da expats, essere disposti a ripetere qualcosa anche un centinaio di volte pur di farsi capire, essere disposti a far ripetere a qualcuno qualcosa anche un centinaio di volte pur di capire, e, non meno importante, tanta tanta forza di volontà.
Per me questo viaggio in Cina è un pò come tutte quelle cose che si aspettano a lungo: quando finalmente si realizzano ci si accorge di non essere sorpresi/estasiati/emozionati/incantati/piacevolmente intimoriti come si pensava. Ho passato così tanto tempo ad immaginare e progettare questo viaggio che adesso che ci sono dentro sul serio non so bene cosa stia provando, lo stordimento emotivo continua. Diceva un certo Oscar Wilde: “Ci sono due grandi tragedie nella vita: una è non ottenere quello che si vuole, l’altra è ottenerlo”. Bah... con tutto rispetto per Wilde, mi sembra una gran pippa mentale. O forse quella canaglia di un irlandese se la godeva troppo a prendere per i fondelli tutti quanti, e probabilmente ci aveva capito più di qualunque altro della vita. Mah sì, sarà il fuso. Inoltre non mi sdraiavo su un vero letto da due giorni: la cosa più vicina ad un letto che abbia visto nelle ultime 24 ore sono state le poltroncine di prima classe dell’aereo, e naturalmente le ho solo viste da lontano. In tutto ciò, le parole cinesi che ho pronunciato, male peraltro, da quando sono partito si contano sulle poche dita rimaste ad un maldestro fuochista. Mi avevano già parlato della “Maledizione del blocco cinese”, secondo la quale uno studente che approda per la prima volta in Cina, non importa per quanto tempo abbia studiato la lingua nel proprio Paese o se sia laureato o meno, apre la bocca per parlare e immediatamente si rende conto di non ricordarsi un accidente, o di non sapere un accidente; presta attenzione ad un annuncio all’aeroporto ma non afferra che qualche sparuta parola; si reca in un qualsiasi ristorante e rimane incantato davanti al menù per qualche ora, cercando di invano di riportare alla memoria la lezione del primo anno sulle specialità gastronomiche cinesi, dopodiché, esausto, indica uno a caso tra i piatti e dice, o pensa di dire, “il secondo”, ma subito dopo si ritrova davanti due ciotole identiche.
Dicono che la durata di questo morbo sia variabile e soggettiva, ma in genere dipende da alcuni fattori tra i quali: forza di volontà, predisposizione a bazzicare luoghi frequentati da cinesi piuttosto che da expats, essere disposti a ripetere qualcosa anche un centinaio di volte pur di farsi capire, essere disposti a far ripetere a qualcuno qualcosa anche un centinaio di volte pur di capire, e, non meno importante, tanta tanta forza di volontà.
“Io sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per diventare un professionista”
(dal film "La dolce vita")
martedì 20 settembre 2011
Perché un ragazzo d'oggi può decidere di andare in Cina
Perché ci vuole andare e basta.
Perché qualcuno tempo fa gli aveva detto che la Cina era il futuro, e lui si è fidato.
Perché quel qualcuno non gli aveva detto proprio tutto.
Perché vuole assicurarsi di avere una risposta accattivante alla domanda: “E ora che ti sei laureato che farai?”
Perché arriva un momento nella vita di ognuno in cui bisogna andare in Cina.
Perché vuole dare una svolta alla sua vita.
Perché vuole evitare di dare una svolta alla sua vita.
Perché preferisce una dittatura “trasparente” ad una democrazia apparente.
Perché non sa che in Cina c’è una dittatura.
Perché vuole dimostrare a sé stesso e agli altri che, almeno per una volta nella vita, può cavarsela da solo senza fare casini.
Per vedere com’è cambiata la Cina dopo Mao, cos’è rimasto di quell’incredibile progetto che il Grande Timoniere aveva in mente per il suo immenso Paese.
Perché gli hanno parlato di questa immensa discoteca di Pechino, il Maramao, che ha letteralmente cambiato la storia delle discoteche di tutto il mondo.
Perché proprio non ci riesce a trascorrere due giorni di seguito senza complicarsi la vita.
Perché gli hanno detto che le ragazze cinesi sono tutte bellissime e licenziose.
Perché non ha mai conosciuto una ragazza cinese.
Perché vuole sparire per un po’ e tornare a casa da eroe.
Perché è uno di quegli esterofili incalliti secondo i quali tutto ciò che si trova al di là dei confini nazionali è ammantato di quella perfezione che questo nostro insignificante Paese non conoscerà mai.
Perché vuole mangiare cavallette fritte, spiedini di scorpione, zuppa di cane, stufato di gatto, aquila impagliata, corno di rinoceronte al vapore, zanne di elefante arrosto, lingua di serpente e occhio di coccodrillo.
Perché tanto ormai ci ha fatto il callo ad essere considerato un forestiero, uno straniero in terra straniera.
Per vedere se i cinesi sono così cinesi come si dice in giro.
Per avere qualcosa da raccontare ai suoi nipotini quando sarà vecchio.
Per passeggiare sulla Grande Muraglia, scattare centinaia di foto all’esercito di terracotta, prendersi un caffé a piazza Tiananmen, e poi tornare a casa e dire di aver visto la Cina.
Perché è uno di quelli che pensano di risolvere i propri problemi andandosene via, il più lontano possibile.
Perché gli hanno detto che lì il Karaoke non è affatto una cosa da sfigati, e lui ama moltissimo cantare.
Per seguire le orme di Marco Polo, perdersi nell’affascinante e millenaria storia imperiale cinese e infine trascorrere 7 mesi in meditazione in un monastero buddista sperduto chissà dove.
Per inseguire quel tossico di Marco Paolo, perdersi in un sobborgo di Pechino mentre cerca della “buona erba cinese” e infine trascorrere 7 anni ai lavori forzati in un penitenziario di massima sicurezza sperduto chissà dove.
Perché o ora o mai più.
Per girare per le strade di Pechino completamente nudo e urlare: “Free Tibet!”
Perché è fermamente convinto di poter sopravvivere senza mangiare tutti i giorni pasta, pane e formaggio; senza il campionato di calcio la domenica e le coppe al mercoledì; senza il panettone a Natale e le vongole a capodanno; senza il festival di Sanremo a febbraio e Miss Italia a settembre; senza il bar la domenica mattina, cornetto e cappucino; senza il trash televisivo e i comizi politici; senza Berlusconi, Briatore, Dolce & Gabbana, Maria de Filippi, Tiziano Ferro, Corona, Boldi e De Sica, Carlà, Raz Degan, Rex il can, i Savoia, i pacchi, gli scioperi, la crisi, Alfano, la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, la sacra corona unita, Alfano, la spazzatura, le intercettazioni, il bunga-bunga, la pizza sottile e croccante, la nduja non particolarmente piccante.
Perché la Cina batte l’Italia, 3 a 0 senza storia.
Per capire se il mandarino è davvero così difficile come sembra quando lo si studia nel proprio Paese.
Perché non sa cosa lo aspetta.
Perché sa benissimo cosa lo aspetta.
Prima di partire si dovrebbe esser sicuri di cosa si vorrà cercare, dei bisogni veri (Niccolò Fabi)
mercoledì 14 settembre 2011
Una lacrima sul visto
Forse è il caso che cominci a crederci anch’io. Dovunque mi volti tutto sembra indicarmi con chiarezza l’imminenza della partenza. La pila di vestiti accuratamente piegati e disposti ordinatamente nell’angolo dell’armadio; la cartellina con la prenotazione aerea e quella alberghiera che prende polvere sul comodino; il passaporto rosso in bella mostra aperto a pagina 16, che fino a qualche giorno fa era vuota e insignificante come tutte le altre mentre adesso è assolutamente indispensabile affinché io entri regolarmente nel Paese in cui mi sto per avventurare e ci resti almeno per 30 giorni. È strano: ho passato gli ultimi mesi a progettare questo viaggio, mi sono mosso con cautela e allo stesso tempo fermezza, ho vagliato con la massima attenzione le varie possibilità che avevo di fronte e, dopo aver considerato accuratamente rischi e grado di difficoltà, ho scelto con risolutezza la mia meta e fatto in modo di poterla raggiungere nel più breve tempo possibile. E nonostante questo, la sola idea di partire mi sembra un’idiozia bella e buona, nient’altro che una fantasia priva di qualsiasi fondamento. Tutto ciò mi fa pensare che mi trovi ad un’altro importante bivio della mia giovane vita: i cambiamenti che stanno per scuoterla sono di portata talmente colossale che mi è impossibile comprenderli appieno immediatamente. Ci vorrà del tempo, e allora mi conviene aspettare. Una cosa simile mi è successa un paio di mesi fa, nei giorni precedenti e in quelli immediatamente successivi alla discussione della tesi di laurea. Per un po’ ho cercato in tutti i modi di rendermi conto di quello che mi stava per accadere, passando in rassegna tutte le implicazioni che il passo che stavo compiendo comportava, le prospettive che mi attendevano. Ma non sono arrivato da nessuna parte, così ho semplicemente smesso di provarci. Ancora adesso non so bene cosa precisamente significhi per me essermi laureato, e soprattutto averlo fatto in questo angolo di mondo e in questo momento storico. Chissà quanto altro tempo ci vorrà per capirci qualcosa. In fondo è come diventare maggiorenni: chi può dire di svegliarsi la mattina del proprio diciottesimo compleanno e sapere già come cambierà la sua vita? Il sottoscritto dopo sette anni ne ha solo una vaga idea.
Quindi, magari è vero che dovrei cominciare a crederci anch’io, ma dubito fortemente che succederà. Se mi conosco quanto penso di conoscermi, e dopo 25 anni vissuti con me stesso penso di conoscermi abbastanza bene, molto verosimilmente accadrà quanto segue: attraverserò le prossime settimane con passo lento e misurato, cercando di riempire le mie giornate più che posso; poi un giorno, esattamente quello indicato sulla prenotazione aerea infilata nella cartellina che prende polvere sul comodino, mi alzerò dal letto, trascinerò la mia valigia semivuota oltre la soglia e salirò su un aereo.
Il resto sarà un’incredibile susseguirsi di avventure straordinarie ed esperienze entusiasmanti.
E il libro dice: «Noi possiamo chiudere col passato, ma il passato non chiude con noi» (dal film "Magnolia")
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