sabato 29 ottobre 2011

Io sto con i Polacchi

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione, sole che batte sul campo di pallavolo. Comincio da dietro, nelle retrovie, là dove arrivano le cannonate che bisogna ricevere nel migliore dei modi per poter impostare una pericolosa azione d’attacco. Davanti a me, sottorete, Przemek mi fa un cenno di intesa. Potrebbe murare senza nemmeno saltare, ma quando salta mette davvero paura con il suo metro e novanta, i suoi occhi azzurri scintillanti di rabbia agonistica e le sue braccia possenti. E se David, anche lui polacco e anche lui altissimo, gli alza la palla come si deve, allora non ce n’è per nessuno. Un’altra ragazza polacca, Martina, mi sta di fianco. È piccoletta, ma diamine se ci dà dentro. La squadra si completa con un ragazzo tailandese che, come me, preferirebbe correre appresso ad un pallone ma che, sempre come me, non disdegna neppure il volleyball, e una ragazza canadese di origine cinese. È il nostro anello debole, Ally, ma le regole del torneo sono chiare: devono esserci almeno due donzelle per squadra in campo. Vincent per il momento si accomoda in panca. Il ragazzo canadese di madrelingua francese è il più teso tra noi: è lui che ha messo in piedi il team, è lui che si è occupato delle questioni burocratiche, è lui che ha organizzato gli allenamenti dopo la scuola. E nel campo di pallavolo, molto più che tra i banchi, siamo diventati un gruppo, abbiamo imparato a conoscerci e rispettarci, abbiamo trovato il modo di aiutarci e sostenerci a vicenda. Lo so cosa ti sta passando per la testa, Vincent, mentre te ne stai lì seduto con la testa tra le mani. Stai pensando che sarà dura, che i nostri avversari sono tosti. Hanno vinto il primo match in scioltezza, 3 – 0 e tutti a casa, e questo significa solo una cosa: se vincono anche oggi sono matematicamente qualificati alla fase successiva e noi siamo fuori. Fuori alla prima partita. Eccoli lì, schierati di fronte a noi. Quattro ragazze e due ragazzi, per la maggior parte tailandesi. E hanno un tifo sfrenato. Quanto a supporters non va male nemmeno a noi: Akira, il simpatico compagno di classe giapponese, e altri due coreani hanno preparato cori e striscioni, e ai bordi del campo si è radunato un drappello di amici e conoscenti, perlopiù stranieri, che di certo non parteggiano per i tailandesi. Tra i volti più o meno familiari spunta anche quello bellissimo della ragazza norvegese (che in seguito scoprirò essere in realtà svedese). Niente distrazioni Giuseppe, ora si fa sul serio. Si mette subito male per noi. Siamo molli sulle gambe, indecisi in fase difensiva e troppo poco cattivi davanti. Troviamo qualche buona azione offensiva solo di tanto in tanto, e Przemek va a segno un paio di volte al massimo. I tailandesi inanellano una serie interminabile di ace e ci staccano di una decina di punti. Nel finale proviamo a reagire, ma senza troppa fortuna. Un bruttissimo primo set si conclude sul punteggio di 25 – 14 per loro. Così non va. Dobbiamo cambiare qualcosa, soprattutto dobbiamo cambiare atteggiamento. Vincent smette la giacca della tuta, ricambia con un cenno della mano il boato del pubblico e si piazza al posto del tailandese, opaco e poco incisivo. Non è certo un tipo atletico, il canadese francofono, i suoi movimenti sono goffi ed esteticamente poco apprezzabili. Ma la sua altezza compensa queste mancanze, e sottorete sa farsi valere anche lui. Cominciamo il secondo set con il piglio giusto. Przemek finalmente fa vedere di che pasta é fatto: le sue braccia arrivano dappertutto, con le sue lunghe leve si muove da una parte all’altra del campo. Riceve e attacca, attacca e riceve. E in un lampo siamo avanti e conduciamo con sicurezza. Gira tutto bene, persino Ally sbaglia poco e concretizza molto. A me spetta il lavoro sporco: recuperare palle impossibili, spesso e volentieri con l’ausilio di parti del corpo non convenzionali, coprire la piccola Martina e rimediare agli errori degli altri. Insomma, mi tocca fare il ringhio Gattuso della situazione, urla e incitazioni comprese. I tailandesi sbandano, è il loro momento peggiore. Portiamo a casa il secondo set, e ora siamo pari. Nel momento decisivo, tuttavia, accusiamo un inspiegabile e deleterio calo di concentrazione. E lo paghiamo caro: quasi senza accorgercene andiamo subito sotto. Subiamo il gioco degli avversari, che sono ordinati e non buttano via una palla. Noi invece sbagliamo troppo, non riusciamo a costruire gioco e siamo disposti male in campo. Lasciamo delle vere e proprie voragini, e gli avversari puntualmente ne approfittano. Buttiamo via il terzo set, e adesso si mette veramente male. Alla ripresa del gioco lascio il posto all’amico tailandese. I ragazzi entrano in campo con uno spirito diverso, ma la differenza di tasso tecnico e organizzazione di gioco che si era già vista nei primi tre set, emerge in maniera chiara. I tailandesi sono tutto fuorchè imbattibili, ma non commettono errori. E a questi livelli può rivelarsi un fattore determinante. Mi tocca assistere inerme alla disfatta dei miei compagni, tra il chiasso assordante dei tifosi avversari e i continui fischi dell’arbitro, mentre sul tabellino dei punti prende forma un passivo fin troppo severo per noi. Va bene così ragazzi, non abbiamo giocato affatto male. Abbiamo dato quasi tutto quello che potevamo dare. È solo che da una parte c’era una squadra e dall’altra un gruppo di ragazzi che ancora non sono una squadra. Per quello ci vuole tempo, ma almeno non sono degli estranei che ogni giorno si ritrovano insieme nella stessa classe e poi al suono della campanella se ne vanno ognuno per la propria strada e tanti saluti. Questo sarebbe molto peggio che uscire al primo match di uno stupido torneo scolastico. Stasera ce ne andremo da qualche parte a bere vodka scadente e festeggiare. Tanto si trova sempre qualcosa per cui valga la pena festeggiare.
Na zdrowie!

"Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia"
(Francesco De Gregori)

sabato 22 ottobre 2011

Un giorno di ordinario turismo

Questa domenica in ottobre è troppo bella per starsene chiusi in camera, magari a trascrivere ideogrammi in colonne ordinate fino a perdere la sensibilità alle dita. Bisogna raccattare due o tre cose tra le più indispensabili, ficcarle nello zaino e uscire il più in fretta possibile, perchè a volte, come diceva Gaber, “la strada è l’unica salvezza”. Scendo saltellando sui gradini e aggrappandomi al corrimano come facevo da bambino, e una volta fuori mi ricordo di essere in Cina. È strano, mi  basta trascorrere più di un paio d’ore a casa per dimenticarmene. Ho una cartina della città tutta stropicciata, ma nessuna voglia di aprirla. Quanto alla guida Lonely Planet, pesa troppo, e poi le pagine su Kunming le ho consumate a furia di sfogliarle, potrei quasi citarne a memoria alcuni passi. No, ho deciso che oggi vado a braccio, seguo l’istinto, mi lascio trasportare dalla corrente. Tanto lo sappiamo tutti che le cose più belle accadono per sbaglio. Prendo il primo autobus che mi capita a tiro, giuro che lo faccio. Eccone uno: è verde, è a due piani, è pieno zeppo di cinesi. Praticamente come tutti gli altri, se non fosse che questo mostra davanti il numero 61. E sia. Ora, se pensate che i mezzi pubblici di Roma, di Milano o di Napoli siano affollati, è evidente che non siete mai saliti su un bus cinese. Definire un bus cinese semplicemente “affollato” è ridicolmente riduttivo. La posta alle undici di mattina è affollata, o la chiesa quando ci sono le prime comunioni, o il cinema il giorno di Natale, o la discoteca quando invitano Corona. A dire il vero non mi viene in mente alcun aggettivo per descrivere le condizioni di un mezzo pubblico cinese, anche i vari “stipato”, “gremito”, “traboccante” non rendono bene l’idea. Immaginate cinquanta bambini su una Punto. È vero che la Punto non è poi così piccola e che un bambino non occupa molto spazio, ma sono pur sempre cinquanta bambini in una macchina che può contenerne al massimo cinque. In soldoni, il problema è che questi cinesi sono davvero tanti. In questo momento ne ho due incastrati tra la spalla e il fianco, uno seduto sulla mia schiena e almeno una decina sotto i piedi. Come faccio a capire quando scendere? Anche per quello seguirò il mio istinto. Non avrei comunque altra scelta visto che i cinesi sono anche sui finestrini, attaccati come gechi sui muri. Proprio quando comincio a pensare che tutta questa cosa dell’istinto e del lasciarsi trasportare dalla corrente sia una gran boiata e che ho fatto malissimo a non pianificare un itinerario, dall’altoparlante una invitante voce di donna scandisce in inglese: “Next stop: Confucian Temple”. Scatto come una saetta, mi scrollo di dosso una ventina di cinesi e mi faccio largo verso l’uscita. “Se quella porta si chiude prima che tu sia sceso, le tenebre ti inghiottiranno per sempre” mi dico mentre annaspo a fatica nel pantano umano che si è creato intorno a me, le braccia protese in avanti e la bocca spalancata per non affogare. Sono fuori. Non ho la minima idea di dove sia questo fantomatico tempio confuciano, ma almeno sono fuori. Mi guardo intorno: un KFC, qualche negozio di abbigliamento, un ristorante coreano. Decido di fare il giro dell’isolato. Passo davanti ad altre boutique più o meno raffinate, ad altri ristoranti più o meno invitanti, ad un parco più o meno curato, ma del tempio nessuna traccia. Sto quasi per abbandonare le speranze quando, quasi per caso, scorgo una specie di portone arancione con un cancelletto spalancato. Mi avvicino per guardare meglio. Sì, dev’essere senz’altro lui, a meno che non si tratti di qualche ristorante “tipico” per turisti occidentali. Mentre entro mi chiedo istintivamente come abbia fatto a non accorgermi subito della presenza del tempio: non si può certo dire che un posto come questo non si distingua dagli edifici circostanti, perlopiù centri commerciali e negozi. Non esagero affatto quando dico che qui il tempo si è fermato. Un vialetto si snoda tra una fitta vegetazione e conduce ad una sorta di spiazzo circondato da un laghetto su cui si innalza il tempio vero e proprio, un’architettura tradizionale cinese con i tetti a spiovente e le colonne rosso vermiglio. Tutt’intorno decine di vecchietti giocano a majong e sorseggiano tè, chiacchierano amabilmente o suonano strumenti antichi. Alcuni di loro portano ancora il berretto blu in voga ai tempi di Mao. Quasi non si accorgono della mia presenza, tanto sono presi dai loro passatempi. E a me va benissimo così: mi siedo e finalmente mi godo un pezzo di autentica Cina, il primo da quando sono qui. Tuttavia mi tocca anche constatare la condizione di quasi totale abbandono in cui versa il complesso: il colore rosso delle colonne è ormai sbiadito, l’acqua del laghetto è verdastra e ci sono cianfrusaglie ammassate ovunque come in un cantiere edile. Mentre percorro a ritroso il vialetto verso l’uscita, ho l’impressione che posti come questo esistano ancora solo per essere usati come magazzini di oggetti ed esseri umani che con la Cina di oggi hanno ormai poco a che fare. Forse è per questo che è difficile accorgersi della sua presenza: il tempio è come fagocitato dagli imponenti edifici moderni che sono stati eretti tutt’attorno. Ci devo pensare un po’ su, magari davanti ad un bell’hamburger. Si ragiona sempre meglio a stomaco pieno. Dal tempio confuciano al KFC il passo è breve, basta attraversare la strada. Quando esco dal locale è ormai pomeriggio inoltrato, il cielo si è improvvisamente oscurato e questa domenica in ottobre non è più così bella come mi era parsa solo diverse ore prima. Magari me ne torno a casa, si ragiona sempre meglio nella propria camera. Una piccola folla di ragazzini intanto si è radunata davanti ad un palchetto dall’alto del quale un uomo in elegante completo scuro con un microfono in mano sta dicendo un mucchio di parole di cui io naturalmente non capisco il significato. Ha la parlantina svelta e si muove febbrilmente da una parte all’altra del palco. I suoi “spettatori” lo seguono con attenzione, pendono dalle sue labbra, sobbalzano ad ogni suo cenno. L’uomo ha un oggetto tra le mani, una scatolina viola che mostra continuamente alla folla come una sorta di sacra effige. Ne sono tutti rapiti, e quando l’uomo fa per lanciarla si accalcano e tendono le braccia. La scatolina viola contiene un cellulare, e altre scatoline viola sono accatastate sul palco. La voce dell’uomo man mano cresce di intensità, i suoi movimenti si fanno più spasmodici. Ormai i ragazzini tengono stabilmente le braccia protese in avanti, tra loro c’è anche qualche adulto. Quelli dietro spingono, quelli davanti manca poco che saltano sul palco. L’estenuante “spettacolo” dura una buona mezz'oretta, in cui l’uomo non smette di parlare nemmeno per un attimo. Ogni tanto fa delle domande alla folla del tipo: “Vero o no?” e tutti rispondono: “Vero!”. Infine prende dei bigliettini e li agita vistosamente. Quando ormai mi sembra chiaro che nessun cellulare verrà regalato a nessuno, accade una cosa inaspettata: l’uomo comincia a distribuire i bigliettini tra i suoi adepti, i quali si precipitano poi verso un gazebo lì vicino e qui ricevono la tanto agognata scatolina viola. Chissà se tra di loro qualcuno sa che dall’altra parte della strada, proprio di fronte al KFC, c’è un suggestivo tempio confuciano dove il tempo si è fermato.

"Perchè il giudizio universale non passa per le case, le case dove noi ci nascondiamo. Bisogna tornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo".
(Giorgio Gaber)

domenica 16 ottobre 2011

Kirstine e gli altri

“GoKunming” è un sito dedicato principalmente agli stranieri che vivono in questa città o che stanno pensando di andarci a vivere: offre informazioni turistiche, il calendario completo degli eventi organizzati dai locali più in, notizie in tempo reale, recensioni e commenti su ristoranti e alberghi e persino ricette per imparare a cucinare piatti tipici dello Yunnan. Ci sono poi i vari forum che permettono ai membri di interagire tra loro, scambiarsi suggerimenti, postare degli annunci, vendere e comprare praticamente di tutto. È stato proprio su uno di questi forum che ho trovato l’annuncio di Nancy, nella cui dimora alloggio ormai da più di una settimana. Ed è sempre grazie ad uno di questi forum che adesso, sera di venerdì 14 ottobre, mi trovo affacciato al balcone di un bilocale al decimo piano di un enorme palazzo in un moderno complesso residenziale non troppo lontano dal centro, circondato da decine di ragazzi di tutto il mondo. La ragazza bionda con un piercing al naso e gli occhi di un verde chiarissimo che distribuisce economiche birre cinesi a destra e a manca si chiama Kirstine, è danese ed è una delle prime persone che ho conosciuto qui a Kunming. A dire il vero ci siamo conosciuti, ma forse sarebbe più appropriato dire “siamo entrati contatto”, ancora prima che io salissi sull’aereo, precisamente qualche giorno dopo aver postato un annuncio nel forum “Sharing apartments” di “GoKunming” in cui mi presentavo e chiedevo se qualcuno fosse interessato a condividere un appartamento con un simpatico mangiaspaghetti dai modi affabili. La risposta di Kirstine mi aveva lasciato un po’ perplesso: senza nemmeno accennare alla sua età e provenienza, mi informava che era alla ricerca di un posto in cui vivere da più di una settimana ma che fino a quel momento non aveva avuto molta fortuna. Poi mi chiedeva quando sarei arrivato, se avevo già trovato un coinquilino e se anch’io avevo in mente di studiare alla Yunnan Normal University. Le comunicai la data del mio arrivo, promettendole che mi sarei fatto vivo io una volta in Cina. “E’ pur sempre un contatto, può far comodo in ogni caso” avevo pensato in quel momento, salvo poi rimuovere immediatamente il suo nome e la sua e-mail nel vortice incessante dei preparativi per la partenza. Appena arrivato al Camellia hotel, tuttavia, trovai un’altra sua missiva tra la mia posta elettronica in cui, tra mille scuse, mi rivelava di aver cambiato idea in merito alla questione “condivisione appartamento”, che aveva invece deciso di andare a vivere da sola in un bilocale quasi completamente privo di arredamento non molto distante dall’università. Però, diceva, potevo andare lo stesso a stare da lei per un po’, almeno fin quando non avessi trovato un posto anch’io. La ringraziai per la cortesia e dissi che me la sarei cavata da solo, che avevo una settimana per cercare casa e che me la sarei fatta bastare. Restammo comunque in contatto, aggiornandoci di continuo sui nostri rispettivi progressi: io le raccontavo degli appartamenti che vedevo e lei della sua massacrante opera di arredamento della sua nuova casa. Era come parlare con una vecchia amica, con la differenza che noi non ci eravamo mai visti. Quando si dice “una persona alla mano”. Poi una sera decidemmo di incontrarci per una birra al “Salvador’s”, uno dei i locali più cool tra noi ricchi e fighi expats. La trovai alla fermata del bus a sgranocchiare semi di girasole. “Hey man!” mi salutò, “Want some?” Infilava almeno due o tre “fuck” in qualsiasi frase, e ad ogni pausa si voltava e sputava a terra le bucce dei semini. Stava letteralmente morendo di fame, così avrebbe ordinato un fottuto cheeseburger e si sarebbe scolata una fottuta birra. Lamentandosi per la fottuta assenza del fottuto cheese, divorò il suo fottuto panino in meno di cinque fottuti minuti, e non fece complimenti quando le offrii metà del mio sandwich che invece di cheese ne aveva anche troppo. Ricordo che chiacchierammo per una buona oretta, forse anche di più. Lei mi parlò del suo viaggio spirituale in Tailandia insieme al padre divorziato, del suo ex ragazzo tedesco, delle sue esperienze psichedeliche nella mitica Shanghai e della neve in Danimarca. Io le parlai del mio meno spirituale viaggio in Indonesia, della mia ex ragazza indonesiana, dell’hamburger di 500 grammi che avevo mangiato una volta a Roma, del sole di Napoli e del mare della Calabria. “Hey man” mi disse prima di congedarci, “venerdì prossimo organizzo un party per inaugurare la casa, ti aspetto.”
Ed eccomi qui, sera di venerdì 14 ottobre, affacciato al balcone di un bilocale al decimo piano di un enorme palazzo in un moderno complesso residenziale non troppo lontano dal centro, circondato da decine di ragazzi di tutto il mondo. C’è un ragazzo ungherese che ha visitato più città italiane di quante ne abbia mai viste io, una ragazza ucraina che non sopporta il freddo di Kunming e che inspiegabilmente si è portata appresso solo indumenti primaverili, un ragazzo olandese che dice di saper cucinare l’ossobuco, un silenzioso ragazzo russo alto più di due metri, una ragazza argentina che indossa sempre e solo abiti tradizionali cinesi, un ragazzo giapponese che conosce tutte le parolacce in dialetto napoletano, un ragazzo statunitense di soli 18 anni, una bellissima ragazza norvegese dai tratti somatici asiatici e tanti altri che probabilmente incontrerò all’università. E poi c’è Kirstine, che abbraccia e bacia affettuosamente tutti i suoi ospiti all’ingresso e mi ringrazia di cuore per aver portato un cavatappi. Dal balcone del suo bilocale si offre al mio sguardo la vista mozzafiato di una distesa interminabile di alti palazzi illuminati, e al di là di essi altri palazzi in costruzione.

"Sono un ragazzo fortunato perché mi hanno regalato un sogno"
(Lorenzo Cherubini)

martedì 11 ottobre 2011

Lista della Spesa

C’è un immagine che non riesco proprio a togliermi dagli occhi e dalla mente, sarà che in questi ultimi quattro giorni l’ho vista e rivista di continuo. Si tratta di una sorta di ritratto di famiglia: padre, madre e una piccola bambina, tutti e tre naturalmente cinesi. L’uomo guarda verso l’obiettivo, sorriso appena accennato, sguardo sicuro e camicia casual ben stirata addosso. Potrebbe benissimo essere un rampante manager di qualche grossa azienda cinese in odore di promozione, o un rispettato quadro di partito. Il sorriso della bambina è ovviamente più sgargiante ed al contempo innocente, esprime gioia e interesse verso il mondo. Finite le scuole, suo padre molto probabilmente la spedirà in California a studiare. Tornerà in patria con un Master in economia, un inglese perfetto e tanta voglia di sfondare. La madre, una donna di mezza età bella senza essere volgare o appariscente, scruta la sua creatura con ammirazione, piena di aspettative per il futuro ma molto serena per via della posizione sociale della sua famiglia.
E così mi tocca sorbirmi di nuovo questo patinato e stucchevole quadretto di famiglia: significa che anche oggi sono finito al Carrefour. Il quadretto, che in realtà è più una gigantografia su cui è impossibile non posare lo sguardo, si trova esattamente tra il primo piano, quello specificamente adibito a cibarie e beveraggi, e il secondo, quello in cui si vendono gli articoli più disparati (prodotti per bambini, cosmetici, libri, riviste, cd, dvd, vestiti, scarpe, pentolame vario, oggetti per la casa, attrezzi per il fitness, articoli sportivi, fai da te, fai per tre, dispositivi elettronici, biciclette, attrezzature per barbecue e ricevimenti, e probabilmente molto altro ancora). Chissà cosa pensano le famiglie mentre lentamente vanno su e giù per il tapis roulant con i loro carrelli traboccanti di cibo e si trovano davanti questo artificioso ritratto di felicità e benessere. Io penso solamente che sono finito di nuovo al Carrefour. E dire oggi ce l’avevo quasi fatta ad evitarlo. Come ogni mattina, dopo la colazione mi ero seduto ed avevo buttato giù la solita lista delle cose che mi servivano. Dunque: uova, fazzoletti, fototessere, portare a riparare le scarpe, pane, qualcosa da bere, biscotti, lampadina per l’abat-jour... i fazzoletti li ho segnati? Sì. Bene. Mi ero ripromesso di fare un giro di ricognizione nel quartiere e vedere se riuscivo a rimediare ogni cosa senza dover tornare in quella sorta di gallica prigione delle meraviglie che non ha sbarre ma da cui è pressoché impossibile fuggire. Ed ero convinto di avercela fatta, stavo per rincasare trionfante quando una parola di quattro lettere è riecheggiata nella mia mente come un oscuro e cavernoso presagio di sventura. P-A-N-E. È vero, questi non mangiano pane... loro solo riso. E ma a me il pane serve. Cioè senza pane non si canta messa. No pane no party. Meglio un tozzo di pane oggi ed uno anche domani. Dovevo rischiare. Sarei entrato in quel maledetto posto, testa bassa e passo svelto diretto verso il banco pane, avrei afferrato il bianco pane e sarei tornato indietro senza mai voltarmi. Com’è andata a finire? Beh, nella mia sporta figurano i seguenti articoli: un barattolo di fagioli pronti, un paio di guanti per lavare i piatti, un aggeggio per scacciare le zanzare con annessa ricarica, un altro barattolo di fagioli pronti, bagnoschiuma, sapone liquido, una scatola di formaggini (formaggini?!?), e in tutto ciò ancora non ho preso il pane... ma poi perché sto salendo al secondo piano? Potrei non uscirne più, potrei perdermi tra le pentole e gli sturalavandini, annegare tra i detersivi e soffocare tra i cuscini, per poi lasciarmi infine scivolare esanime sulle comode poltroncine che fanno i massaggi. In Cina Carrefour è stato traslitterato così: 家乐福 Jialefu, dove il primo carattere, jia, significa “casa”, il secondo, le, sta per “felicità”, ed il terzo, fu, è sinonimo di “fortuna” e “benessere”. Sarà anche vero che qui si trova veramente di tutto (per l’equivalente di 3 euro è possibile acquistare una squisita passata di pomodoro “Barilla”!), ma di quante delle cose che ho comprato in questi giorni avevo davvero bisogno? E qui in Cina come campavano le persone prima che arrivassero i prodotti di bellezza “Nivea”, o la cioccolata “Nestlè”, o le t-shirt “Nike”?  
Esco dalla gallica prigione con una certezza: qualsiasi cosa succeda, di qualsiasi cosa abbia bisogno, io qui non ci metto più piede per almeno set.. diciamo sei giorni. Facciamo cinque e non se ne parla più.
Dannazione ho scordato il pane. 

"Amate il pane: cuore della casa, profumo della mensa, gioia dei focolari; rispettate il pane: sudore della fronte, orgoglio del lavoro, poema di sacrificio; onorate il pane: gloria dei campi, fragranza della terra, festa della vita; non sciupate il pane: ricchezza della patria, il più soave dono di Dio, il più santo premio della fatica umana."
(Antico detto Popolare)

sabato 8 ottobre 2011

A casa di Nancy

“Sei sicuro di non essere arabo?” Nancy mi conosce solo da dieci minuti ma è già la terza volta che mi fa una domanda del genere. “Se vuoi ti mostro il passaporto” rispondo sorridendo. Vuoi vedere che non mi ricordo più da quale posto del mondo provengo... “Ma quindi non sai parlare arabo?” A stento conosco l’italiano, mi verrebbe da rispondere, ma taccio dignitosamente. Poi si passa alle questioni filosofico – esistenzialiste: “Che fai nella vita?”, “Perché sei qui?”, “Dove sei diretto?”, “Qual è esattamente il tuo scopo?” Riesco a schivare tutte le pallottole con agilità e prontezza di riflessi. Le parlo della mia tesi di laurea in storia imperiale, cercando di dare alla mia ricerca un ché di scientifico. Lei mi ascolta annuendo distrattamente, probabilmente non capisce un granché di quello che sto dicendo, e se ci capisce qualcosa probabilmente non gliene importa più di tanto. Sembra molto più interessata a capire se rischia o meno di mettersi in casa un occidentale buonoanulla/godereccio/ubriacone/squattrinato/insolvente/sciarmato. Già il fatto che sia un ragazzo non depone a mio favore, non in un appartamento come questo dove ogni cosa è al suo posto e si cammina in punta di piedi togliendosi le scarpe all’ingresso. Sfodero una dose eccezionale di simpatia e senso di responsabilità, perché in tre giorni questa è la cosa più vicina ad una casa che abbia visto e non ho intenzione di lasciarmela sfuggire. No, non tornerò a vagare per le strade di Kunming a caccia di camere in affitto per poi ritrovarmi a vedere appartamenti che sono solo soffitti, muri e pavimenti, che si trovano all’interno di fatiscenti palazzi di squallidi quartieri. Per questo tengo duro e mi mostro disponibile a soddisfare qualsivoglia curiosità di Nancy sul mio conto. Ma quando, piuttosto inaspettatamente, lei tocca il tema religione, sono già esausto e non ho la forza di mentire per fare bella figura, così rispondo laconicamente: “Sono cattolico ma non vado spesso in chiesa”. Lei sbarra gli occhi, come se avessi detto un’assurdità. Provo a spiegarle che si tratta di una pratica alquanto comune dalle mie parti. Lei fa finta di non sentire e rincara: “Da queste parti c’è una chiesa cattolica frequentata da stranieri, penso che potresti incontrare gente simpatica se ci vai ogni tanto”. Mi arrendo: “Sì, magari ogni tanto ci passerò”. La conversazione potrebbe concludersi qui, se non fosse che senza nemmeno rendermene conto mi trovo a chiederle di che religione sia lei. “I believe in Jesus” è la sua lapidaria risposta. Mah...
Comunque credo di aver superato il test. Quantomeno l’ho fatta ridere un paio di volte e sorridere altrettante, non che questo sia sempre un buon segno. Inoltre per la prima volta da quando sono qui sento qualcuno parlare una lingua che somiglia vagamente a quella che ho studiato in Italia. “Il tuo putonghua è perfetto, riesco quasi a capire quello che dici. Sei proprio di Kunming?” Lei scrolla le spalle. “Sono qui da dieci anni, quindi ormai sono di Kunming”. Non sembra voler aggiungere altro in proposito, così lascio cadere il discorso nel vuoto. Esco dall’appartamento di Nancy con le mie scarpe di nuovo ai piedi e con qualche domanda che mi frulla in testa, ad esempio quale sia il vero nome di Nancy e perché si faccia chiamare così, provando ad immaginare come potrebbe essere trascorrere sei mesi nella piccola ma ordinata cameretta di questo semplice ma accogliente appartamento insieme a Nancy, sua madre ed una ragazza neozelandese. Lungo il cortile che per il momento mi conduce fuori da questo moderno palazzo per famiglie, incontro lo sguardo incredulo di due bambini. Uno di loro punta il dito verso di me e urla: “Waiguoren, waiguoren!”. Straniero.

"Vogliamo entrare nella casa, ma stiamo fuori dalla chiesa"
(I Laganà - Gruppo ridicolo-demenziale calabrese)

venerdì 7 ottobre 2011

QUESTIONE DI FUSO

Queste ultime ore sono state per me molto simili ad un lungo sogno, uno di quelli in cui luoghi e persone dall’aria vagamente familiare si mischiano insieme senza alcuna logica apparente. Ancora adesso che mi trovo nella stanza 318 del delizioso hotel Camellia al centro di Kunming, c’è qualcosa che non mi torna. E’ cominciato tutto durante l’attesa del volo per Pechino, mentre mi trovavo nel pieno del proverbiale stordimento emotivo che precede ogni viaggio che si rispetti, specie quelli che con un ampio margine di approssimazione si potrebbero definire “esistenziali”. Poi è stato un lento susseguirsi di file e attese, metal detector e tapis roulant, controlli passaporto e carrelli cigolanti, poltroncine di aereo più o meno comode e quelle assolutamente scomode di aeroporto. La strana sensazione di non sapere esattamente che ore siano, né in quale punto del globo terrestre ci si trovi precisamente. Questione di fuso si direbbe. Beh sì, ma non solo quello.
Per me questo viaggio in Cina è un pò come tutte quelle cose che si aspettano a lungo: quando finalmente si realizzano ci si accorge di non essere sorpresi/estasiati/emozionati/incantati/piacevolmente intimoriti come si pensava. Ho passato così tanto tempo ad immaginare e progettare questo viaggio che adesso che ci sono dentro sul serio non so bene cosa stia provando, lo stordimento emotivo continua. Diceva un certo Oscar Wilde: “Ci sono due grandi tragedie nella vita: una è non ottenere quello che si vuole, l’altra è ottenerlo”. Bah... con tutto rispetto per Wilde, mi sembra una gran pippa mentale. O forse quella canaglia di un irlandese se la godeva troppo a prendere per i fondelli tutti quanti, e probabilmente ci aveva capito più di qualunque altro della vita. Mah sì, sarà il fuso. Inoltre non mi sdraiavo su un vero letto da due giorni: la cosa più vicina ad un letto che abbia visto nelle ultime 24 ore sono state le poltroncine di prima classe dell’aereo, e naturalmente le ho solo viste da lontano. In tutto ciò, le parole cinesi che ho pronunciato, male peraltro, da quando sono partito si contano sulle poche dita rimaste ad un maldestro fuochista. Mi avevano già parlato della “Maledizione del blocco cinese”, secondo la quale uno studente che approda per la prima volta in Cina, non importa per quanto tempo abbia studiato la lingua nel proprio Paese o se sia laureato o meno, apre la bocca per parlare e immediatamente si rende conto di non ricordarsi un accidente, o di non sapere un accidente; presta attenzione ad un annuncio all’aeroporto ma non afferra che qualche sparuta parola; si reca in un qualsiasi ristorante e rimane incantato davanti al menù per qualche ora, cercando di invano di riportare alla memoria la lezione del primo anno sulle specialità gastronomiche cinesi, dopodiché, esausto, indica uno a caso tra i piatti e dice, o pensa di dire, “il secondo”, ma subito dopo si ritrova davanti due ciotole identiche.
Dicono che la durata di questo morbo sia variabile e soggettiva, ma in genere dipende da alcuni fattori tra i quali: forza di volontà, predisposizione a bazzicare luoghi frequentati da cinesi piuttosto che da expats, essere disposti a ripetere qualcosa anche un centinaio di volte pur di farsi capire, essere disposti a far ripetere a qualcuno qualcosa anche un centinaio di volte pur di capire, e, non meno importante, tanta tanta forza di volontà.

“Io sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per diventare un professionista”
(dal film "La dolce vita")