lunedì 14 maggio 2012

Muovi il culo

Adesso che frequento i luoghi più cool di Kunming insieme al tarantino, tra feste in barca, concerti rock ed esposizioni di vini pregiati in lussuosi ristoranti, debbo cominciare a darmi un tono. Innanzitutto niente più t-shirt, bisogna tirare fuori le camicie. Bianche o nere a seconda della serata, messe in evidenza da una cintura sobria e raffinata. Ho anche chiuso con le scarpe da ginnastica: solo mocassini, scuri o beige. La barbetta la lascio crescere giusto un pò, perché non averne proprio mi farebbe sembrare un ragazzino privo d’esperienza ed averne troppa mi renderebbe trasandato. Ho cominciato anche ad usare creme per il viso, per le mani, per le gambe, per i piedi. Sì, ci sono anche creme per i piedi. E poi, appuntamento fisso dal parrucchiere di fiducia almeno una volta ogni quindici giorni per tenere a bada il mio ciuffo ribelle. I peli non ho avuto il coraggio di toccarli: sono ancora all’inizio della mia escalation estetica e devo andare per gradi. Inoltre da queste parti sono merce rara, quindi perché dovrei privarmene? C’è però una cosa che proprio non sopporto di me e di cui è arrivato il momento di sbarazzarsi. La panza. La panza è una caratteristica che distingue i Laganà da generazioni. Non importa quanto mangi o quale sia il tuo stile di vita: se sei un Laganà prima o poi avrai la panza. Per un pò di tempo la guarderai con sospetto, ne scruterai attentamente la rotondità, ne constaterai con orrore la consistenza molliccia. Finché un giorno la accetterai per quello che è: una parte di te. Una brutta parte di te, come le unghie sporche e incarnite, la forfora, i brufoli e il cerume delle orecchie, ma pur sempre una parte di te. Così smetterai di farci caso, la porterai a spasso come si fa con un animaletto domestico dall’aspetto raccapricciante. Col tempo imparerai persino a volerne bene, a guardarla con una punta di orgoglio, a darle un nome. Quello sarà l’inizio della fine. Di peggio c’è solo sollevarsi la maglia della salute sudaticcia lasciando la panza scoperta in un afoso giorno d’estate. Io per fortuna mi sono fermato al nome. L’avevo chiamata Roberta. Un bel nome, deciso e allo stesso tempo grazioso. Azzeccatissimo per una panza. Ma questo è stato prima della mia consacrazione ad emblema dell’inimitabile stile italiano nel mondo. Ora le cose sono cambiate e Roberta ha le ore contate. “Proprio così”, dissi un giorno guardandola dritta nell’ombelico, “abbiamo passato bei momenti insieme, ci siamo voluti bene, ci siamo dati tanto. Ma è finita. Capito? Finitaaaaaaaaa. E non cominciare a sudare che non mi impietosisci sai? Dai, non fare così. Meglio questo che la liposuzione, no?”
Tornare a calcare la soffice moquette di una palestra dopo mesi di pressoché totale inattività fisica è un passo importante nella vita di ognuno. La prima cosa da fare per evitare uno shock è procurarsi un amico/a fidato/a con cui fare il primo passo, quello forse più difficile: l’iscrizione. C’era solo una persona che sarebbe stata disposta ad accompagnarmi in questa folle impresa: Irene. Ci incontrammo una volta al Salvador’s e, davanti a due birre, stendemmo il nostro piano d’azione. “Questa qui ha anche la sauna”, “Troppo lontana, ce ne serve una al centro, facile da raggiungere per entrambi”, “Questa sembra carina, che ne pensi?”, “Non saprei, troppi feedback negativi. Dai un’occhiata a quest’altra: è al quinto piano e dai tapis-roulant si può vedere tutta Kunming”, “Negativo, non ce la possiamo permettere.” Andammo avanti così per ore, mentre le bottiglie di birra sul nostro tavolo si moltiplicavano a ritmo incessante. Quando le cameriere ci dissero che il locale stava per chiudere eravamo devastati e anche un pò sbronzi, ma con in mano la soluzione ai nostri problemi. Si chiamava “Palestra del Buon Mattino”, perché, come recitava uno slogan sul volantino, “la cura del proprio corpo comincia già dal mattino.” Ci andammo qualche giorno dopo, pronti a dare battaglia sul prezzo. Ci fecero fare un giro della palestra. Non era davvero niente male, con varie sale piene di attrezzi di ogni tipo. Anche i bagni parevano abbastanza puliti. Finita la visita, ci fecero accomodare su dei divanetti rossi e ci presentarono ad un uomo pelato in giacca e cravatta, probabilmente il manager. Un individuo che con l’Universo-palestra apparentemente non aveva nulla a che spartire: basso e tarchiato, con due lenti spesse come tappi di bottiglia, più che camminare sembrava strisciare, trascinandosi faticosamente tutto il peso del suo corpo abbandonato a sè stesso da tempo immemore. La sua prima offerta fu di 550 yuan a persona (circa 60 euro) per cinque mesi. Niente da fare. La contrattazione fu rapida e alla fine ci accordammo per 450 yuan. Non male. Avevo appena dichiarato guerra a Roberta.  
Sono passati tre mesi da quel giorno e la mia disputa con Roberta non si è ancora risolta a favore di nessuna delle due parti in campo, nel senso che lei proprio non ci sta ad andarsene e io non mi arrendo all’idea di tenermela. In compenso posso dire di saperne qualcosa di più su quel microcosmo che è la palestra in Cina, delle leggi che lo regolano e degli esseri che lo popolano. Dovete sapere che una palestra cinese in apparenza non ha niente di diverso da quelle in cui siamo abituati ad allenarci in Italia. C’è gente che corre sul tapis-roulant, chi fa la cyclette, chi allena gli addominali, chi pompa i bicipiti, chi segue lezioni di aerobica. Insomma, tutto normale si direbbe. Eppure trascorrendoci del tempo ci si sente come colti da una strana inquietudine che non si sa bene a cosa attribuire. Così ti guardi intorno aguzzando la vista e tendendo le orecchie. E di colpo cominci a notare tanti piccoli dettagli che semplicemente stonano con tutto il resto. È come un quadro che visto da lontano sembra impeccabile ma ti basta avvicinarti un pò per renderti conto che tutto è fuori posto: le persone hanno la testa alla rovescia, i pesci hanno le ali e fluttuano nell’aria, gli alberi assomigliano a ragnatele, il laghetto è una distesa di cemento grigio. La palestra cinese è come un dipinto di Dalì, la rappresentazione surrealistica di un sogno in cui ogni cosa non funziona come dovrebbe, non ha l’aspetto che dovrebbe avere.
Ho raccolto queste stranezze in quattro macro - categorie:
1 L’abito non fa il monaco. Chi l’ha detto che per fare attività fisica si debbano indossare indumenti comodi e che lascino traspirare la pelle? I cinesi hanno ribaltato le nostre superate concezioni riguardo l’abbigliamento sportivo. Si può benissimo sollevare pesi in jeans e canotta, o correre sul tapis – roulant in giacca e cravatta, o ancora andarsene di sala in sala con ai piedi sandali da spiaggia.
2 Hai voluto la cyclette? Ora pedala... più forte. In un Paese democratico una persona che si iscrive in palestra tecnicamente sarebbe libera di usare la cyclette come meglio crede. Ma qui siamo in Cina e non c’è spazio per alcuna forma di individualismo. Se hai voglia di pedalare un pò non hai altra scelta se non quella di partecipare ad una tremenda sessione di spinning. Un’altra di quelle cose che, insieme al Karaoke, i cinesi prendono inspiegabilmente sul serio. Ci vuole del fegato per entrare lì dentro, e non solo a causa dell’orribile musica techno che sparano a tutto volume, non solo per la totale mancanza di ossigeno. Ci vuole del fegato a trovarsi faccia a faccia con lei, l’istruttrice, metà donna e metà bicicletta. Una delle cinesi più cattive della storia con i suoi tatuaggi intimidatori, il suo volto perenemmente contratto in una smorfia di fatica e soddisfazione, le sue gambe marmoree, la sua voce acuta. A volte di notte mi sembra quasi di sentire le sue urla agghiaccianti. “Siete già stanchi?”
3 L’antica arte di impezzare. Chiamasi “impezzatore” quel cinese esterofilo e scassacazzo che non appena vede uno straniero vi si fionda incontro e comincia a dire sciocchezze in un inglese più che stentato. Gli impezzatori sono dappertutto: nelle discoteche, agli angoli delle strade, in fila alla posta, al ristorante. Naturalmente affollano anche le palestre. Uno di loro, successivamente ribattezzato “The Natural Born Impezzator” oppure semplicemente “Il Cretino”, l’abbiamo incontrato il primo giorno e da allora non ci ha mollati un attimo. L’ultima volta che l’abbiamo visto ci ha rivelato con orgoglio per nulla dissimulato che prossimamente si recherà a Chengdu, nel Sichuan, per richiedere il visto per gli Stati Uniti, e poi tutta vita in California. “Spero di non incontrare cinesi, altrimenti non posso migliorare il mio inglese. E spero anche di non incontrare giapponesi, altrimenti sicuramente cominceremo a litigare. Ora devo andare, è appena arrivato un mio amico americano.” Un altro impezzatore, poi rinominato “Il Pelofilo”, mi ha impezzato negli spogliatoi. “Quanti bei peli” mi ha sussurrato un giorno mentre mi asciugavo i capelli. “Alle ragazze piacciono, e anche a me.” Poi è rimasto a fissarmi con occhi colmi di desiderio. “Il Panda” è un ragazzo grassottello che viene dal Sichuan. Non appena ha visto Irene se ne è invaghito e ha provato ad impezzarla con la tenacia fastidiosa di un cagnolino che ti si attacca alla gamba e non ha intenzione di mollare la presa. “Voi due siete sposati?” ci ha chiesto un giorno. Io e Irene ci siamo guardati negli occhi, poi io ho detto: “Sì, e abbiamo anche due figli, perciò smamma.”            
4 Altri mondi. Davanti alla sala degli attrezzi c’è una vetrata che separa due mondi che forse non si incontreranno mai. Da una parte una mandria di uomini sudati e puzzolenti e dall’altra una sfilata di meravigliose pulzelle che si appendono ad un palo e girano vorticosamente, mettendo in mostra cosce sode e curve mozzafiato. Come queste incantevoli creature siano finite lì dentro, resta un mistero. A volte indugio per qualche istante davanti alla vetrata, chiedendomi se non sia tutta una colossale allucinazione collettiva, un miraggio causato dall’elevato tasso di testosterone che normalmente si registra in una palestra. Se così fosse, ad uscire da quella porta non saranno stupende e sensuali cinesine di vent’anni, ma donne di mezza età dall’aria sfatta e dal fisico cadente.
E allora mi allontano velocemente dalla vetrata e lascio che l’illusione continui l’indomani alla stessa ora.   

Non sono un atleta. Ho cattivi riflessi. Una volta sono stato investito da un’auto spinta da due tizi. (Woody Allen)


martedì 8 maggio 2012

Olive

Ho sempre pensato alla Nuova Zelanda come uno di quei posti ai confini del mondo, lontani anni luce da quello a cui siamo abituati. Lande desolate abitate solo da pastori e dai loro greggi, mastodontici maori che corrono reggendo tra le mani una palla ovale, fattorie sconfinate, avvincenti regate, una non sempre facile convivenza tra i “bianchi” e gli “indigeni”. E forse la Nuova Zelanda è anche questo. Di certo è molto di più. Olive viene proprio da quelle parti. Quando sono arrivato a casa di Nancy, lei era qui da quasi un anno. Nel primo mese di “convivenza” parlammo sì e no un paio di volte. A quei tempi trascorrevo la maggior parte del mio tempo a scuola e nella mia camera a trascrivere ossessivamente caratteri cinesi che adesso non ricordo quasi più. Attraverso la porta chiusa la sentivo muoversi da una parte all’altra dell’appartamento, aprire cassetti, affettare carote, riempire e svuotare la lavatrice. Insegnava inglese in una scuola privata, una di quelle in cui figli di papà cinesi si preparavano ad un periodo di studio all’estero. Usciva la mattina abbastanza presto e rincasava solo la sera, con in mano bustoni pieni di cibo. Poi, in preda ad una stanchezza insostenibile, prendeva a “seminare” tutti i suoi oggetti per la casa: bollitori, piatti, vestiti, pentole, tazze. Come facesse a ritrovarli il giorno dopo, per me era un mistero. A volte la trovavo sul divano, la faccia incollata al suo MAC e di fianco a lei una ciotola di qualcosa che di punto in bianco aveva smesso di mangiare per chissà quale ragione. Ricordo quella sua espressione, così concentrata su ciò che stava facendo da dimenticarsi di tutto il resto. Avrei potuto mettermi a ballare seminudo davanti a lei e probabilmente non si sarebbe accorta di niente. Poi di colpo ritornava sulla terra, i suoi occhi si riaccendevano e mettevano a fuoco la realtà intorno a lei. Ma tra il mondo reale e quello suo immaginario sembrava propendere nettamente per il secondo. Questo di certo non facilitava la nostra comunicazione, che si limitava ad un “Hey” quando ci incontravamo la mattina in cucina e ad un altro “Hey” alla sera, prima o dopo cena. Stavo quasi per rassegnarmi ad un tipo di rapporto freddo e distaccato, quando un giorno sentii bussare alla porta della mia camera. Era Olive. “Ti disturbo?” Si era messa quella maglietta a strisce orizzontali bianche e rosse che le dava un’aria da teenager, nonostante avesse suppergiù la mia età. I capelli lunghi e castani erano raccolti in una crocchia da un fermaglio a forma di farfalla. Sarebbe potuta essere una bella ragazza, ma, volutamente o no, si accontentava di essere solamente graziosa. Scossi la testa e dissi di no, che non mi disturbava affatto. “C’è una cosa che ho assolutamente bisogno di dire a qualcuno. Nancy non c’è, quindi, se non ti spiace, la dico a te.” Cominciai a preoccuparmi e la invitai garbatamente a sputare il maledetto rospo. “Beh sai, volevo dirti che... insomma, per farla breve, si sono appena conclusi i mondiali di rugby e indovina chi ha vinto? La Nuova Zelanda! Abbiamo vinto i mondiali di rugby.” Rimasi per un attimo interdetto, chiedendomi se avessi capito bene. “Non è fantastico?” aggiunse lei. Allora faceva sul serio. Le diedi il cinque, cercando di essere più convincente possibile. Le dissi che ero molto felice per lei e per il suo Paese ma che il rugby non era proprio il mio sport. “Nemmeno il mio” rispose, prima di fare dietro-front e tornarsene in camera sua, lasciandomi sulla porta più confuso che persuaso. Per un pò di tempo pensai che si fosse trattato di un episodio isolato, che il nostro rapporto non si sarebbe evoluto più di tanto. Lei continuava ad oscillare tra le sue due dimensioni, quella reale e quella immaginaria. Era come se di tanto in tanto si prendesse una piccola vacanza dalla realtà e in quei momenti Dio solo sapeva in quali strani mondi si andasse a cacciare. Di fatto, con mia grande sorpresa, cominciammo a parlare sempre più spesso. Di cinema, soprattutto, che era l’ambito a cui aveva dedicato i suoi studi universitari in Nuova Zelanda. Avevamo più o meno gli stessi gusti, entrambi andavamo pazzi per “The Truman Show”. Un film che, guardato un pò meno superficialmente, parla essenzialmente del bisogno di ognuno di scoprire cosa si nasconda oltre l’orizzonte, di capire quanto ci sia di vero e quanto di inventato nella propria vita. Lo riguardammo insieme una sera, dopo un bel piatto di spaghetti. Sui titoli di coda lei si alzò di scatto e si diresse in cucina. “Mi è venuta voglia di fare un dolce, è passato troppo tempo dall’ultima volta che ne ho fatto uno” disse rovistando nel frigorifero. Da quel giorno cominciò ad impastare torte e ciambelle sempre più frequentemente e in breve il suo hobby si trasformò in una sorta di dolce ossessione al sapor di cannella. Preparò torte al cioccolato, all’arancia, al limone, mousse, tiramisù, biscotti. Una sera fu in grado di farne addirittura tre una dopo l’altra. “Una è per noi, le altre due le porto in chiesa.” Ci andava ogni domenica, faceva anche parte del coro. Una volta mi chiese se volessi andarci con lei. Le spiegai che il mio rapporto con la religione aveva vissuto fasi alterne, che l’educazione cattolica ricevuta paradossalmente mi aveva impedito di scoprire e vivere una mia personale spiritualità. Le raccontai di come avessi più volte creduto e sperato di trovare nella religione delle risposte, delle soluzioni. Ma non era servito a niente, così avevo cominciato a guardare dentro me stesso piuttosto che al di fuori. Olive mi osservò con attenzione, come se stesse cercando di trovare qualcosa nella profondità dei miei occhi. “E’ perchè ancora non hai fatto esperienza di Gesù, è una cosa che bisogna vivere personalmente. È diverso per ognuno, nessuno te lo può raccontare” disse. Le chiesi se a lei fosse capitato, e, se sì, cosa fosse accaduto di preciso. Mi raccontò che a 15 anni aveva vissuto una profonda crisi di fede. “D’un tratto decisi che non volevo e non potevo più credere a tutto quello a cui i miei genitori mi avevano obbligata a credere fin da piccola. Cominciai a frequentare brutte compagnie, smisi di andare in chiesa la domenica.” I suoi genitori non si rassegnarono all’idea che la più piccola delle loro tre figlie si allontanasse dalla strada che avevano predisposto per lei. “Mi portarono in un’isola delle Hawaii dove si teneva un programma religioso di un paio di mesi, uno di quelli in cui ti fanno pregare tutto il giorno, si organizzano letture di gruppo della Bibbia e cose del genere.” Incontrò altre ragazzine che, esattamente come lei, erano state mandate lì per tornare sulla retta via. Molte di loro si rimisero in riga nel giro di poche settimane, oppure semplicemente fingevano bene. Anche Olive sapeva fingere: partecipava a tutti gli incontri, non saltava le preghiere mattutine, in chiesa sedeva sempre nelle prime file. Poi un giorno conobbe una ragazzina americana poco più grande di lei. “Avresti dovuto vederla: in presenza degli adulti teneva un contegno degno di una principessina, ma quando finivano gli incontri si trasformava. Quasi ogni sera, quando si spegnevano le luci nella camerata, spalancava la finestra e si calava giù, per tornare solo la mattina successiva senza rivelare a nessuno dove avesse passato la notte. Una volta mi chiese di andare con lei ma io rifiutai.” Non passò molto tempo, tuttavia, prima che Olive si facesse coinvolgere in una delle bravate della ragazzina americana. Un pomeriggio, dopo la messa, andarono insieme in un negozio di abbigliamento. “Prima di entrare nel camerino mi chiese di stare lì di guardia e non fare avvicinare nessuno. Uscì poco dopo con gli stessi vestiti che indossava prima di entrare, mostrandomi con orgoglio il suo zainetto pieno di indumenti che stava per portare via senza pagare. Ora tocca a te, mi disse. Non so esattamente cosa scattò nella mia testa. Forse non volevo passare per una cagasotto, forse volevo solo vedere ciò che si provava. Sta di fatto che lo feci: rubai due gonne e una camicetta.” Passarono alcuni giorni e il senso di colpa tormentava la giovane Olive sempre più. La ragazzina americana sfoggiava senza pudore i capi che aveva rubato, mentre lei non aveva nemmeno il coraggio di guardarli. Per un pò cercò di dimenticare la cosa, di lasciarsela scivolare addosso. Ma il peso di quello che aveva fatto era troppo gravoso, così un giorno decise di raccontare tutto ai suoi genitori. Suo padre la ascoltò in silenzio, infine disse: “Questa storia dimostra che, nonostante abbia ceduto alle tentazioni del Demonio, il tuo cuore è ancora puro. Ma hai commesso un errore ed è giusto che paghi per questo.” La obbligò a tornare al negozio, ammettere la sua colpa e prepararsi ad espiarla. “Per me fu una delle cose più difficili che mi fossi mai trovata a dover fare. Al solo pensiero mi sentivo invadere da un senso di vergogna mai provato prima.” Olive tornò al negozio la mattina successiva e restituì i vestiti rubati. Il proprietario le strappò di mano i capi e l’avvertì che avrebbe chiamato la polizia se solo l’avesse vista rimettere piede lì dentro. Intanto il programma volgeva al termine e Olive piombò in una cupa disperazione. Aveva coperto sè stessa e la sua famiglia di imbarazzo e non si sentiva affatto rinnovata nello spirito, tutt’altro. “L’ultima sera eravamo tutti in chiesa a cantare come al solito. Io muovevo le labbra senza emettere alcun suono. Mio padre non mi parlava da diversi giorni, non mi aveva ancora perdonata. Mia madre non mi perdeva mai di vista, mi seguiva persino in bagno per paura che rubassi il sapone. Ad un certo punto successe qualcosa. Avvertii una specie di calore sulla pelle, come se improvvisamente fosse spuntato il sole. Mi guardai le mani. Erano come ricoperte da piccoli puntini luminosi. I puntini si fecero sempre più numerosi e luccicanti e poi cominciarono ad estendersi alle braccia, al busto e alle gambe. In un attimo ne ero completamente ricoperta. Sollevai la testa, mentre calde lacrime mi rigavano il viso, e mi accorsi che la stessa cosa stava succedendo a tutti gli altri. Le persone si osservavano incredule le mani e le braccia cosparse di un luce che di naturale aveva ben poco. Alcuni piangevano forte, altri si gettavano a terra urlando di gioia, altri ancora continuavano a cantare con maggior vigore. Andò avanti così per un paio di minuti, poi la musica cessò di colpo e la luce misteriosa sparì. Allora ci prendemmo tutti per mano e uscimmo dalla chiesa in silenzio. Questa è la storia di come ho conosciuto Gesù. Spero di non averti annoiato o spaventato.”

C’è stato un tempo della mia vita in cui avevo smesso di usare l’immaginazione, in cui avevo lasciato che la mia testa prendesse il sopravvento, escludendo il cuore da tutte le mie decisioni. Non so perchè sia successo, forse credevo non esistesse altro modo per capire quanto ci fosse di vero e quanto di inventato nella mia strana esistenza fatta di orizzonti di cartongesso e comparse senza importanza. Quando Olive mi raccontò questa storia, fortunatamente, quel periodo era già finito o si avviava alla conclusione. La ascoltai attentamente senza perdermi un solo dettaglio e, cosa più importante, senza pensare nemmeno una volta: “Questa è proprio pazza.” E alla fine quei piccoli puntini luminosi quasi li vedevo sulla mia pelle, quel calore di cui parlava quasi me lo sentivo addosso. No, quel giorno non incontrai Gesù, la mia fede da tempo assopita non si risvegliò miracolosamente. In compenso, e non è certo poco, feci veramente esperienza di una ragazza della mia età che veniva da un posto lontano, ai confini del mondo si direbbe, dove il numero delle pecore è dieci volte superiore a quello degli esseri umani e mastodontici maori corrono reggendo tra le mani una palla ovale.


"In case I don't see ya, good afternoon, good evening and good night"
(dal film "The Truman Show")