domenica 2 dicembre 2012

Made in Italy – ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare i funghi



Quando, una decina di minuti fa più o meno, mi sono sdraiato sul letto ed ho acceso il computer, avevo preso una decisione su come agire. Almeno così pensavo. Avevo scrutato la mia faccia riflessa sullo schermo nero e, come davanti ad uno specchio, le avevo intimato: “Adesso calmati, prendi un bel respiro, e cerca di dimenticarti di quello che è successo oggi. Ecco cosa farai: lascerai scemare la rabbia e scriverai solo di cose belle. Quando deciderai di raccontare questa faccenda, lo farai in maniera più distaccata, adoperando il sarcasmo come un’affilata lama che tutto trafigge. Uscire di scena con stile insomma, senza concedere niente al tuo avversario, senza alimentare il suo ego facendogli sentire che ti ha colpito in basso, dove fa più male.” E probabilmente sarebbe stata la scelta più saggia. Ma, quando sullo schermo del pc è comparsa l’immagine di un veliero e le icone sono cominciate a spuntare una ad una, un dubbio mi ha assalito: e se domani non me ne importasse più nulla? Se di punto in bianco decidessi che non vale la pena sprecare altro tempo ed altre energie per questa storia? Quella sì che sarebbe una bella sconfitta, per almeno 2 motivi:
1)      Lascerei che una faccenda così deprecabile e sporca passasse sotto silenzio, proprio come le altre innumerevoli vicende di questo tipo.
2)      Correrei il serio rischio di smetterla di indignarmi per cose come questa, pian piano comincerei ad accettare supinamente le ingiustizie senza nemmeno provare a far valere le mie ragioni.
Mi sono subito sembrati due motivi più che ragionevoli per cambiare idea in corsa sull’argomento da trattare in questo post.

Oggi vi parlerò dei Signori dei Funghi. I Signori dei Funghi sono tanti: si dice siano in 8, ma esistono varie teorie al riguardo. Come suggerisce il loro nome, si occupano di funghi, secchi e congelati principalmente. Passano la loro vita a viaggiare per il mondo alla ricerca di luoghi pieni di funghi, in modo da farne incetta e inviarne grossi container nella loro terra d’origine, il Regno del Nord (“dove si lavora, si guadagna e si magna”). È qui che sorge il loro quartier generale, nonchè la base da dove i funghi vengono poi venduti. È questo, a grandi linee, il modo in cui i Signori dei Funghi si guadagnano da vivere. Un mestiere onorevole, non si può dire che non si diano da fare in fondo.
Un po’ di anni fa i Signori dei Funghi approdarono in Cina, e precisamente a Kunming. Constatate immediatamente la bontà e la convenienza dei prodotti locali, si fecero i loro bei calcoli da Signori dei Funghi e alla fine decisero che le basi per iniziare un bel business anche in questa parte del mondo c’erano tutte. Ma presto i Signori dei Funghi si accorsero che le potenzialità di questo nuovo paese andavano ben oltre le loro più rosee aspettative. Un problema di non poco conto si presentò allora dinanzi i loro occhi: chi sarebbe rimasto in Cina a far filare l’attività? Loro di certo no. E non solo perchè non parlavano nemmeno una lingua straniera (nel Regno del Nord avevano passato anni interi a pensare a come vendere più funghi possibili, così non era loro rimasto il tempo sufficiente per dedicarsi allo studio), o perchè non avrebbero mai potuto adattarsi allo stile di vita cinese o ai piatti locali. Molto più banalmente, non avevano alcun interesse nel rimanere in un posto di cui non conoscevano quasi nulla, di cui non avevano letto che una manciata di dati economici e legali, in mezzo a gente che non li capiva e che loro non capivano. Loro in fondo erano lì per i funghi, il resto contava poco.
Si impose allora la necessità di fare in modo che qualcuno si assumesse l’onere di restare in quel luogo pieno di funghi al posto loro, svolgendo tutte le mansioni che avrebbero permesso di inviare quanti più container nel Regno del Nord. Una persona di cui fidarsi ciecamente, che sarebbe divenuta un loro prolungamento. A migliaia di chilometri di distanza, avrebbero visto attraverso i suoi occhi e parlato attraverso la sua bocca. Ed è qui che entra in scena un nuovo personaggio: la Dama Sicula.
Si sono dette e si dicono tuttora molte cose su questa fanciulla. Per alcuni è una creatura intrigante, per altri è da evitare come la peste. Che piaccia o meno, la Dama Sicula ha sempre fatto molto parlare di sè in questo paesone che è Kunming. Personalmente nei suoi confronti ho sempre nutrito una certa ammirazione mista ad una piccola dose di diffidenza e sospetto. Qualcuno direbbe che delle donne affascinanti e un po’ arriviste non ci si può mai fidare fino in fondo, ma forse è solo un problema di alcuni maschietti terrorizzati dal confronto con individui di sesso femminile che mostrano doti fuori dal comune.   
Ad ogni modo, la Dama Sicula riuscì in un modo o nell’altro a conquistarsi la fiducia dei Signori dei Funghi e, circa tre anni fa, entrò ufficialmente al loro servizio.
Ah, quanti in questi anni sono letteralmente caduti ai suoi piedi. Tra i suoi pretendenti, il più indomito e tenace era senz’altro un ragazzone messicano dallo sguardo sincero. Un cuoco che le fece una corte spietata per due anni. Sviolinate, regali, pedinamenti notturni, scenate di gelosia. Ma la Dama, forse anche per non uscire dal personaggio, faceva ogni volta un cauto passettino in avanti per poi ritrarsi immediatamente a schivare il colpo. Il messicano non era però tipo da arrendersi così facilmente, e, proprio quando ormai nessuno avrebbe più puntato un centesimo su di lui, portò a casa la partita. 
A pensarci bene, per me tutta questa faccenda è cominciata proprio così. Se solo la Dama Sicula non avesse mai ceduto, se solo la natura non avesse fatto il suo corso e lei non si fosse trovata in compagnia di una creaturina che le stava crescendo dentro... Se tutto ciò non fosse successo probabilmente non avrei mai avuto a che fare con i Signori dei Funghi. E sarebbe stato senz’altro un bene.
Quando all’interno della piccola comunità italiana di Kunming si sparse la voce che la Dama Sicula aspettava un bambino e che presto si sarebbe trasferita in Messico con il suo futuro marito per partorire, in molti andarono personalmente a congratularsi con lei e, già che c’erano, le chiesero, così giusto per sapere, chi avrebbe preso il suo posto al servizio dei Signori dei Funghi. Sempre già che c’erano, le lasciarono anche un CV, perchè non si sa mai. Niente di tutto questo mi passò per la testa: nè congratularmi con lei, nè tantomeno chiedere se avesse un lavoro per me. Fu lei a farmi la proposta. Ancora oggi non mi è molto chiaro il motivo. Forse per far dispetto a tutti quegli ipocriti che improvvisamente erano così interessati alla sua vita privata.

Le regole di un colloquio di lavoro sono molto chiare e, come accade per molte altre cose, si imparano con un po’ di esperienza. Partiamo dal presupposto che il CV serve a poco. La persona che sta dall’altra parte della scrivania spesso non ha nemmeno il tempo di sfogliarlo, o semplicemente preferisce affidarsi all’istinto. Ora, chi viene esaminato ha più o meno 15 minuti per convincere il potenziale datore di lavoro che l’azienda avrebbe bisogno di lui, che il suo apporto sarebbe determinante. Alcuni utilizzano questo tempo per fare un elenco di tutte, ma proprio tutte, le loro esperienze lavorative, limitandosi a recitare i contenuti del loro CV a mò di Ave Maria. Io naturalmente mi guardo bene dal seguire questa strategia suicida, e non solo perchè mi ci vorrebbero meno di tre minuti per fare un elenco completo di tutti i lavori che ho fatto nella mia vita. Affronto il colloquio come ai tempi dell’università, quando all’esame non era tanto importante avere chiare tutte le nozioni. Quello che contava era trasmettere determinate sensazioni, convincere i professori che ti eri davvero divertito a studiare la loro materia (e magari utilizzando i loro libri) e che ti sentivi enormemente arricchito dopo averlo fatto. Il potenziale datore di lavoro non sarà mai in grado di capire se sei davvero adatto al lavoro in 15 minuti, così come un professore, nello stesso arco di tempo, non potrà mai decidere se sei padrone della disciplina o meno. Il colluquio si chiude quasi sempre con la proposta monetaria dell’esaminato e l’eventuale controproposta dell’esaminando.
Oggi mi sono presentato al cospetto di tre Signori dei Funghi e della Dama Sicula forte di queste convinzioni. Non avevo però considerato che una strategia del genere probabilmente funzionarebbe per un lavoro ordinario, ma con i Signori dei Funghi è completamente un’altra storia. Si gioca secondo tutt’altre regole, che qualcuno definirebbe ingiuste e umilianti per chi si presenta al colloquio. Ad esempio, qualcuno si sentirebbe umiliato se, entrato nell’ufficio, uno dei tre Signori dei Funghi gli passasse davanti senza nemmeno un cenno di saluto o una stretta di mano e poi, per tutta la durata del colloquio, non si degnasse di guardarlo negli occhi nemmeno una volta. Qualcuno si sentirebbe umiliato se, mentre espone delle richieste economiche più che ragionevoli, un altro Signore dei Funghi (anzi una Signora per l’estattezza, anzi la figlia di uno dei Signori per l’esattezza) accanto a lui scuotesse la testa vistosamente e ridesse sotto i baffi come a dire: “Cos’è che vuoi te?” (con accento del Regno del Nord ovviamente). Qualcuno si sentirebbe umiliato, e anche preso per i fondelli, se il compenso che gli venisse offerto per fare da interprete in Cina a persone che parlano due parole di cinese ed una di inglese fosse di 25 euro a giornata (10 ore di lavoro in media; un interprete professionista guadagna non meno di 150 euro al giorno). Se poi questo qualcuno non fosse proprio uno scemo qualsiasi (Laurea Magistrale, esperienza di lavoro di un anno in Cina), e soprattutto se dovesse lavorare senza uno straccio di contratto, di visto lavorativo e assicurazione sanitaria (rischiando nella migliore delle ipotesi di essere rispedito al casa al primo controllo), allora avrebbe tutti i motivi di questo mondo per sentirsi umiliato e anche molto incazzato.
Ma io no, figuriamoci se mi incazzo con i Signori dei Funghi. In fondo li capisco benissimo: loro si sono fatti un culo della Madonna (anzi della Madonnina) per mettere in piedi un impero simile. Avranno pure loro il diritto a difendere i propri interessi no? Del resto c’è la crisi dappertutto no? Bisogna stringere la cinghia. Ho deciso: li chiamo e, scusandomi per l’insolenza con la quale ho esercitato le mie assurde richieste, potrei proporre loro di lavorare per una scodella di riso al giorno. Quella di ferro. Proprio come ai tempi di Mao.    

Fanculo a te, sei troppo un cesso e tua mamma gonfia banane giganti, a mazzi da sei (Elio e le Storie Tese)

lunedì 8 ottobre 2012

Fagioli Western



Partiamo dal presupposto che i bacarozzi, o scarrafoni o blatte a seconda dei luoghi, non piacciono a nessuno. Anche quelli che si professano “naturisti” o amanti di tutti gli animali indistintamente, nel vedere questi esserini pelosi e scuri zampettare freneticamente da un angolo all’altro della stanza prima di sparire dietro qualche mobile, non possono trattenere un moto di ribrezzo. Personalmente li trovo moderatamente schifosi, ma nel vederli non faccio nessuna sceneggiata, non provo nemmeno ad eliminarli, cerco solo di tenermi più lontano possibile e pensare ad altro. C’è invece una persona che ha dichiarato guerra all’intera categoria da tempo immemore. Non ho mai visto nessuno provare un odio così sconsiderato nei confronti di un altro essere vivente. Se potesse, Eddy (questo è il nome della persona in questione), dedicherebbe la sua intera vita a sterminare tutti gli scarrafoni che incontrerebbe lungo la sua strada, li cercherebbe senza posa, li stanerebbe uno per uno e poi godrebbe nel guardarli morire nei modi più strazianti. Peccato che uccidere i bacarozzi non sia (ancora) un lavoro retribuito, e in questo momento Eddy ha un estremo bisogno di liquidità. Già perchè i matrimoni costano, specialmente quando decidi che vuoi portare all’altare una fanciulla cinese proveniente da una famiglia cosiddetta tradizionale. Quand’è così ti toccano un bel po’ di scocciature, tipo farti vedere al villaggio almeno una volta ogni 3 mesi e, tra un abbondante pasto ed un altro, cercare di convincere i genitori della tua futura moglie che non sta per abbattersi una maledizione sulla loro intera famiglia perchè la loro innocente figlioletta ha deciso di vendere l’anima ad un diavolo occidentale. Tipo aspettare mesi prima di fissare la data delle nozze perchè lo zio/sciamano, dopo numerosi e complicati calcoli astrali, non è ancora riuscito trovare il giorno più propizio affinchè l’unione sia benedetta dal Cielo. E poi c’è la questione del “riscatto”: una somma di denaro più o meno consistente che il marito deve versare nelle casse della famiglia come risarcimento per aver loro sottratto un paio di braccia che in campagna sarebbero potute tornare utili. Roba d’altri tempi, direbbe qualcuno. Evidentemente da queste parti quei tempi non sono ancora passati, e chissà quanto altro ancora ci vorrà. Tutti coloro che stanno pensando di farsi una famiglia in Cina sono avvisati. Insomma, pare proprio che Eddy dovrà continuare a fare il manager ancora per un po’. Lui che, ai tempi dell’università, portava sempre una bottiglia di vino a lezione di cinese e ne offriva un sorso al mitico Professor Casacchia, quello del vocabolario. Lui che è arrivato qui a Kunming con Lucio quando questa città non era quel dedalo di grattacieli che sta diventando, quando aveva ancora un senso chiamarla “Città dell’Eterna Primavera.” Sembra passata una vita, in realtà era solo il 2004. “A quei tempi era tutta un’altra cosa” mi racconta ogni tanto con gli occhi lucidi. “Non bisognava iscriversi ad una cazzo di scuola per prendere il visto, bastava andare ad Hong Kong. Ti sparavi 25 ore di treno all’andata e 25 al ritorno, pagavi e ti rinnovavano il visto per altri 6 mesi. Poi tornavamo a Kunming e ricominciavamo a distruggerci tutte le sere.” Avevano assunto un insegnante privata e facevano lezione la sera al “The Box” davanti ad un bel po’ di birre. Di affitto pagavano 40 euro ciascuno al mese per un appartamento più che dignitoso. Una ciotola piccola di spaghetti costava 30 centesimi di euro, quella grande 50. E poi c’erano gli Smegma Riot. “Suonavamo parecchio allora, quasi tutti i week end. A Kunming ci amavano. Ci amano ancora. Ogni volta che ci riuniamo facciamo il botto.” Per capire quanto questo progetto sia importante per lui, adesso come un tempo, basta salire al primo piano dell’appartamento dove da 4 anni vive con Mao Mao, quella che tra qualche mese, a meno di cataclismi, diventerà sua moglie. Le pareti sono tappezzate di poster di concerti e serate in bar di Kunming che adesso hanno chiuso e di foto di Lucio e degli altri. Sulla scrivania si intravedono, tra grovigli di fili, un microfono e un paio di cuffie. La prima volta che sono stato qui, Eddy ha cucinato la sua specialità: la fagiolata. Tre tipi diversi di fagioli, pomodorini freschi e una succulenta carne di maiale che, dopo una cottura che assomiglia ad un parto, si amalgamano insieme creando qualcosa che ha del sovrannaturale. Dopo averne divorato un’intera padella ed esserci scolati una bottiglia di vino, abbiamo messo su un film di Sergio Leone e ci siamo accasciati sul divano. Allora non potevo immaginare che questa sarebbe diventata anche la mia casa e che la Serata Western si sarebbe trasformata in una piacevole tradizione da ripetere almeno una volta al mese. È andata più o meno così: un giorno, stanco delle stramberie di Nancy e Olive, ho chiesto ad Eddy di affittarmi temporaneamente la mansarda in modo da poter trovare un’altra sistemazione con calma. Quattro mesi dopo sono ancora qui, in questo appartamento al dodicesimo piano con una enorme terrazza piena di fiori dalla quale si può ammirare quel che resta della “Città dell’Eterna Primavera.” Nel tempio sacro degli Smegma Riot. E più passa il tempo e più mi sembra impossibile che un giorno non troppo lontano dovrò smettere di rimandare il mio trasloco e andarmene sul serio, lasciando Eddy alla sua vita di marito e di manager.   

When a man with a 45 meets a man with a rifle, the man with a pistol will be a dead man  (dal film "A Fistful of Dollars")

lunedì 17 settembre 2012

1/4 di vita

Esattamente un anno fa mi trovavo nella stessa posizione in cui sono adesso: steso a pancia in giu su un letto con davanti un computer. Stavo scrivendo il primo post di questo blog. Di quello che sarebbe successo di lì a poco, nemmeno la minima idea. Poi l’accelerazione improvvisa, di quelle da mal di testa. Volo-fuso-università-nancy-polacchi-esami-natale-capodanno-michela-giovanna-risaie-capodannocinese-tarantino-irene-movida-puzhehei-boatparty-marmocchi.
Un intero anno della tua vita che se ne va così, con una fretta inaudita, senza lasciare spiegazioni, apparentemente senza alcun perchè. Altro che giro di giostra, come direbbe Terzani, questo è più un tiro di schioppo che ti scaglia lontanissimo nel giro di qualche secondo. Perlomeno, hai l’impressione che sia solo qualche secondo. Sì perchè, quando riapri gli occhi e ti fai due calcoli, capisci che, oltre ad essere finito dall’altra parte del mondo, è passato anche un bel po’ di tempo da quando hai deciso, chissà poi per quale motivo, di farti sparare via. In fondo non è così difficile, basta solo un pò di sana disperazione/follia. Molto più arduo, se non impossibile, è fare il percorso a ritroso, tornare da dove si è partiti. Siamo cartucce fumanti da queste parti, ci siamo talmente abituati a muoverci alla velocità della luce che fermarsi, o anche solo rallentare, sarebbe un po’ come morire. D’altra parte, continuando a viaggiare a questi ritmi vorticosi, la prossima volta che mi stenderò a pancia in giu su un letto con davanti un computer, realizzerò che sarà passato un altro anno.
E allora che fare? È proprio questo, signori e signore, il nocciolo della questione. Come riuscire a fermarsi giusto un attimo prima di prendere fuoco? E una volta fermi, da che parte andare?
Ne ho parlato col tarantino qualche sera fa, se non ricordo male proprio il giorno del mio ventiseiesimo compleanno, davanti a un po’ di birre. Il mitico John Nevada aveva appena smesso la chitarra dopo l’ennesimo strepitoso concerto, e noi ce ne stavamo lì a finire le nostre birre e guardare le persone andare via. Ho detto al tarantino, o forse lui lo ha detto a me, che la Cina ci ha cambiati profondamente, e probabilmente per sempre. O meglio: ha scavato dentro di noi come una potente trivella che penetra luoghi sconosciuti persino a noi stessi e libera strane energie primordiali. Certo, era pur sempre uno di quei discorsi astratti che si fanno alla fine di una festa e dopo aver ingollato vari litri di alcol, ma tuttora sono convinto della sua ragionevolezza.
Se potessi, lo spiegherei a mia madre e a tutte le altre persone che mi chiedono cosa ci faccia ancora qui. Dovrei scegliere le parole giuste, dosare il tono, portare più di un argomento a sostegno della mia tesi. E alla fine non è detto che capiscano. Sarebbe come parlare attraverso un vetro spesso e appannato, o come cercare di rivelare un segreto da un treno in corsa a chi ha scelto di rimanere a terra.

Al contrario dei pesci, che coi loro occhi guardano di lato, e delle mosche, che invece guardano dappertutto, noi umani possiamo solo guardare avanti
(dal film "Caterina va in città")

sabato 25 agosto 2012

Oh Capitano! Mio Capitano! – I marmocchi ed io

La “Water-Apple English School” si trova al quinto e sesto piano di un palazzo non troppo moderno a dieci minuti dal centro. Salendo per le scale si incontrano solo uffici e donne delle pulizie. Arrivati in cima, come per magia, i muri si dipingono di un rosso acceso e dappertutto spuntano foto di marmocchietti cinesi intenti ad apprendere la lingua di Sua Maestà. Il silenzio desolante dei primi piani lascia il posto ad urla demoniache. Se l’inferno esiste, deve essere più o meno così. Ripenso per un attimo al “colloquio” di una settimana fa con King, Rita e la ragazza senza nome. Intanto un giovanotto cinese mi si è avvicinato e mi sta fissando. “Tu devi essere nuovo. Non ti ho mai visto.” C’è qualcosa di molto, molto strano nel suo inglese. Dev’essere il suo accento. Gli spiego che ho una lezione di prova con i marm... ehm con i simpatici frugoletti. “Ah bene! Io mi chiamo Richard.” Sì, è decisamente il suo accento. Sembra che si sia mangiato un native speaker londinese e qualche pezzo gli sia rimasto incastrato tra i denti. “Sei mai stato in Inghilterra?” gli chiedo. “No, mai. Però studio il British English da qualche anno. La maggior parte dei cinesi parla inglese con quell’orribile accento americano. Io penso che l’unico, vero inglese sia quello dell’Inghilterra.” Chissà se parla così anche quando fa lezione e, se sì, se le piccole pesti riescono a capirci qualcosa. Prestare attenzione alla pronuncia di ogni singola parola dev’essere estenuante e spesso, come nel caso di Richard, si rischia di risultare poco naturali e stancare l’ascoltatore. “Sto pianificando un viaggio in Italia, non è che potresti darmi delle dritte?” Guardo l’orologio e, con grande sollievo, mi rendo conto che è quasi ora della lezione di prova. Un’ottima scusa per sfuggire dalle grinfie di questa sottospecie di fanatico falsificatore di accenti. Lo saluto, promettendogli che senz’altro gli darò qualche consiglio una volta o l’altra, dopodichè mi precipito verso le aule senza guardarmi indietro. “Giuseppe, ricordami un attimo perchè sto facendo tutto questo.” Soldi. “Ok, ricevuto, procedi pure.” Quando entro nell’aula, il ragazzetto che si fa chiamare King, come il celebre pianista e cantante di colore degli anni ’50 autore della struggente “Smile”, è alla lavagna e sta spiegando qualcosa ad un gruppetto di mezze cartucce sedute di fronte a lui su minuscole sedie di plastica. Appena mi vede, mette il cappuccio al pennarello nero che tiene in mano e mi presenta ufficialmente al suo pubblico. Infine si va a sedere in fondo all’aula e prende a scribacchiare qualcosa su un taccuino. Le mezze cartucce sono otto in tutto e mi scrutano dalla testa ai piedi. Comincio dalle presentazioni. Hanno tutti un’età compresa tra i 6 e i 10 anni e dei nomi inglesi più o meno comuni, tipo: Jack, Steve, Kevin, Lisa, Rose. Mi domando se se li siano scelti da soli o se qualcuno li abbia aiutati. Forse all’entrata della scuola c’è un “Distributore di nomi”: 1 yuan 2 nomi, 2 yuan 5 nomi. Svanito l’iniziale “effetto sorpresa”, ognuno torna a fare quello che fa di solito in classe: quelli diligenti mi ascoltano e rispondono alle mie domande, quelli vivaci cominciano a rincorrersi tra i banchi, quelli lobotomizzati fissano il vuoto con occhi vitrei. Molti di loro, nonostante la giovanissima età, hanno già una vita stressante e delle giornate fittissime di impegni extra-scolastici e corsi di ogni tipo. Pianoforte, poesia, calligrafia, ufologia, riflessologia, violino, violoncello, canto, recitazione. E questo per essere sempre una spanna sopra gli altri, entrare nelle università più rinomate, ottenere i lavori più prestigiosi e fare tanti soldi. Ognuno reagisce a questa pressione a modo suo, ma più o meno tutti vengono su come automi incapaci di ragionare con la propria testa, introversi e insicuri, con notevoli difficoltà nelle relazioni interpersonali. Tutto questo le otto piccole canaglie che mi stanno di fronte ancora non lo sanno, e, a meno che non decideranno di trascorrere qualche anno all’estero in futuro, probabilmente non lo realizzeranno mai. Per adesso quel che conta per loro è far contenti i loro genitori: far bene i compiti, imparare l’inglese, suonare qualche strumento musicale. I trenta minuti di lezione scivolano via rapidamente, e, nonostante il fortissimo mal di testa e le corde vocali in fiamme, penso che ci siano lavori molto peggiori di questo. Il ragazzetto che si fa chiamare King, come la catena di fast food che fa concorrenza a McDonald’s, mi ringrazia e mi informa che riceverò presto una mail con i giorni e gli orari delle prossime lezioni. Nel corridoio trovo Rita ad aspettarmi. Mi chiede com’è andata la lezione, poi mi segue verso l’uscita continuando a fare domande anche piuttosto personali, del genere: “Che fai nel tuo tempo libero?”, “Hai la ragazza?”. Io faccio finta di non capire e punto deciso l’uscita. Arrivato a metà strada scorgo Richard immobile di fronte alla porta, con una cartina dell’Italia in una mano e un foglio bianco nell’altra. Istintivamente prendo il cellulare e faccio finta di aver ricevuto una chiamata. “C’è un’uscita secondaria?” chiedo a Rita, che non vuole saperne di staccarsi da me. “Da quella parte.” Faccio dietro-front e imbocco la porta. Scendo le scale di corsa, temendo di essere seguito. Al secondo piano rallento l’andatura e rimetto il cellulare in tasca. Mentre cerco di riprendere fiato, una donna mi passa davanti tenendo per mano la sua bambina. “Saluta il maestro di inglese.”

That's the time you must keep on trying / Smile, what's the use of crying? / You'll find that life is still worthwhile / If you just smile (Nat "King" Cole)

sabato 18 agosto 2012

Oh Capitano, Mio Capitano - A colloquio

“Bene, per cominciare cantaci una canzone.” Guardo dritto negli occhi il ragazzetto cinese che si fa chiamare King, come il grande Elvis, sperando che da un momento all’altro si metta a ridere e dica: “Ah ci sei cascato. Ti pare che ti faccio cantare una canzone ad un colloquio di lavoro?” Invece King resta impassibile, con quella sua aria da impiegatuccio zelante e quel suo taglio di capelli ordinato e preciso. Lo conosco da meno di 5 minuti e già lo odio. Alle sue spalle, Rita e un’altra ragazza mi fissano in attesa. Rita è quella con cui ho parlato a telefono qualche giorno fa. È la vice-direttrice della scuola ma parla un inglese pessimo, il peggiore che abbia mai sentito. Sono talmente scioccato dalla richiesta che per un intero, interminabile minuto non riesco nemmeno a pensare. In un attimo mi passano per la testa miliardi di immagini senza che possa afferrarne nemmeno una. Sono paralizzato, ed è tutta colpa di questo stronzetto che, ad un colloquio di lavoro, mi chiede di cantargli una canzone. Mi sono messo la camicia, mi sono spruzzato un pò di profumo, ho stampato un CV in inglese dopo aver passato un intero pomeriggio a correggerlo e riguardarlo. E questo vuole sentirmi cantare. “Che ne dici di We wish you a merry Christmas?” incalza il ragazzino. E in quel momento mi ricordo improvvisamente dove sono e cosa sto facendo. “Sei in Cina dannazione, ti aspetti che nelle cose che fai ci sia una logica? Stronzate. Fà quello che ti dice senza ragionarci troppo. Soltanto, fallo con un po’ di dignità.” Un pensiero lucido, finalmente. Va bene, hai vinto tu stronzetto. Vuoi che faccia il pagliaccio? Ebbene, sarò il miglior pagliaccio che tu abbia mai visto. E mi metto a cantare. Non perchè abbia disperatamente bisogno di questo lavoro, ma per dimostrare a me stesso che posso fare tutto nella vita. Anche cantare We wish you a merry Christmas ad un colloquio di lavoro. Lui mi guarda con una punta di soddisfazione da dietro i suoi occhiali. “Bene continuiamo. Perchè non mi disegni una bella tigre?” Mi passa un foglio e una matita, senza staccarmi per un attimo gli occhi di dosso. Solo un anno fa mi trovavo faccia a faccia con una commissione di illustri sinologi a presentare la mia tesi magistrale in storia della Cina, e adesso devo cantare e disegnare di fronte a tre sedicenti insegnanti di inglese con gli occhi a mandorla. “Un bel respiro Giuseppe, tra poco sarai fuori di qui e potrai dimenticarti di tutta questa brutta faccenda.” Stringo la matita con tutta la forza che ho e abbozzo i contorni di un essere informe e orripilante che sembra uscito da un romanzo di Stephen King. I tre scrutano il disegno per qualche istante. La ragazza senza nome accenna un sorriso compassionevole. Il ragazzetto che si fa chiamare King, come il famoso scrittore americano, riprende la parola. “Vedo dal curriculum che non hai alcuna esperienza di lavoro a contatto con i bambini.” Io gli spiego che ho già avuto a che fare con dei mostriciattoli in Italia: davo ripetizioni di inglese a ragazzini delle medie. “Delle medie...” sogghigna, voltandosi verso le due ragazze che gli stanno alle spalle. Loro gli rispondono con un sorrisetto divertito, come se dalla mia bocca fosse uscita la più grande delle baggianate. Il ragazzino si volta nuovamente verso di me e, tornando improvvisamente serio, sussurra: “E’ bene che tu sappia che i nostri alunni hanno un’età compresa tra i 6 e i 10 anni. Alcuni di loro sono estremamente vivaci, altri sono insopportabilmente vivaci, altri ancora sono praticamente ingestibili.” Ripenso per un attimo ai racconti agghiaccianti di Irene. Sì, ci è passata anche lei, come del resto la quasi totalità degli stranieri qui a Kunmng. C’era una ragazza che insegnava in tre scuole contemporaneamente. Un giorno è scomparsa misteriosamente. Si dice in giro che abbia fatto un marmocchicidio prima di andare a rifugiarsi in qualche remota regione montuosa per ritrovare la pace interiore. Quelli di Irene erano un vero è proprio cataclisma, una piaga, come la peste bubbonica o la lebbra. Erano solo in tre ma stavano per procurarle una crisi di nervi. “Posso immaginare” rispondo secco. Il ragazzetto che si fa chiamare King, come l’attivista per i diritti degli afro – americani, dà un’ultima scorsa al mio CV e si toglie gli occhiali. “Bene, direi che ci siamo detti tutto. Ti aspettiamo mercoledì prossimo per la lezione di prova.”

continua la settimana prossima

"I miei problemi sono iniziati con la prima educazione. Andavo in una scuola per insegnanti disagiati" (Woody Allen)

sabato 11 agosto 2012

Il momento dell'addio

Se vi aspettate un post pieno zeppo di sentimentalismi e di profonde riflessioni sul significato della vita e sul valore dell’amicizia, temo rimarrete delusi. La mia è una semplice constatazione, frutto di settimane passate a salutare, una dopo l’altra, tutte le persone che finora hanno fatto da cornice alla mia esperienza cinese. Del resto, come si dice, dopo un po’ ci si abitua a tutto. Si sta male, si trattiene qualche lacrima, ci si sente improvvisamente disorientati, ma poi si va avanti. Qualcuno recentemente mi ha dato del cinico. Beh, se continuassi a lasciarmi trasportare dalle emozioni come ho fatto in passato non penso che resisterei molto quaggiù. Irene non sarebbe d’accordo con me. Qualche giorno prima di salire sul treno che l’avrebbe portata via da Kunming per chissà quanto tempo (è da un po’ che ho smesso di usare le parole “sempre” e “mai”), mi aveva confidato di essere stufa di tutto questo. Stufa di dover cambiare amici ogni 5/6 mesi, di non poter stringere delle relazioni “solide e durature”. Anche un po’ stufa di Kunming e della Cina. In fondo la capisco, ma non mi sembra un motivo valido per tornare in Italia senza un piano. Ieri ho letto l’elenco delle cose bizzarre che le sono capitate in questi ultimi 12 mesi, dei lavori che si è trovata a fare (“Esistono lavori che non esistono”), e mi sono venute in mente le parole di una mia carissima amica ai tempi dell’università. Era appena tornata dalla Cina e, con l’espressione sognante e un po’ malinconica di chi ha appena concluso un lungo e intenso viaggio, mi disse che quello era il posto adatto per sperimentare novità e svelare aspetti della propria personalità che erano rimasti sepolti per tutta una vita. Oggi finalmente capisco cosa intendesse, e di certo lo capisce anche Irene. Che si è trovata a vagare in solitaria nel Sud-est asiatico per 3 settimane, che ha lavorato come modella nonostante il metro e 60 di altezza, che ha avuto una storia con un suonatore di flauto cinese dalla pelle scura e dai lunghi capelli conosciuto ad un concerto in cui si era esibito con la sua band, che è rimasta intrappolata per più di 6 ore nella camera da letto di una coppia di americani che l’avevano assunta per dar da mangiare ai loro due gatti mentre erano via, che ha fatto la comparsa in un film cinese pieno di star locali che lei nemmeno conosceva, che è stata ad un passo dal diventare una croupier in qualche bisca clandestina. Chissà a quale di questi episodi stava pensando l’altro giorno, quando è improvvisamente scoppiata a piangere per le strade di Macao. Tra qualche ora, in un moderno aeroporto pieno di cinesi e stranieri, dall’altoparlante una voce femminile in un perfetto inglese inviterà i passeggeri del volo Hong Kong – Milano a recarsi al gate per l’imbarco. Una hostess dagli occhi a mandorla controllerà che sia tutto in regola e poi un’altra le indicherà il suo posto. E sarà la fine di un capitolo della sua vita. Niente sentimentalismi, solo un’altra constatazione. Del resto è la fine di un capitolo anche per me, che, dopo Michela e Giovanna, ho perso per chissà quanto tempo un altro punto di riferimento.


"La paghi tutta, e a prezzi d'inflazione, quella che chiaman la maturità" (Francesco Guccini)

mercoledì 27 giugno 2012

Via dalla città della nebbia e delle pentole di fuoco

Quando il grosso sleeping bus lascia la stazione dei pullman e si immette nelle caotiche arterie della città, ho i piedi zuppi e un gran mal di testa. L’orologio elettronico in alto di fronte a me mi informa che sono quasi le 8 di sera, non che a Chongqing questo abbia molta importanza. Da queste parti le giornate assomigliano a strade diritte che procedono a perdita d’occhio, senza inizio nè fine, senza svolte o deviazioni lungo il percorso. Il cielo mantiene quel suo colorito livido e greve dalla mattina alla sera e per intere ore il tempo semplicemente resta immobile. Lo senti sopra di te quel cielo, con tutta la sua minacciosa imponenza, sempre più vicino. Ti impedisce di respirare, getta un velo scuro sul tuo umore, ti succhia via le energie ad ogni passo. Scrutandolo non puoi fare a meno di chiederti quando si deciderà ad esplodere, e l’attesa è straziante. Sembra il faccione di un bambino perennemente contratto in una smorfia di dolore e amarezza, la tipica espressione che precede il pianto. Ma nemmeno l’ombra di una lacrima. È andata avanti così per due giorni, mentre camminavamo increduli tra le macerie scintillanti del boom edilizio e consumavamo litri d’acqua minerale per far fronte all’ingente perdita di liquidi dovuta all’afa infernale di fine giugno. Poi stamattina il cielo è finalmente scoppiato in un pianto liberatorio ed inarrestabile. Chissà quanta sofferenza si teneva dentro. E come si potrebbe biasimarlo: nel giro di vent’anni ha visto la città sotto di lui cambiare a ritmo incessante, trasformarsi inesorabilmente in un obrobrio metropolitano. È cominciato tutto dalla fine degli anni ’70, come per molte altre metropoli cinesi, ma le cose hanno preso decisamente un’altra piega nel 1997. In quell’anno Chongqing si distaccò dalla provincia del Sichuan e divenne una municipalità autonoma come Beijing, Tianjin e Shanghai. Nell’ambito del programma di “sviluppo dell’ovest”, ricevette sostanziosi fondi dal governo, cominciò ad attrarre investitori cinesi e stranieri, si espanse fino a raggiungere una popolazione totale di circa 32 milioni di persone. I risultati di tutto questo ho potuto constatarli in questi tre giorni: abitazioni tradizionali su palafitte rase al suolo per lasciare posto ai grattacieli, elevato tasso di inquinamento, marcati squilibri sociali e un gap tra ricchi e poveri che diviene sempre più incolmabile.
Non certo la mia città ideale, penso mentre il pulman che mi sta riportando a Kunming costeggia uno dei due fiumi che attraversano la città. Il colore dell’acqua, manco a dirlo, è tra il marrone e il verde. Sulla superficie spuntano qua e là piccoli lembi di terra dove qualche pescatore aspetta immobile con la canna tra le mani. Mi è addirittura sembrato di vederne qualcuno immergersi nell’acqua fino alle ginocchia. Al di là del fiume, gli enormi grattacieli sono schierati uno di fianco all’altro come invincibili titani avvolti da una nebbia fittissima che ne rende le fattezze persino più mostruose. Mi strofino i piedi raggrinziti e umidi. Stamattina, dopo aver lasciato l’ostello, le mie false adidas comprate a 100 yuan (circa 12 euro) hanno retto solo per una trentina di minuti, poi l’acqua ha cominciato a penetrare il rivestimento esterno, arrivando ai calzini e infine ai piedi. Nel bel mezzo dell’acquazzone abbiamo trovato rifugio in un museo che ripercorreva le vicende dell’accordo segreto firmato nel 1943 tra il Kuomintang di Chiang Kai-shek, la fazione politica in opposizione ai comunisti, e gli Stati Uniti. Durante la guerra civile tra Kuomintang e comunisti, Chongqing era una delle roccaforti della cricca di Chiang Kai-shek e in tutta la città sorgevano uffici, campi di addestramento e prigioni dove erano detenuti traditori e avversari politici. Una di queste è stata oggi trasformata in una sorta di santuario per celebrare i 300 martiri comunisti uccisi qui nel 1949, anno della vittoria dell’esercito di Mao e della fondazione della Repubblica Popolare.
Quando ci è sembrato il caso di uscire dal museo, di cui ormai conoscevamo ogni angolo viste le abbondanti tre ore trascorse al suo interno, la pioggia naturalmente non era cessata e mancavano ancora diverse ore alla partenza. A quel punto c’era soltanto una cosa da fare: mangiare. Lasciate che vi racconti qualcosa sul cibo locale. La cucina di Chongqing, così come quella del Sichuan, predilige decisamente i sapori forti e l’abuso di peperoncino costituisce la regola. Definire questi piatti semplicemente “piccanti” sarebbe poco. Si tratta di una vera e propria tortura per labbra e lingua, che dopo un po’ divengono insensibili a qualsiasi sapore tanto sono intorpidite. La gente va pazza per la lo huoguo (letteralmente “pentola di fuoco”). L’idea è tanto semplice quanto efficace: si riempie un pentolone di brodo bollente e piccantissimo e vi si fa cuocere di tutto. Viscere di qualsiasi animale, funghi, calamari, tofu, radici di loto e chi più ne ha più ne metta. Vi chiederete: “Ma come si fa con quel caldo?” Che vi devo dire, in qualche modo si fa. E poi la gente del luogo sotiene che questo piatto, oltre a tenere caldi in inverno, rinfresca il corpo quando la temperatura sale poichè fa sudare parecchio. Sarà anche così, ma personalmente preferisco rinfrescare il mio corpo davanti ad un condizionatore acceso a palla piuttosto che grondando copiosamente liquidi di scarto.
E proprio pensando alla pentola di fuoco, al brodo fumoso e rosso che ribolle al suo interno come lava nella bocca di un vulcano, chiudo gli occhi e mi addormento. Un sonno profondo come non mi capitava di fare da tempo, men che meno su un pulman che procede a strattoni sbatacchiandomi qua e là. Mi risveglio che sono quasi a Kunming e il cielo è tornato sereno. Quando scendo dal bus sciami di tassisti mi circondano pensando sia un turista venuto a visitare la città dell’Eterna Primavera per qualche giorno. Vorrei dir loro che qui ci abito già da 8 mesi e che possono risparmiarsi tutte le loro manfrine. Invece abbasso la testa e tiro dritto verso casa.

Dovremmo lavorare solo quando piove e appena viene il sole far canzoni nuove (Antoine)