domenica 27 novembre 2011

Dragoni, templi e Budda

Martina ha denti perfetti e bianchissimi tra labbra sottili. Forse è per questo che quando sorride il suo volto si illumina e i suoi intensi occhi verde smeraldo sembrano accendersi di mille sfumature. Certo che la Polacchia dev’essere un gran bel posto dove vivere se ci nascono simili creature. Però quanto mi sono costati quegli occhi e quel sorriso: adesso dovrei essere al fianco di Leon, del Colonnello, di Spiritello e di Gianni Morandi a correre appresso ad un pallone, e invece sono qui, davanti alla “Porta del Dragone”. Ora, io non so come dovrebbe essere una porta affinché sia definita “del Dragone”, ma mi aspetto che sia leggermente più affascinante e mistica di questa qui. Due assi verticali ed un architrave, caratteri dorati, uno sbiadito color vermiglio, la copertura rialzata alla cinese. E tutti a fare foto. Anche il compagno Akira san, che sotto questo punto di vista è una garanzia. “L’hai portata la macchina fotografica?”, “Meglio ancora, ho portato Akira.” Akira san è efficiente, silenzioso e consuma poco. Una ciotola di riso ogni tre o quattro ore e ti sei assicurato un servizio fotografico in piena regola. Pensare che per arrivare fino a qui abbiamo cambiato tre autobus e poi camminato sotto il sole cocente su di un sentiero che si inerpica su per il fianco di una montagna. E attraverso i vetri sporchi di un pulmantino cigolante e sgangherato ho avuto un assaggio di quella che molti definiscono la “vera Cina”, avvolta in una nube impenetrabile di polvere e di desolazione, lontana anni luce dai grattacieli e dagli alberghi a cinque stelle del centro. Una sorta di incubo cubista dove ogni persona e oggetto sembra deformarsi continuamente in un vortice di assurdità senza fine, un guazzabuglio di forme innaturali e rumori assordanti. Non so quanto questa Cina sia molto più “vera” di quella che ho visto finora, di sicuro tra le due esiste ancora un abisso. Che le autorità stanno cercando di colmare nel modo eticamente più sbagliato ma economicamente più proficuo: distruggendo e ricostruendo da zero. Di ristrutturare vecchi quartieri non se ne parla nemmeno: costerebbe troppo e i nuovi ricchi cinesi non ci andrebbero mai a vivere. Bisogna tirare su alti grattacieli dotati ogni comfort, così si risparmia spazio e si fanno soldi a palate. È un processo che si può notare ad occhio nudo spostandosi dal centro verso la periferia, con i moderni palazzoni che piano piano rosicchiano tutto quello che c’era prima, e procede talmente veloce che tra meno di dieci anni questa città avrà una faccia completamente diversa. Quella che molti definiscono la “vera Cina” è destinata a sparire. “Allora, è valsa la pena rinunciare al calcio?” la voce di Martina si insinua tra le mie elucubrazioni e mi riporta alla realtà. Se non fosse per quegli occhi e quel sorriso, le urlerei in faccia che no, non ne è valsa affatto la pena. Che nonostante il cielo più o meno limpido la vista di cui si gode da quassù è tutto fuorché mozzafiato, anzi quella cappa grigiastra che avviluppa le case e i palazzi di Kunming come un sudario non fa che ricordarmi quanto anche questa città sia tremendamente inquinata. Almeno per i nostri canoni, visto che i cinesi ci vengono in vacanza per respirare un po’ di aria “pulita”. E poi cos’è sta caciara, un tempo questo era un luogo di meditazione e contatto con la natura e adesso pullula di chiassosi teenager troppo impegnati a scattarsi foto e mangiare schifezze per rendersi conto di dove sono. Questo direi a Martina, se non fosse per quegli occhi e quel sorriso. Così rispondo come un automa: “Certo che ne è valsa la pena, sarei stato uno sciocco a preferire uno stupido pallone a questo autentico spettacolo della natura.” A volte penso che siamo noi maschi il vero sesso debole. Fortunatamente le irritanti attenzioni delle ragazzine cinesi sono monopolizzate da Camil, Macek e David, che in tre fanno due paia di occhi azzurri e quasi sei metri di altezza. Cosa gli daranno da mangiare a questi polacchesi vorrei proprio saperlo. La visita delle suggestive “Montagne Occidentali” prosegue tra tempietti troppo impeccabili per avere un sapore di passato, statue di panciuti Budda che sembrano manichini e negozi di souvenir dove si vendono calendari con le immagini di Mao a più di 100 yuan. Mentre scendiamo in silenzio, stanchi e affamati, penso che questo posto è un bel parco giochi dove portare i propri figli o la propria ragazza, ma niente di più. Evidentemente è quello che si aspettano i cinesi da un luogo come questo. Diciamo che l’immaginazione non è proprio il loro forte, loro hanno bisogno di vedere le cose senza crepe, senza parti mancanti, tutte intere e perfette come erano un tempo. Ma cosa ne sarebbe del Colosseo se qualcuno si mettesse a ricostruirne le parti mancanti?
La cosa più bella di stare con i miei amici polacchesi è che i nostri incontri si concludono sempre con grandi abbuffate e grandi bevute, e anche se non ci capisco un accidente quando parlano quella loro lingua piena di “K” e di “Y”, è un piacere sedere al loro tavolo. “Sabato prossimo pensavamo di andare al Tempio di Bambù, sei dei nostri?”
Dì di no, dì di no, dì di no, dì di no, dì di no, dì di no. Cristo, dì di no.
“Veramente Martina... sabato prossimo io... ecco... vabbè, ci sarò.” D’oh.


"Due settimane fa sono stato coinvolto in un buon esempio di contraccezione orale. Ho chiesto a una ragazza di venire a letto con me e lei mi ha detto di no."
(Woody Allen)

lunedì 21 novembre 2011

Spaghetti e Mandolini

Il tempo fa miracoli. Il tempo insieme alla memoria, naturalmente. Questi due elementi cancellano sofferenze che erano sembrate immani, rimarginano ferite che erano parse incurabili. Così quando penso alla mia infanzia laggiù, in quel paesello di seimila anime nella punta dello stivale, non riesco a ricordarmi di un singolo evento spiacevole. Eppure sono pronto a scommettere che ho avuto i miei bei grattacapi, che non mi svegliavo tutti i giorni col sorriso sulle labbra. Che ho pianto anch’io, e tanto. Ma ora è sparito tutto, restano solo immagini soavi e una gran serenità d’animo. E c’è un episodio di quei tempi lì che ultimamente mi è tornato alla mente più di una volta. Riguarda gli ultimi anni di vita della nonna Paola, quando ancora non avevo idea di cosa significasse perdere un parente stretto dato che mio nonno se n’era andato che ero troppo piccolo. Era il periodo delle badanti. Quante ne sono passate: russe, ucraine, rumene, moldave, lituane, slovacche. Era un po’ come il risiko, solo che nella cartina c’era solamente l’Europa dell’est e al posto dei carrarmatini e delle bandierine si utilizzavano palettine e scopettine rigorosamente rosse. Non ricordo nessuna che abbia resistito per più di un paio di mesi. Nonna Paola era un osso duro. Ce n’era una giovanissima che a cadenze regolari bussava alla porta di casa nostra e scoppiava in lacrime. Per una mezzoretta se ne stava lì, a piangere e maledire mia nonna in una di quelle lingue con tante consonanti, dopodiché si asciugava il viso e tornava a farsi maltrattare. Ce n’era un’altra che non ho mai visto piangere. In Russia era una professoressa di liceo con tanto di laurea, in Calabria l’unica cosa che poteva insegnare era come usare il telecomando a qualche vecchietta un po’ stordita. A quei tempi non ne sapevo granché della vita e mi chiedevo cosa spingesse queste donne ad andarsene lontano per finire in qualche casa che sa di malato e stantio. “Quelle c’hanno la guerra, è gente povera” mi veniva detto quando facevo qualche domanda. Però poi finalmente arrivava la domenica e almeno per un giorno le varie Irina, Natalia e Olga erano libere dal giogo delle tremende nonnine. Niente vassoi pieni di cibo da portare da una parte all’altra della casa, niente terrificanti campanelli notturni, niente pannoloni. Le vedevo allontanarsi a gruppetti di cinque o sei e poi tornare che era già buio. E non potevo fare a meno di chiedermi cosa facessero tutto il giorno. Venni a sapere che si riunivano tutte insieme in qualche casa e se ne stavano tra loro, cucinando solo per sé stesse e scolando bottiglie di quelle bevande che nei loro freddi Paesi usavano per scaldarsi.
Sono passati quasi vent’anni, molte cose sono cambiante dentro e fuori di me, ma oggi mi sento un po’ come quelle badanti. Ovviamente a me va molto meglio, non devo pulire cessi e lavare piatti per stare qui e posso andarmene quando voglio. Però anch’io almeno la domenica ho bisogno di parlare con qualcuno che capisca la mia lingua, che abbia una vaga idea di quello che mi sta passando per la testa, che non trovi ogni mio gesto buffo e bizzarro. Un bel piatto di pasta al pesto, pane fresco per fare la scarpetta, dolce, caffè e ammazzacaffè. Tre terroni e due polentoni seduti intorno ad un tavolo piccolo piccolo a condividere qualcosa di più grande di un pranzo domenicale. Se fossimo in Italia probabilmente non avremmo molto a che spartire, ma qui è diverso. Qui si fa gruppo e intorno ad un tavolo si scopre improvvisamente di essere più campanilisti di quanto si pensava. Che un po’ ci manca il nostro Paese bistrattato e malridotto, barcollante e instabile come una ragazzina viziata che non riesce a riprendersi dai postumi di una sbronza. È dura vederlo ridotto in queste condizioni, e talvolta ci si sente anche un po’ vigliacchi ad essersene andati così. Ogni giorno ci troviamo a dover rispondere alle domande lecite di scettici europei che vorrebbero saperne di più su quello che sta succedendo nel bel Paese ma a cui in fondo non interessa affatto cambiare opinione su di noi, perché è comodo e divertente continuare a vederci come macchiette. Spaghetti e mandolini. Forse si sono dimenticati dell’Impero Romano e del Rinascimento, di Dante e Petrarca, di Fellini e de Andrè. E poi ci sono gli entusiasti, perlopiù giapponesi, che conoscono l’inno di Mameli meglio di quello del proprio Paese e per cui l’Italia è una specie di paradiso dove tutti gli uomini sanno giocare a calcio e tutte le donne sanno cucinare piatti prelibati. Tra questi due estremi ci siamo noi, italiani a spasso divisi tra il desiderio irrefrenabile di scappare e la speranza di poter rimanere, feriti nell’orgoglio ma non ancora del tutto rassegnati ad un futuro lontano dal proprio Paese.
Il sole sta per calare, la domenica sta per finire e tra un po’ ci tocca ritornare in Cina, ma va bene così. È la stada che ci siamo scelti, nessuno ci ha obbligati a prendere e partire.
A differenza di quelle badanti, noi avevamo la possibilità di scegliere. O forse no?

"Italia, Italia, di terra bella uguale non ce n'è"
(Mino Reitano)

domenica 13 novembre 2011

Acido Lattico

L’acido lattico è un sottoprodotto dell’attività anaerobica dei muscoli: da questi esso si riversa nel sangue e quindi raggiunge cuore, fegato e muscoli inattivi, dove viene riconvertito in glucosio. Tuttavia durante un esercizio fisico intenso e prolungato, può accadere che i muscoli producano più acido lattico di quanto gli organi di cui sopra ed i restanti muscoli inattivi riescano a metabolizzare. Quando la concentrazione di acido lattico aumenta a tal punto da non poter essere più smaltita dai muscoli attivi, ecco che si presentano effetti di affaticamento muscolare, incapacità allo sforzo, bruciore. E infine i classici crampi. Quello che mi sta immobilizzando la gamba destra in questo momento è a dir poco preoccupante. Mi trovo vicino alla fermata dell’autobus e ho i crampi. Il 70 mi passa davanti e si ferma a pochi passi da me, che però adesso sono come centinaia di chilometri. Le porte si richiudono dopo qualche istante e il verde scatolone di ferro e metallo riprende la sua corsa con glaciale indifferenza. Sono le sei e mezza di sabato sera e ho i crampi. Per capire come sono finito qui, la serie di eventi che mi ha condotto malconcio e claudicante su questa strada non molto lontana da casa di Nancy, bisogna tornare un po’ indietro nel tempo. Precisamente ad una settimana fa, nel locale trendy “The Mask”, dove noi cool expats amiamo trascorrere i nostri week-end all’insegna del divertimento più sfrenato, tra musica assordante, costosi drink annacquati e birre cinesi che non ubriacherebbero un bambino occidentale ma che in compenso ubriacano moltissimi cinesi adulti. Me ne stavo seduto al bancone con la mia Beer-lao tra le mani, e naturalmente mi stavo divertendo in maniera inverosimile, molto più del solito. Intorno a me si affollavano persone di qualsivoglia razza, età e sesso, anche loro in preda ad un’euforia smodata. C’era una tale concentrazione di divertimento nell’aria che era impossibile non esserne contagiati. Inoltre quella sera si celebrava la straordinaria ricorrenza di Halloween, una delle feste più incredibilmente mirabolanti che il genio umano abbia mai saputo partorire, e quindi davanti ai miei occhi ammaliati sfilavano supereroi, bottiglie di birra giganti, sacchi dell’immondizia, armadi a quattro ante, cartoni animati, cartoni da barbone, ruote di bicicletta e altri individui avvolti in bizzarri ed estrosi costumi. Ero così estasiato che dovevo andare immediatamente via da lì per non rischiare un infarto dovuto all’eccessiva eccitazione. E stavo per riuscirci, senonché, posata la Beer-lao mezza vuota sul bancone, mi ritrovai davanti una ragazza italiana che avevo conosciuto qualche tempo prima in un altro rinomato disco-pub-lounge-bar-wisky-and-soda-and-rock’n-roll. Ma sì, quattro chiacchiere con una connazionale non hanno mai fatto male a nessuno: il berlusca, l’università, i cinesi che vomitano per la strada al sabato sera, i tassisti molesti, ancora il berlusca e simili altri argomenti. “E dove stai?”, “Qui vicino. Abito insieme al mio ragazzo cinese. Ah, eccolo qui. Leon, ti presento Giuseppe, anche lui è italiano.” Leon?!? Stranamente finimmo a parlare di pallone. Leon seguiva il campionato italiano da sempre, era fissato per la Roma e in particolare per l’aeroplanino Montella. Leon, il mio primo “amico” cinese. Ben presto venne fuori che anche lui ogni tanto, almeno una volta a settimana, amava praticare il giuoco del calcio insieme ai suoi colleghi di lavoro. “Qualche volta vuoi giocare con noi?” mi chiese nel suo inglese incerto, e poi ripetè la domanda in putonghua. “Mah, sai, non è che sia molto attrezzato... e poi non sono in forma... ok! Quando, dove, come?” Mi avrebbe contattato tra una settimana. Sette giorni e sarei tornato a calcare l’erba del campo, a sentirne l’odore intenso nelle mie narici. A rincorrere un pallone. I sette giorni sono passati lentamente in un’estenuante attesa beckettiana, tra ansie da prestazione, sogni premonitori e calcistici ricordi di infanzia. Infine questo pomeriggio ho incontrato Leon davanti alla scuola dove insegna e poi insieme siamo partiti alla volta del fatidico rettangolo verde. I sabati di questi ragazzi non sono poi così diversi dai nostri: si mangia leggero, schedina al volo con annessi commenti e profezie, redbull e poi tutti in campo. Due squadre, ventidue gladiatori pronti a darsi battaglia. Leon senza indugio mi piazza in attacco, unica punta. Forse dovrei dirglielo che sono davvero fuori forma. Qualche nota sul gioco dei cinesi: 1. non è confusionario, è molto peggio; 2. i portieri non usano quasi mai le mani; 3. può succedere che uno dei giocatori di punto in bianco si tolga la casacca, estragga un fischietto dalla tasca e si metta a fare l’arbitro; 4. il gioco può essere momentaneamente interrotto dall’invasione di campo per nulla pacifica di una masnada di galline invasate; 5. le urla dei calciatori spesso sono coperte da inquietanti grugniti e striduli guaiti provenienti dalle case, se proprio vogliamo chiamarle così, che circondano il campo; 6. viene applicata con molta severità la regola del fuorigioco, anche se non c’è l’ombra di un guardalinee. La nostra squadra dimostra subito di essere superiore. Leon con i piedi ci sa fare: non butta mai via il pallone e gioca per i compagni. Tutte le azioni d’attacco partono da lui, è il nostro Pirlo. Sulla fascia destra c’è il Colonnello, un uomo dai modi rudi e dalla tecnica che eufemisticamente definirei approssimativa. Ma efficiente, con la sua falcata impetuosa e i suoi cross al bacio. Ogni tanto, per richiamare i compagni all’ordine, lancia delle urla belluine che superano per intensità gli inquietanti grugniti e gli striduli guaiti di cui sopra. Sulla sinistra c’è lo Spiritello, un bambino/ragazzo/uomo/vecchio di una magrezza inconcepibile, che salta come un grillo e si accanisce su ogni pallone, anche se spesso viene scaraventato fuori dal terreno di gioco da qualche folata di vento. E poi c’è il nostro jolly, Gianni Morandi, ribattezzato così per la stupefacente somiglianza fisica e spirituale con il nostro amato cantautore emiliano. Gianni Morandi, cinquant’anni e non sentirseli affatto. Gianni è dappertutto: prima salva il pallone sulla linea e un attimo dopo è già dall’altra parte del campo a far gol. A volte arriva sul fondo, mette la palla in mezzo e, prima che questa sia arrivata al centro dell’area, lui è già lì, pronto a colpirla in semi-rovesciata volante alla Jackie Chan. E io? Non me la cavo mica male. Certo, quando la squadra gioca per te e ti passa la palla davanti alla porta è tutto più facile. Alla fine lascio il mio personale timbro sulla partita con due segnature, una da rapinatore d’area e l’altra con una pregevole conclusione dal limite. A metà del primo tempo però sono già fermo sulle gambe. Acido lattico. Ed eccoci qui, le sei e mezza di sabato sera, la fermata dell’autobus, i crampi. Al diavolo, prendo un taxi. Mentre un tassista fortunatamente per nulla molesto mi riporta a casa, penso che ho aggiunto un altro piccolo tassello a questo complicato mosaico che è la Cina, che è incredibile come lo sport avvicini e unisca persone apparentemente lontane anni luce le une dalle altre. Penso che domani avrò un risveglio doloroso, ma che basteranno un paio di partite per rimettersi in sesto e far qualcosa di più utile che due gol piuttosto semplici. Questa volta senza crampi.

Ps: Stacci bene silviuccio !!!

"Uno su mille ce la fa, ma com'è dura la salita"
(Gianni Morandi)

domenica 6 novembre 2011

Un mese dopo

I bilanci sono sempre una cosa pericolosa, specie quando riguardano i propri successi o insuccessi, il soddisfacimento o meno di alcune aspettative. Bisogna stare attenti, restare freddi e calcolatori, altrimenti si rischia di restare imbrigliati nel pantano dei rimorsi e dei sensi di colpa o, al contrario, di diventare insopportabilmente arroganti. Quanto a me, ho smesso di fare bilanci, o perlomeno cerco di evitarlo. Mi sono costati troppo caro in passato. Con questo non voglio dire che è mia abitudine ignorare la realtà, o deformarla per farla apparire più appetitosa ai miei occhi e a quelli di chi legge i miei appunti. Solo, a volte sarebbe bene essere meno severi con sé stessi, e considerare che tra le cose che ci succedono ogni giorno, positive e negative, una buona parte non dipende dalla nostra volontà, non direttamente. Questo mi aiuta a non esaltarmi eccessivamente quando la vita mi fa qualche bel regalo e a non mandare tutto al diavolo quando la stessa mi mette uno sgambetto. Tanto alla fine si compensa tutto. È come quando l’arbitro ti fischia un rigore contro, magari inesistente. Istintivamente verrebbe da gridare allo scandalo, far sapere al mondo quanto tu sia bersagliato dalla sfortuna e come tutto ti vada storto. E se accade che nella partita successiva un altro arbitro ti annulla un gol regolare, allora diventa quasi impossibile non pensare di essere perseguitati dalla mala sorte, immaginare che ci sia un oscuro piano dietro questi terribili eventi ordito dal fato stesso per rovinarti l’esistenza. Ma poi, a distanza di qualche match, non ti viene segnalato un fuorigioco lapalissiano oppure viene negato ai tuoi avversari un penalty più che evidente, e porti a casa la vittoria. In un colpo ti dimentichi di tutta la presunta sfortuna che ti aveva attanagliato, e via con le manie di grandezza.
Io finora da questa partita ho avuto decisamente più soddisfazioni che dispiaceri: pochissimi errori grossolani in fase difensiva, zero autogol o rigori contro. Solamente spettacolari azioni offensive e anche qualche pregevole gol. I miei tifosi non hanno smesso nemmeno per un attimo di incitarmi, di farmi sentire il loro calore anche a migliaia di chilometri di distanza. Non mentirei affatto se dicessi che è andato tutto come avevo sperato, forse anche meglio, che mi sento già una persona diversa da quella che è uscita dagli spogliatoi, le gambe tremolanti e la testa piena di dubbi, solo un mese fa. Che mi piacerebbe bloccare il tempo a questo momento qui, premere il pulsante “pausa” e godermi il quadro completo più a lungo possibile. Un pò come quando si è innamorati, come quando si è felici.
Ma sfortunatamente non c’è nessun pulsante, il cronometro continua imperterrito a mietere minuti, ore, giorni, e quindi mi guardo bene dall’esultare. Fino al novantesimo è ancora lunga e c’è da correre e recuperare palle, difendersi con le unghie e con i denti per poi ripartire in contropiede e buttarla dentro adesso che si può. Che poi l’errore dell’arbitro o uno svarione difensivo ci possono stare in qualsiasi momento.
Alla fine si compensa tutto.

"Con i voti cominciano appena nasci, se vieni fuori con tutti i pezzi a posto, se piangi abbastanza forte e se sei sopra i quattro chili puoi beccarti addirittura un dieci, altrimenti giù a scalare"
(Dal film Dazeroadieci)