domenica 19 febbraio 2012

“L’oceano, nella sua generosa maestosità, accoglie dentro di sé miriadi di fiumi”

Ultimamente rientrare a casa la sera non è così rilassante e gratificante come in passato. L’assenza di Mamma di Nancy comincia a farsi sentire. È da tre settimane ormai che se ne sta a casa sua a Pu’er, località dello Yunnan famosa per una varietà di tè che ancora non ho avuto il piacere di assaggiare. Anche la neozelandese latita da quasi un mese. Dovrebbe tornare a giorni, ma nel frattempo non posso fare altro che condividere gli spazi comuni con la sola Nancy. Per carità, non è una di quelle convivenze difficili e tormentate, e questo soprattutto per merito della mia condiscendenza e tolleranza. Il problema è lo stesso da mesi: io e Nancy non riusciamo a capirci. Non è una mera questione linguistica, dal momento che lei parla un inglese eccellente, è solo che i nostri due universi si scontrano sistematicamente ogni volta che ci troviamo nella stessa stanza. Io, che sono animato da una irresistibile curiosità verso ciò che non conosco e che mi pare lontano anni luce da me, non mollo mai l’osso, cerco di ribattere colpo su colpo, di capire il perché di tutto quello che fa o dice. Lei, che è vittima di una profonda diffidenza e inquietudine verso ciò che è estraneo al suo piccolo mondo dai confini ben segnati, a volte non mi risponde nemmeno, e quando mi degna di questo onore lo fa con assunti che non lasciano possibilità di replica. Come se si portasse tutta la conoscenza esistente in tasca e ogni tanto ne offrisse una manciata a qualche sprovveduto, negando categoricamente la possibilità che in quel minuscolo buco dove di tanto in tanto infila la mano ci entri qualcos’altro. Di solito quando arrivo me la ritrovo compostamente seduta sul divano davanti ad un antiquato Toshiba con gli occhi spenti e il viso sfatto, senza nemmeno l’energia necessaria a trascinarsi in cucina e prepararsi una misera cena. Probabilmente fa un lavoro stressante, oppure la sua salute cagionevole le impedisce di sopportare certi ritmi. Ma questa non è una di quelle volte. Lo capisco non appena mi richiudo la pesante porta alle spalle. Lei è tutto un saltellare e un canticchiare per la casa. “Un altro dei suoi vertiginosi sbalzi d’umore”,  penso tra me e me, “tipico delle persone dalla psiche instabile e leggermente disturbata.” Mi tolgo le scarpe e punto dritto alla mia camera, ma lei mi intercetta a metà strada. “Hai cenato o no? Dai, mangiamo qualcosa insieme.” Gli occhi scuri, normalmente vitrei, ora brillano di una qualche luce sconosciuta. “Faccio un paio di chiamate e poi mangiamo, va bene?”. E detto questo si allontana zampettando come una quindicenne al suo primo appuntamento. Io la osservo, vagamente rapito da cotanta follia, e mi preparo ad un’altra stimolante lezione di “psicologia nancyana”. Mi sdraio sul letto e mi metto ad ascoltare. Nancy parla con voce concitata, ogni tanto esplode in improvvise risate un pò forzate. I suoi sono veri e propri monologhi, tanto che mi chiedo se dall’altra parte ci sia veramente qualcuno che la ascolti o se stia parlando con una segreteria telefonica. Fa lo stesso con sua madre, la sera a cena, quando le racconta com’è andata la sua giornata facendo il possibile per non omettere alcun particolare. La povera donna non può far altro che sorbirsi in silenzio queste interminabili tiritere e aspettare che la figlia non abbia più fiato per parlare. Nancy mette giù dopo aver salutato. Non ci ho capito molto, ma sembra che abbia invitato qualcuno a qualche evento che si terrà il giorno dopo. Nemmeno un minuto e Nancy riattacca con la medesima cantilena, chissà chi è la vittima questa volta. Sì, sta organizzando un qualche tipo di avvenimento per l’indomani e sta cercando di reclutare gente a destra e a manca. Finita la telefonata, la sento alzarsi dal divano e dirigersi verso la cucina. La raggiungo, con lo stomaco che rumorosamente reclama cibo, e, prima che possa dire qualsiasi cosa, lei mi chiede: “Lo sai che giorno è domani?” Martedì, mercoledì forse, che differenza fa... “Ma come”, incalza lei, “domani è San Valentino!” Splendido, è passato un altro anno e io sono ancora single. Grazie mille per la notizia Nancy, ora sì che la mia serata ha un senso. E poi cos’hai da essere così contenta tu, nubile ed indesiderabile? “Se non hai impegni per domani sera puoi aggiungerti a noi.” Non mi dire. Sesso, droga e rock’n roll? Quasi: dieci ragazzi single, cinque maschi e cinque femmine, si incontrano per conoscersi. Poi ognuno scrive su un pezzo di carta quali caratteristiche dovrebbe avere il suo partner ideale e, in base a queste, si formeranno cinque potenziali coppie che potranno decidere se continuare a vedersi in privato oppure no. “Allora, che te ne pare?” Mi ricorda uno di quei penosi format per ragazzini in cui tutto è deciso a tavolino perché il meccanismo è troppo artificioso per poter funzionare realmente. “Bello” mi limito a rispondere, anche per non urtare la sensibilità di Nancy, che evidentemente, e per motivi che mi sfuggono, ci sta mettendo anima e corpo per organizzare questa cosa qui. Le chiedo dove si dovranno incontrare e a che ora. “In una chiesa qui vicino verso le 7. Prima preghiamo tutti insieme e poi diamo inizio all’evento.” Se volevi convincermi, stramboide fanatica che non sei altra, hai trovato l’argomento giusto. “Se vuoi venire c’è ancora posto, però devi dirmelo prima possibile.” E allora devo sbrigarmi a decidere, non mi perderei questo evento per niente al mondo. E, giusto per regolarmi, quanti altri posti ci sarebbero ancora? “Per adesso siamo in tre, me compresa, ma devo fare ancora molte chiamate.” Chi l’avrebbe mai detto, ancora la bellezza di sette posti. Non so se essere più intristito o divertito. È una di quelle sensazioni borderline che si provano assistendo ad una tragicommedia. “E tu cosa scriverai sul bigliettino domani?”, le chiedo tra un boccone di riso e uno di carne. “Insomma, come dovrebbe essere il tuo uomo ideale?” Lei poggia le bacchette sulla scodella, ingoia il cibo che ha in bocca e mi mostra l’indice. “Per prima cosa, deve avere un temperamento pacato e poco incline all’ira.” Fa una breve pausa, poi solleva anche il medio. “Secondo, non deve mai placare la sua sete di apprendimento.” Terzo? “Deve offrirmi delle garanzie economiche.” C’è anche un quarto requisito? “Sì, deve essere esteticamente accettabile.” Le dico che uomini così non sono facili a trovarsi, ma se si cerca bene qualcuno ancora è rimasto. Comunque, proseguo, le fa onore mettere l’aspetto esteriore all’ultimo posto. Lei sorride e si guarda le unghie. “Forse ho delle aspettative troppo alte, ed è per questo che non ho ancora trovato nessuno. Ma perché dovrei accontentarmi? Io non voglio accontentarmi.” Già, è quello che penso anch’io. Ci separa un oceano, è vero, ma sotto pesanti strati fatti di cultura, provenienza, formazione e credo, siamo due esseri umani con gli stessi impulsi e le stesse paure. Lascio Nancy al suo giro di telefonate e mi rinchiudo in camera mia a fissare il soffitto. Da quando sono qui in Cina è stato tutto un susseguirsi di esperienze nuove ed eccitanti, ho conosciuto gente straordinaria, ho dato e avuto tanto, ma forse mi sto dimenticando della cosa più importante. Prendo tra le mani il cellulare e scorro lentamente la rubrica. Mi blocco su un nome. Senza pensarci un secondo di troppo scrivo velocemente un messaggio, di quelli chiari e diretti a cui si può rispondere solo con un “sì” o con un “no”, e lo invio senza nemmeno rileggerlo. Poi socchiudo gli occhi e ripenso per un attimo alle mie estati in Calabria, ai miei quindici anni, al primo appuntamento. Il beep del cellulare mi riporta alla realtà. Prendo fiato e leggo il messaggio.
Un sorriso si disegna sul mio volto.

"M'hai fatt' 'nnammurà, quell'aria da bambina che tu hai, nun me fa 'cchiu aspettà, 'o tiemp' vola e tu peccato faje"
(Nino D'angelo)

sabato 11 febbraio 2012

Cavalcare il dragone

La prima volta che ho visto Andrea mi trovavo al The Mask, un locale minuscolo quasi sempre strapieno di occidentali che si trova al centro del quartiere dei divertimenti notturni, se proprio vogliamo definirlo così, di Kundu. Stavo sorseggiando la mia Laowo calda con Michela, Giovanna e un altro gruppetto di studenti stranieri parcheggiati a Kunming di cui, per ovvi motivi, non ricordo più facce e nomi. “Quello è di Taranto, come me” mi urlò nell’orecchio Giovanna, non per cercare di darmi fastidio ma semplicemente perchè la musica era stranamente troppo alta. Bella roba sti pugliesi, sono dappertutto, peggio dei calabresi. Ricordo che ogni volta che ho lasciato la calabria, anche per un breve periodo, ho sempre avuto a che fare con pugliesi. Che poi dico, almeno a voi qualcosa di buono vi è rimasto oltre il mare: le orecchiette, la pizzica, i trulli, la taranta, Caparezza, Al Bano Carrisi e tante altre cose che ora non ricordo. Però ce ne stanno. Insomma, come direbbe mio nonno, statevi a casa vostra, non contribuite a rendere sto mondo ancora più incasinato di quello che è. “Pensa che i suoi genitori conoscono i miei, ma noi due non ci siamo mai visti. Un giorno suo padre lo chiama e gli fa: Guagliò, vedi che ci sta n’altra tarantina dove stai tu alla Cina. Mi raccomando trattacela bene, che se non v’aiutate tra voi tarantini...” Davvero una storia commovente Giovanna, potremmo intitolarla: “L’emigrazione dei terroni ai tempi del socialismo di mercato cinese.” Grazie per avermela raccontata, soprattutto in un posto come questo dove è piacevole intrattenere conversazioni e disquisire amabilmente della vita e della morte. Mi era rimasto il fiato necessario per fare una sola domanda, dopodichè avrei dovuto far riposare le mie corde vocali per altri 40-45 minuti prima di poter parlare di nuovo. Capita quando bisogna gridare per comunicare col tuo vicino di posto. “E che fa a Kunming?” le chiesi appiccicando la mia bocca al suo orecchio. Se Giovanna mi avesse risposto qualcosa come “insegna inglese”, oppure “lavora per un’azienda di import-export”, probabilmente avrei lasciato cadere l’argomento, sarei tornato a meditare sulla mia Laowo calda e per i successivi 40-45 minuti non avrei più proferito parola. Invece quello che mi disse accese la mia curiosità. “Mah, non lo so di preciso, organizza eventi mi pare.” Io sbarrai gli occhi. “Una specie di P.R.?” Ma lei era già sparita, persa nella coltre di nebbia che era calata sulla pista da ballo, dove giovani di ogni età, provenienza, sesso e religione si dimenavano senza posa in preda ad un’estasi mistica. Restai lì, cercando con lo sguardo il tarantino. Avevo sempre voluto saperne di più sul mondo di questi fantomatici personaggi che si trovano sempre “nei posti che contano”, che indossano sempre i vestiti “giusti”, che appena arrivano in un locale salutano tutti, dalla ragazza annoiata seduta al tavolino al barman, passando per il dj fino alla donna che pulisce i cessi. Volevo conoscere i motivi che li avevano spinti a scegliersi quella strada, le ambizioni che li animavano, i rimpianti che avevano, se ce ne avevano. Avrei voluto sapere cosa avessero da essere così contenti tutti i santi giorni, se ogni tanto anche loro, come tutte le persone normali, non si sfracassassero i maroni a furia di feste, birre e musica techno. Il tarantino si era volatilizzato, forse era andato a parlare un pò con il magazziniere, oppure con il ragazzo che porta le casse di birra da una parte all’altra. Chissà quante cose avevano da dirsi. Lo rividi poco più tardi e gli andai incontro. “Ah, sei italiano anche tu!” Fu tutto quello che riuscii a capire. Poi cominciò uno sproloquio incomprensibile, inframezzato da pause in cui si voltava verso di me e mi chiedeva qualcosa. Io annuivo, ipnotizzato dai suoi occhi verdi e dall’ondeggiare dei suoi lunghi capelli dietro al collo, e lui ripartiva in quarta. “Oh, devo andare a salutare un pò di gente” disse infine. “Mi ha fatto piacere parlare con te.” Il mistero dei P.R. si infittiva. Lo incontrai di nuovo una settimana dopo al The Box (quasi tutti i locali di tendenza hanno il nome che comincia con “the”), ritrovo di sfaccendati e ubriaconi. Il tarantino era impegnato nel suo abituale giro di saluti. Quando arrivai stava chiacchierando con la cameriera, che, pur non spiccicando una sola parola di inglese, lo ascoltava con attenzione e di tanto in tanto sorrideva. Quando mi vide mi fece segno di aspettare il mio turno. Prima di me c’erano la barista, il lavapiatti, due o tre ragazze cinesi, l’altra barista e un suonatore di violoncello australiano. Calcolai una media di 6,7 minuti a saluto e mi ordinai una Qingdao rigorosamente calda. Decisi che questa volta avrei adottato un approccio diverso, non me ne sarei stato nell’angolo ad incassare passivamente bordate di informazioni inutili. Avrei schivato le sue manfrine e poi lo avrei aggredito con una sfilza di domande dirette. Non avrei sprecato nemmeno uno dei 6,7 minuti che mi spettavano di diritto. “Senti, ma tu esattamente che ci fai a Kunming?” gli chiesi a bruciapelo quando venne il mio turno. Lui non si scompose. “Beh sai, ero in cerca di qualcosa di diverso, di nuovo. Avevo bisogno di respirare un’aria di cambiamento, di forte e deciso rinnovamento spirituale e materiale. Niente a che vedere con l’estemporaneo arrivismo di certi presunti santoni del business che, nel nostro bel Paese, ti dicono chi essere, cosa fare e perché farlo. Qui è tutta un’altra storia. Qui puoi essere falco e rugiada, senza dubitare mai, senza chiederti perché. È come diceva quello lì... quel filosofo tedesco del settecento... insomma quello: bisogna precipitare e fermarsi giusto ad un millimetro da terra, è il solo modo per imparare a volare. È questo che ho imparato qui, cose di queste in Italia chi te le dice? Nessuno, ecco chi te le dice. Hai capito, Mauro?” Mauro?? Guardai l’orologio: mi restavano meno di tre minuti. “Sì, ma di cosa ti occupi di preciso, se posso chiedere?” Il tarantino prese fiato. Stava per partire con un’altra tiritera. “In breve magari” mi affrettai a suggerirgli prima che cominciasse. Non servì a niente. “Beh, vedi Mauro, io creo un ponte di visibilità per ambienti ludici per adulti, metto a disposizione la mia rete di informazioni e conoscenze per garantire nuove opportunità di crescita a realtà emergenti e fare in modo che una fetta di questa grande torta che chiamiamo Cina finisca nella bocca di tutti quelli che hanno la pazienza e la perseveranza di tenerla aperta per giorni, settimane, mesi, anche a costo di farsi venire i crampi alle mascelle. Per dirla in breve, carissimo Mauro, faccio la puttana.” Su quest’ultima criptica rivelazione scadeva il mio tempo e il tarantino, preciso come un orologio svizzero, mi salutò e si diresse verso la cucina. Il cuoco aveva appena finito di lavorare ed era il prossimo sulla sua lista dei saluti. Mi ci sono voluti circa 4 mesi per capire cosa faccia veramente Andrea per campare. In pratica sponsorizza i locali e i pub attraverso vari canali e ogni tanto organizza delle serate a tema. Tutto qui. Del resto, come mi ha detto in una delle nostre successive conversazioni, si è sempre occupato di questo, è quello che gli riesce meglio e quindi perché non farne una professione? Ci ha pensato a lungo durante i suoi vent’anni trascorsi nella periferia dell’Italia, dell’Europa e del mondo, mentre tutti intorno a lui badavano solo a riempirsi la pancia e gli davano del presuntuso cazzaro solo perchè non si accontentava di quello che aveva. Un’idea bizzarra ed eccitante cominciò a formarsi nella sua testa. La lasciò crescere pian piano, ne valutò la reale attuazione. Infine un giorno, alla soglia dei trent’anni, decise che era giunto il momento di tirare fuori gli attributi e far vedere a tutti quei poveracci di che pasta era fatto. Al termine dell’ennesimo massacrante turno di lavoro all’ILVA, lasciò i guanti sdruciti sul banco e si licenziò. Festeggiò il suo trentesimo compleanno a Pechino. Il suo inglese era approssimativo e il suo cinese pressoché inesistente, ma il tarantino era contento perché sapeva di aver svoltato. Si era lasciato alle spalle tutti i timori, aveva sgombrato la mente e si era lanciato nel vuoto. Qualche mese più tardi, quasi per caso, finì a Kunming, che proprio in quel momento stava cominciando ad affermarsi come nuova metropoli dopo essere stata per secoli cittadina di provincia abbandonata a sè stessa. Ci vide delle opportunità e cominciò a costruire qualcosa. “Una rete di relazioni e conoscenze”, come direbbe lui, necessaria al suo lavoro. Che è essenzialmente quello di far divertire le persone e far crescere i locali. Un mestiere più che dignitoso dopotutto. L’ultima volta che l’ho visto è stato qualche giorno fa. Finalmente mi ha chiamato Giuseppe e per la prima volta abbiamo chiacchierato per più di 6,7 minuti. In quel momento il tarantino non era un P.R., era solamente Andrea, un ragazzo pugliese con un grande spirito di iniziativa che un giorno ha preso ed è partito. Una persona degna del mio rispetto. “Sto pensando di aprire una vera e propria società di servizi. È una cosa da cagarsi addosso, lo so, ma è la prossima tappa del cammino. Non provarci significherebbe mandare al diavolo tutti i sacrifici fatti finora. E poi”, ha sospirato scolando l’ultimo sorso di birra, “bisogna cavalcare il dragone.”
Sono rimasto a fissare la mia bottiglia di Dali mezza vuota, chiedendomi quale sarà la prossima tappa del mio cammino qui in Cina.

"Metti nella valigia la collera e scappa da Malinconia"
(Caparezza)

venerdì 3 febbraio 2012

Una donna chiamata Mama Naxi

Quando Mama Naxi sbuca dalla cucina con il testa il suo cappello bianco da chef, penso che è proprio come me l’ero immaginata. Una donnina energica dagli occhietti luccicanti e dai movimenti felini che non si ferma un attimo. Passa e spassa tra i tavoli pieni di giovani backpackers di tutto il mondo che gustano le sue prelibatezze dopo un giorno di faticose ma appaganti escursioni a migliaia di metri d’altezza, per poi tornare in cucina e preparare altri piatti per altri giovani backpackers che stanno per arrivare. Anche il posto che ha messo su con le sue figlie, il “Mama Naxi’s Guesthouse”, è esattamente come me lo aspettavo. Una sorta di baita di montagna dal clima familiare e disteso, dove, anche se si viaggia in solitaria, non ci si sente mai soli. Dove, dalle sei e trenta del pomeriggio, quando le ombre cominciano ad allungarsi tra le deliziose casette di Lijiang e un vento gelido prende a soffiare tra le sue viuzze di pietra, ti capita di ritrovarti seduto al tavolo insieme a due scozzesi, uno spagnolo, una polacca, due statunitensi e persino una calabrese di Cosenza. E davanti a te sfila una processione interminabile di gustosi piatti tipici, tutto preparato dalle sapienti e amorevoli mani di Mama Naxi. Funghi, patate, pollo, pesce, manzo, e naturalmente riso e tè. I nostri commensali si stanno scambiando opinioni sull’indimenticabile e sfiancante esperienza che hanno appena concluso. Sono stati alla “Gola del salto della tigre”. Lunga 16 chilometri, questa gola è fra le più profonde del mondo e raggiunge la vertiginosa altezza di 3900 metri. Un must assoluto per gli appassionati di trekking e una prova massacrante per i meno allenati. Leggevo addirittura che alcuni turisti ci sono rimasti secchi per via delle frane e delle piene provocate dalle piogge nei mesi più umidi. Se solo avessero ascoltato i consigli della fidata Lonely Planet adesso sarebbero riuniti attorno ad un tavolo a ridere e gozzovigliare allegramente, così come stanno facendo i nostri nuovi amici backpackers. Che, per la verità, non hanno affatto l’aria di consumati scalatori. L’americano Matt, ad esempio, mostra una forma fisica tutt’altro che smagliante, con una panza degna del peggior Micheal Moore e due cosciotti che nemmeno Platinette dei bei tempi. E fin qui siamo nell’ordine dei luoghi comuni. Ma si esauriscono qui: Matt è un tipo sveglio e simpatico. Ha tante cose interessanti da raccontare sulla sua vita attuale ad Hong Kong e su quella passata a Detroit. “Hei guys, allora com’è stato il trekking?” Io e Giovanna ci lanciamo uno sguardo imbarazzato. Noi lo zaino preferiamo lasciarlo in ostello, o al massimo lo svuotiamo e poi lo riempiamo di inutili ninnoli per turisti. Mentre, dopo la maturità, i nostri coetanei salivano su un treno per l’Europa con un enorme sacca sulle spalle, noi salivamo su un aereo per Ibiza o su una nave per Corfù trascinando un trolley. Siamo fatti di un’altra pasta, siamo più caserecci. Oggi ci siamo persi una ventina di volte nel dedalo di vicoli acciottolati di Lijiang, questa incantevole cittadina di montagna a qualche centinaio di chilometri a nord di Kunming. Però non è colpa nostra se i numeri civici non sono consequenziali ma sono messi secondo la data di costruzione dell’edificio, e soprattutto se in ogni strada ci sono i medesimi negozi che vendono i medesimi prodotti ai medesimi prezzi. “Beh sai” rispondiamo titubanti, “oggi ci siamo dedicati all’esplorazione della città vecchia. Volevamo andarci domani, ma purtroppo dobbiamo tornare a Kunming per motivi di lavoro. È proprio un gran peccato.” Patetici. Due come noi dalla “Gola del salto della tigre” possono tornarci solamente su una barella o su un’ambulanza, e comunque non sulle loro gambe. Finito di cenare usciamo fuori a fare una passeggiata. Orde di turisti cinesi affollano le strette stradine, rendendo quasi impossibile procedere senza doversi fermare ogni minuto e spostarsi. Quando, questa mattina presto, siamo usciti dall’ostello, Lijiang era deserta e bellissima. L’incanto è durato poco. Dopo un paio d’ore le vie del centro storico erano già gremite e chiassose. Ma insomma, il dannato Chunjie è finito o no? Che ne dite di appoggiare nuovamente il vostro sedere cinese su una bella sedia e ricominciare a fare quello in cui riuscite meglio, ovvero sgobbare? Mentre camminiamo tra due file di edifici dall’architettura tradizionale illuminati in modo suggestivo da lanternine colorate, mi avvicino alla ragazza polacca con molta nonchalance. “Lo sapevi che queste case per la maggior parte sono state interamente ricostruite dopo il devastante terremoto del ’96?” Lei mi fissa sbalordita, sbattendo le palpebre. I suoi occhi verdi mi ricordano quelli di Martina. Chissà come se la sta passando nel Laos. “Davvero? Non lo sapevo” mi risponde la polacca. “Dove l’hai letto?” Io sorrido pensando alla mia affezionatissima Lonely Planet. “Da qualche parte, non ricordo.” Che tanto prima o poi me la trovo una fidanzata polacca, è senza dubbio la cosa migliore che possa capitarmi. Dovrei chiedere consiglio al mio compagno di classe, il canadese francofono Vincent. Lui ci ha messo poco per trovarsene una. Certo non è bionda e non ha gli occhi verdi, ma è adorabile come tutte le polacche che ho conosciuto finora. Ci buttiamo nel quotatissimo, almeno stando ai poster che si vedono in giro, Bambù Bar, ma ci basta qualche minuto per capire che non è il posto dove vogliamo trascorrere la serata. Qingdao a 35 yuan a bottiglia, una cinesina malinconica che dal palco miagola canzonette melense e una P.R. che non ci molla un attimo. “Da questa parte prego. No, qui no, è prenotato. Anche lì è prenotato. Prego da questa parte, vicinissimi alle casse. Così sentite meglio. Allora, avete già deciso cosa prendere? Va bene, io aspetto qui intanto che non vi decidete.” Let’s get the hell out of here guys. Riprendiamo a camminare senza meta finché improvvisamente ci ritroviamo di nuovo davanti all’entrata del “Mama Naxi’s Guesthouse”. “Qui vendono la birra a 5 yuan” dice qualcuno. E sia. Mama Naxi per favore perdonaci se abbiamo pensato anche solo per un attimo che a Lijiang ci fosse un posto migliore del tuo ostello per noi, backpackers e caserecci. La donnina dagli occhietti luccicanti e i movimenti felini è ancora lì, e Dio solo sa quanto altro ci resterà prima di concedersi un pò di meritato riposo. Deve assicurarsi che i suoi ospiti stiano tutti bene e abbiano mangiato a sazietà, come fa ogni sera da un pò di tempo a questa parte. Al posto degli sfavillanti abiti tradizionali dei naxi, la popolazione di discendenza tibetana che abita queste impervie montagne da quasi 1500 anni, indossa un paio di comodi pantaloni neri e un largo maglione dello stesso colore. “Stanca?” le chiedo mentre mi sfreccia davanti. Lei non mi risponde. Mi sorride con una dolcezza e una gioia di vivere che non dimenticherò mai più. Ci ripenso la mattina dopo, mentre un confortevole pullman ci riporta velocemente a Kunming. Sopra di noi si stende il cielo dello Yunnan, con il suo inconfondibile colore blu. Il vento ha spazzato via le nuvole del sud e il sole brilla come non lo vedevo fare da tempo. È tornata la primavera.


"Ma il cielo è sempre più blu!"
(Rino Gaetano)